Faith No More fanno impazzire anche i rumeni! (2009)
Autore: Urban Bolta
Foto: Barbara Milharčič
Luogo: Sala Polivalenta, Bucarest (Romania)
Data del concerto: 14.08.2009
Numero di spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 33 €
Dopo la toccata e fuga di venerdì al festival sul Mar Nero “Spirit of Burgas” in Bulgaria, sabato è toccata una mezza giornata di viaggio verso la capitale della Romania, Bucarest, con un obiettivo preciso: rivedere all’opera i maestri dell’alternative/experimental metal Faith No More. Dopo un viaggio lungo, pieno di sorprese come cavalli e ciclisti in autostrada e altre amenità, ti chiedi che diavolo ci faccia questo bel paese nell’Unione europea. Ma lasciamo che se ne occupino altri, quelli pagati per farlo. Noi, ovviamente, non ci siamo fatti nessun problema: se non altro, il confine l’abbiamo passato senza intoppi, perché anche lì il flusso di persone e merci è ormai completamente libero.
La Sala Polivalenta, una sala più che dignitosa per gli standard romeni, si trova in un enorme parco vicino al centro di Bucarest, così il pugno di sloveni presenti l’ha trovata senza problemi. La cordialità dell’organizzatore romeno all’ingresso è stata solo l’inizio di una serie di eventi che hanno reso la serata indimenticabile. La Romania è un paese senza grande tradizione concertistica: i big hanno cominciato a farsi vedere nella “terra di Georghe Hagi” solo da poco, e il risultato è un’affluenza piuttosto scarsa, soprattutto se la confronti con la marea di gente che segue i concerti dei Faith No More negli altri paesi.
ELVIS JACKSON
A scaldare la sala, ancora piuttosto vuota, ci hanno pensato gli Elvis Jackson, il collettivo di Ajdovščina e Gorizia. I ragazzi del Litorale si sono guadagnati questa occasione d’oro grazie ai concerti di successo di quest’estate… pardon, di questa primavera in questa parte d’Europa, che non sono passati inosservati agli organizzatori del concerto di sabato. Da qualche anno gli “Elvisi” sono ospiti fissi dei palchi stranieri, e con l’uscita di Against the Gravity la frequenza è ulteriormente aumentata, quindi sono abituati a suonare davanti a un pubblico che non li conosce. Io aspettavo il concerto con curiosità, e ancora di più la reazione della gente, perché spesso è proprio la reazione a misurare la riuscita di un’esibizione. Sui palchi di casa la risposta è sempre fragorosa, in linea con la loro popolarità, ma come li avrebbe accolti il pubblico romeno era un’incognita. Come il giorno prima, i ragazzi sono saliti sul palco senza il bassista fisso Slavc, sostituito per l’occasione da Andraž, che strimpella il basso nei Corkscrew di Kamnik. Con Andraž sul palco c’erano Buda (voce), Berto (chitarra) e Soki (batteria). La scaletta di 40 minuti era una specie di puzzle “best of” dei quattro dischi finora usciti, con il filo rosso garantito, ovviamente, dai pezzi di Against the Gravity, uscito a marzo: quello in particolare lo seguiva con interesse da dietro le quinte anche Billy Gould, bassista dei FNM, che il disco l’ha prodotto la scorsa estate. Gli Elvisi, nei loro inconfondibili colori a quadri, hanno dato tutto quello che avevano, e se ne sono accorti anche i fan dei FNM sotto il palco. Un mix di punk rock, reggae, ska e metal, le pagliacciate di Buda e gli attrezzi di scena a tema marino legati alla copertina del nuovo disco di marzo hanno portato un’atmosfera rilassata tra la gente sotto il palco, che non ha potuto fare a meno di mettersi a ballare sui ritmi degli Elvis Jackson. Di solito le band di supporto ai grandi nomi sono solo un male necessario, ma stavolta, metterei la mano sul fuoco, quel set pieno di energia ha davvero accorciato l’attesa dei fan romeni prima dell’arrivo delle star della serata. Che ci crediate o no, qualcuno sotto il palco cantava pure i pezzi.
Quindi, com’è andata alla band? Se confronto questa esibizione con un tipico concerto da club in patria, le differenze sono parecchie. Gli interventi di Buda sono molto più brevi, la sua pronuncia non ha più la durezza del dialetto del Litorale e in cambio ha tirato fuori qualche parola di romeno imparata a memoria, che ha scatenato una salva di risate. Si notava un po’ di tensione, che però è sparita durante il concerto, perché la risposta è stata quella che speravano. E infine, la differenza era anche il già citato Andraž, subentrato nella band all’ultimo momento, che ha fatto il suo con grande sicurezza, proprio come ci aspettavamo da lui! L’esibizione è stata davvero un bel momento e una doppia soddisfazione, sia per il pubblico sia per la band, che ha portato a casa con successo questo mini tour nei Balcani orientali.
SUPERHIKS
Il collettivo macedone, in attività da ben 15 anni, il cui nome è noto non solo nel paese d’origine ma anche nel resto dei Balcani (e che non è nuovo nemmeno ai palchi sloveni), ha avuto l’onore di suonare subito prima dei FNM. Coltivano uno stile molto simile ai nostri Elvis Jackson, ma meno adolescenziale: il suono poggia sullo ska, con aggiunte di reggae e rock, a differenza degli EJ, dove la base è il punk rock. Metà dei sei componenti suona strumenti a fiato: due trombe e un trombone sono gli strumenti indispensabili per creare composizioni a tinte ska. Hanno sorpreso con un pezzo in cui a fare il cantante è stato il dreadlockato della sezione fiati, mentre la sala tremava sotto riff metal pesanti che ricordavano fin troppo “Roots Bloody Roots” (Sepultura). Musica energica ma poco immaginifica, già sentita, che non ha convinto più di tanto i presenti: nell’aria si sentiva quasi l’attesa silenziosa del momento in cui i Superhiks avrebbero lasciato il palco. Posso dire con certezza che la band prima di loro ha portato nell’aria e sul pavimento della Sala Polivalenta molta più energia positiva e più gente che si muoveva a ritmo.
FAITH NO MORE
I Faith No More sono la band che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta è diventata famosa in tutto il globo e ha portato nel mondo della musica alternativa uno stile fresco e completamente diverso, a cui ancora oggi nessuno si è avvicinato. Nel periodo di massima attenzione commerciale erano appena un gradino sotto le allora stelle galattiche Metallica e Guns’n’Roses; oggi la band, quasi dimenticata, è tornata a vivere e a suonare dal vivo, e si prepara persino un nuovo album in studio. Il quintetto, che da esattamente due mesi manda in estasi l’Europa con il tour “The second coming”, quella sera di sabato si è presentato per la prima volta al pubblico romeno con Mike Patton (voce), Roddy Bottum (tastiere), Billy Gould (basso), Mike Bordin (batteria) e, ultimo arrivato, Jon Hudson (chitarra).
Il tour della reunion è pensato soprattutto per le tappe nei festival del vecchio continente, ma tra una data di festival e l’altra si è trovato comunque spazio per qualche concerto in solitaria, e quello di Bucarest è stato uno dei pochi. Il giorno prima, allo Spirit of Burgas, l’organizzatore evidentemente non era stato in grado di allestire sul posto il palco a tema tutto rosso, con enormi tendaggi rossi su tutta l’area di gioco; a un concerto da headliner, invece, una simile ingenuità non c’era da aspettarsela: il palco era di nuovo avvolto nel rosso, proprio come i FNM avevano immaginato la scenografia del tour.
Come sempre, sul palco sono entrati prima tutti tranne il cantante Mike, e hanno attaccato con i ritmi morbidi, quasi dimenticati, da R&B della cover Reunited. Stavolta, al contrario della sera prima, erano tutti vestiti con adorabili completi bianchi. Dopo l’overture strumentale, tra il boato delle gole sotto il palco, Mike Patton è salito sul palco aiutandosi con un bastone, e già nel brano d’apertura ha condiviso col pubblico due interpretazioni vocali completamente diverse. Dopo il pezzo, azzeccato per il loro ritorno ma lontano un miglio dal tipico sound dei Faith No More, è arrivato subito il primo colpo con From Out of Nowhere. I romeni sono impazziti, e l’estasi non è calata fino alla fine. Nella scaletta hanno messo sia pezzi estremamente heavy come Suprise! You’re Dead! e la psicopatica Cuckoo for Caca, sia brani più tranquilli, melodici e cantabili come Evidence e King for a day. Curioso che i loro pezzi più famosi, Easy, Midlife Crises ed Epic, li abbiano suonati uno dopo l’altro, infilandoli più o meno a metà scaletta, mentre sappiamo che ogni band i suoi grandi hit li tiene per la fine. Ma non i Faith No More.
Che piacere vedere l’affiatamento, l’intesa sul palco e la sensazione che i ragazzi si divertano tanto quanto i fan. Quello che resta più in ombra è il chitarrista Jon Hudson, che prima dello scioglimento negli anni Novanta compare solo nell’ultimo disco, Album of the Year (1997). Il bassista Billy Gould e un Roddy Bottum portato del tutto in primo piano si dividono qualche coro e gli interventi tra un pezzo e l’altro. Il ormai brizzolato Mike “Puffy” Bordin, che si guadagna da vivere anche come batterista di Ozzy Osbourne, fa il suo lavoro con grande affidabilità: le bacchette nelle sue mani sembrano incapaci di colpire anche solo di un millimetro diversamente da come le immagina Puffy. La sua particolarità è che è mancino: ha il set montato come tutti gli altri batteristi, ma una tecnica completamente diversa, evidente già da lontano. Suonando non incrocia mai le braccia, cosa che sembra davvero strana e impressionante. Capitolo a parte è ovviamente Mike Patton, tra i grandi nomi sicuramente uno dei cantanti più unici, che con la sua prova dimostra di essere insostituibile e perfetto per i compiti che gli assegna la macchina chiamata FNM. Spesso rimproveriamo ai cantanti che, se si discostano troppo dalle registrazioni in studio, dal vivo il risultato è molto peggiore, ma con l’interpretazione di Patton di ogni pezzo dal vivo questa teoria scoppia come una bolla di sapone! A ogni brano successivo tira fuori una sorpresa, sul palco sperimenta di continuo fin dove può arrivare la sua voce (anche con l’aiuto della tecnologia). Spinge i propri limiti sempre più in alto. Questa sperimentazione costante e l’occhiata verso acque sconosciute pare che le peschi dall’eredità di Frank Zappa, di cui è un grande fan. D’altra parte, la sua grandezza Mike Patton sul palco la vive in modo estremamente timoroso: ogni sguardo puntato su di lui lo percepisce come una grossa minaccia, e così, per una lattina di birra sotto il palco, ha ordinato alla sicurezza di allontanare il bevitore dal pubblico, e se l’è presa persino con i cameraman ufficiali in mezzo alla sala, che erano ad almeno 25 metri da lui. Ricordo che al Nova Rock Festival, a giugno di quest’anno, quando un fan è sfuggito alla sicurezza ed è salito sul palco, Patton (unico di tutti i membri dei FNM) se l’è data subito a gambe giù dal palco, verso il rifugio sicuro dei suoi roadie. Eppure dobbiamo capire la complessa personalità di Patton, in cui si nascondono un grande talento d’attore e una comprensione straordinaria per le forme d’avanguardia e sperimentali della musica.
Nel corso del tour, che finora ha già visto circa 25 esibizioni, i Faith No More cambiano continuamente un po’ la scaletta, così l’ascoltatore resta sulle spine fino all’ultimo, chiedendosi se gli riserveranno anche qualche sorpresa sotto forma di un pezzo suonato di rado. Purtroppo la Polivalenta questa gioia non l’ha vissuta: la sera prima in Bulgaria i FNM avevano suonato esattamente gli stessi pezzi. Con una sola eccezione: hanno saltato la punkeggiante Let’s Lynch the Landlord. Saltata!? È più che evidente che erano delusi dalla scarsa affluenza (le tribune della sala erano completamente vuote), e così alla Romania non hanno concesso nemmeno una caramella; anzi, hanno chiuso già con We Care a lot, anche se in programma c’era ancora Midnight Cowboy, che però non è stata realizzata. Un comportamento poco carino verso i fan venuti al concerto, visto che lo show di un’ora e mezza (a un concerto in solitaria!) è stato persino più corto di una media esibizione festivaliera di quest’estate. Tra i punti negativi metto anche l’esecuzione di Be Agressive, che con il solo coro di Bottum non può proprio prendere vita nell’atmosfera per cui il pezzo è stato scritto. Proprio a questo brano di norma si aggrappano e lo piazzano regolarmente in scaletta, invece di sostituire l’esecuzione non proprio riuscita con qualcosa di mai sentito, magari dell’era di Chuck Mosley, che è stata (di nuovo!) rappresentata in modo cronicamente scarso, solo dalla finale We Care a lot. L’album Introduce Yourself (1987) è stato escluso del tutto: che peccato!
I difetti citati sono solo una briciola nel puzzle che i Faith No More hanno messo insieme in un’ora e mezza di puro piacere. La testa del partecipante medio, che si raffredda e rimette in ordine i pensieri solo qualche giorno dopo il concerto, esce più esperta di un’altra bella serata di totale stacco che non dimenticherà mai! Ovunque e ogni volta che suonano i FNM, resta la sensazione di aver appena visto qualcosa di inafferrabile e irripetibile.
La spedizione Rockline di qualche giorno nella parte orientale della penisola balcanica è stata per la squadra di quattro persone un’ulteriore prova di quanto sia bello essere una fettina della torta che si chiama rock’n’roll: qualunque sottogenere del rock’n’roll sia, è sempre bellissimo far parte di questo mondo che ai suoi amanti regala momenti fantastici, indimenticabili, carichi di emozione, che non si possono paragonare a nient’altro e di cui, fieri come pavoni, racconteremo ai nostri nipoti.
Foto: Barbara Milharčič
Scaletta
ELVIS JACKSON 1. Against The Gravity 2. Wake Me Up 3. My Beer 4. Dry Your Tears 5. Dreams 6. Morning 7. Get Up! 8. Not Here To Pray 9. Hawaiian Club 10. Rangeros 11. Go Elvis 12. Raining Blood (intro) 13. Smoke The Herb FAITH NO MORE: 1.Reunited 2.From Out of Nowhere 3.Land of Sunshine 4.Caffeine 5.Evidence 6.Surprise! You’re Dead! 7.Last Cup of Sorrow 8.Cuckoo for Caca 9.Easy 10.Midlife Crisis 11. Epic 12.I Started a Joke 13.The Gentle Art of Making Enemies 14.King for a Day 15.Be Aggressive 16.Ashes to Ashes 17.Just a Man —————– 18.Chariots Of Fire/Stripsearch 19.We Care a Lot
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