Una serata di perfezione sonora unica, firmata dal perfezionismo inglese dei Porcupine Tree (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Kino Šiška / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 03.11.2009
Numero di spettatori: 600
Prezzo del biglietto: 27,50€
Nella battaglia contro il tempo del nuovo millennio, sulla scia del principio di esistenza del bel mondo nuovo, il nuovo album dei Porcupine Tree “The Incident” (2009, recensione di RockLine QUI) e il nuovo tour europeo ci sono letteralmente “piombati alle spalle”. Il tempo che “Fear Of A Blank Planet” e il suo “prolungamento”, l’EP “Nil Reccuring” (2008), si sistemassero bene nelle orecchie, ed ecco che il mago e genio musicale inglese Steven Wilson e la sua combriccola hanno già preparato un nuovo motivo di festa. Stavolta più che mai. Con l’album “The Incident” i Porcupine Tree sono finalmente approdati, per la prima volta, anche in Slovenia.
Lasciatemi precisare subito, all’inizio di questo pezzo e con tutto il rispetto, che il resoconto di questo evento era destinato al più grande esperto di Porcupine Tree in Slovenia, che proprio nei giorni prima del concerto è stato inchiodato a letto per qualche giorno da una subdola influenza. Così salto nelle sue scarpe dalle retrovie, dal piano “di riserva” di RockLine, e cercherò di presentarvi nel modo più autorevole possibile un evento che il valoroso collega Peter Podbrežnik avrebbe di sicuro trattato, dando vita sulla carta a ogni sfumatura con tutto il suo carattere.
È stata una giornata interessante. 03.11.2009. Quarta tappa del nuovo tour europeo dei Porcupine Tree! E proprio a Lubiana Steven Wilson ha festeggiato i suoi 40 tondi tondi da quando è venuto al mondo. Prometteva una serata magica, ma riavvolgiamo un attimo il nostro film. Alle 20.00, nel rinnovato Kino Šiška, che, visti gli standard elevati che lo spazio ristrutturato offre oggi ai musicisti, possiamo finalmente definire il vero tempio rock della capitale slovena.
| DEMIANS: 20.00-20.40 |
Sul palco salgono tre ragazzi. Avrebbero dovuto essere quattro, ma erano solo tre. Capita. Demians. Francesi. Una storia di successo del tutto inaspettata. L’anno scorso hanno pubblicato il loro esordio “Building An Empire” (recensione di RockLine QUI) per l’etichetta Inside Out Records. Il tutto non è passato inosservato nemmeno a Steven Wilson, che li ha invitati in tour con i Porcupine Tree. La storia di Nicholas Chapel somiglia parecchio a quella di Steven Wilson. Nicholas Chapel aveva inizialmente concepito i Demians come il progetto di una persona sola. Non si aspettava, e nemmeno voleva, avventurarsi nelle acque del professionismo, ignaro com’era delle fatiche della vita da musicista professionista finché non l’ha colto il desiderio di presentare la sua musica alle masse. Ha fatto la scelta giusta. Così per il tour ha messo insieme gente che lo aiutasse sul palco. Come dicevo, si è inceppato qualcosa con il tastierista, il cui posto nella band è ancora libero. Nel tour dell’anno scorso insieme agli Anathema, infatti, i Demians si esibivano in quartetto, mentre stavolta a Lubiana hanno dovuto suonare con le tastiere registrate.
I Demians sono difficili da paragonare ad altre band. Vanno per la loro strada e offrono un ottimo compromesso di musica facile da digerire e fortemente ambientale, nonostante gli arrangiamenti possano essere anche belli dilatati e progressivamente stratificati (nel fluire dei motivi guida). La si può definire prog rock, ma in questo caso la parola “progressivo” calza particolarmente bene alla band, perché, come dicevo, sta sviluppando un ramo tutto suo e un’espressione che le appartiene. Nelle tastiere si nascondono tanti slanci retrò, e non sono rari i tappeti costruiti sul suono del mellotron, che danno alla musica un che di esoterico, trascendentale. Chapel non è un eroe della chitarra tutto muscoli, di quelli che trovi sulle copertine delle riviste dedicate al dribbling di pentagrammi. Il tipo ha un aspetto dimesso, e il berretto da scassinatore calato in testa è il suo marchio di fabbrica! Il suo modo di suonare si concentra sul piazzare accordi dolcemente sfumati e un po’ ruvidi, che riempiono con saggezza il quadro sonoro, con rari assoli se non nessuno; gli abbellimenti a una voce compaiono solo nei passaggi e servono a creare scarti atmosferici. La voce è virile, di tono medio, calda ma con una punta di malinconia, e si sposerebbe bene con sfumature grunge. Ma questa è una storia per un’altra volta. Insomma, un ottimo compromesso tra moderno e riferimenti al prog rock retrò: non è stato noioso nemmeno per un attimo e ha offerto un’ottima ouverture alla serata con i Porcupine Tree. Davanti, la voce di Chapel si sentiva un po’ peggio, per il resto però il suono durante l’esibizione dei Demians era davvero piacevole. Nicholas ha dedicato il brano The Perfect Simmetry al capo dei Porcupine Tree, come regalo di compleanno.
| PORCUPINE TREE: 21.10-23.20 |
Seguo questa band con intensità da circa cinque anni. Ho sempre cercato l’occasione di vederli dal vivo. Gli scarsi 50 minuti in loro compagnia li avevo sì goduti al Nova Rock festival l’anno scorso (reportage di RockLine dal festival QUI), ma erano ben lontani dalle condizioni in cui avrei voluto godermi la loro musica. I perfezionisti musicali come i Porcupine Tree vanno per forza visti in sale chiuse. Più piccolo è lo spazio, più c’è intimità. Il Kino Šiška si è rivelato l’ambiente ideale.
Già dall’ingresso sul palco la band ha mostrato di trovarsi benissimo e di avere tutte le leve del suo funzionamento ottimale sintonizzate sulla frequenza giusta. Wilson è più che entusiasta dell’album “The Incident” e per questo ha deciso che nel tour i Porcupine Tree lo suonino per intero.
L’esibizione è stata quindi divisa in modo sensato in due parti. La prima interamente dedicata all’esecuzione di “The Incident”, la seconda a toccare i periodi passati della band. “The Incident”, pur essendo il nono album in studio, dimostra ancora una volta che Wilson, dopo tutte quelle uscite entusiasmanti, non ha affatto perso la carica creativa. Perciò scopre nuovi orizzonti musicali per la band, presenta una storia nuova e diversa, sposta le barriere della creazione, esplora nuove dimensioni. Tutto unicamente “alla Porcupine”, ma fresco e ispirato. A differenza dei due album precedenti, “The Incident” torna a puntare su una maggiore varietà sonora. C’è più enfasi soprattutto sulle parti ambientali, dove passa in primo piano il tappeto degli effetti di tastiera di Barbieri, oppure davanti all’ascoltatore si presenta solo Steven in persona, col suo canto sottilmente sensuale e altezzoso e la chitarra acustica. Insomma, i momenti di fuoco dei due album precedenti stavolta sono più pacati e serviti all’ascoltatore in modo un po’ più raffinato.
Il primo momento che ti prende è stato ovviamente The Blind House, nella parte d’apertura del concerto, con il tipico motivo di chitarra rapace ma cupamente accentuato. Steven Wilson sale sul palco a piedi nudi, si mette davanti al microfono e attacca i primi versi. Già questo brano è il vero metro di giudizio per quello che segue. Livello di affiatamento, livello di accordatura (qualità del suono). C’è da dubitare, nel caso dei Porcupine Tree? Sì. Se li avessi messi alla Cvetličarna Mediapark. Al Kino Šiška il suono era da scatolina. Tutte le sfumature, dalle fluttuazioni sonore di Barbieri alle tastiere, che sono artefici importanti del mondo altamente ambientale della band, al giusto equilibrio tra la chitarra di Wilson e quella di Wesley; poi c’è l’invisibile stakanovista e bassista dall’eterno sorriso stampato in faccia Colin Edwin col berretto girato all’indietro in stile Gibbo, e l’unico, inimitabile giocoliere della batteria Gavin Harrison. Tutti sanno esattamente cosa fanno e affrontano la cosa con il pieno controllo della predica dell’esecuzione sul palco. Era tutto in ordine e pulito, così potevi davvero distinguere ogni singola sfumatura sonora. Anche le linee sovrapposte di tastiere e “glissando di chitarre”, il più delle volte proprio tra Wesley e Barbieri, soprattutto nei punti in cui Wilson si serviva della chitarra acustica.
Wilson infiamma il pubblico in una delle pause della parte iniziale, quando augura buonasera in sloveno e chiede ai presenti: “Kako ste?” Gli verrebbe proprio bene se si buttasse su un corso accelerato di sloveno. Ovviamente ha dovuto aggiungere che la band è onorata di poter suonare per la prima volta in Slovenia. Dopo The Blind House, qualcuno ha urlato “Freebird”, che in questo caso si agganciava con abilità alla combinazione del verso guida del ritornello di The Blind House, “Free love”. Questo trucchetto però è un po’ più vecchio, perché viene dal DVD “Arriving Somewhere” del 2006. Wilson, che conosce fin troppo bene questo grido, ne è stato messo di buonissimo umore e ha riso. Con lo stile di un raffinato gentiluomo inglese ha accompagnato la “osservazione” dicendo che stasera purtroppo i Porcupine Tree quel brano non lo suoneranno. Il pubblico si accendeva soprattutto sui brani dai ritornelli bellissimi e melodici come Drawing The Line, e poi sulla title track. Time Flies è stata di per sé un momento di bravura della prima parte. Il brano integrale della prima parte, dal ritornello trascinante e con uno straordinario passaggio strumentale centrale con un assolo psichedelico, che amplifica l’immancabile sensazione che ci sia qui un pizzico di energia alla Pink Floyd e costruisce un’atmosfera del tutto diversa a metà del pezzo. Ha funzionato in modo trionfale soprattutto la chiusura della prima parte, dove è emersa in particolare la sensazione superiore dell’eccezionale affiatamento della band, che come per gioco si faceva strada attraverso l’impianto variegato di tanti motivi guida, infilati uno dopo l’altro. Inutile parlare della sensazione ipnotica che a tratti ha calmato del tutto i presenti in sala, tanto che nelle pause non si sentiva una sola parola, né un sospiro, né un innocente colpo di tosse o un tirare su col naso, niente!
Siamo arrivati a I Drive the Hearse, il brano che chiude la prima parte del concerto. Il tipico approccio “beatlesiano” di Wilson nel porgere i versi, compresi il timbro della voce e lo stesso accento inglese, è quel fattore importante che ha preso pienamente vita anche nel concerto di Lubiana. Un brano di fragili collage sonori, che ha sottolineato ulteriormente la forza della pura sottigliezza vocale di Wilson, ha accompagnato la band per la prima volta dietro le quinte. Per i 10 minuti successivi sul palco hanno regnato i tecnici, che preparavano tutto il necessario per salpare verso la seconda parte del concerto.
Le cose si sono fatte maledettamente serie quando la band ha attaccato la seconda parte con The Start of Something Beautiful, da “Deadwing” (2005). Si è scaldato soprattutto il gruppetto di italiani dal sangue caldo, sul lato destro della sala, proprio ai piedi del palco, che hanno accolto questo brano con particolare entusiasmo. In questa parte la band ha messo in fila una successione di brani “veloci” e “calmi”. Una bella sorpresa è stata l’inclusione del classico di “Lightbulb Sun” (2000) Russia On Ice, che ha creato l’atmosfera più cupa del concerto, mentre il pubblico si è risvegliato dal trance soprattutto con le due scatenatissime creature di “Fear Of A Blank Planet” (2007), Anesthetize e Way Out Of Here. In quest’ultima il chitarrista Wesley si è distinto in particolare come ottimo corista. Entrambi i brani hanno offerto il momento in cui i Porcupine Tree si sono davvero sparpagliati per il palco; si è sbizzarrito soprattutto Gavin Harrison, che ha sfoderato dei passaggi da far invidia, misurati al millimetro, su dei tamburi accordati in modo fantastico, tanto che facevano rizzare ancora di più i peli sulla pelle fino allo stato erettile. Il Lazarus (“Deadwing”, 2005), in qualche modo atteso, ha cullato di nuovo la sala in un’altra sfera. I Porcupine Tree non hanno saltato nemmeno l’EP “Nil Reccuring” del 2008 e si sono lanciati di nuovo in una Normal più “cerebrale”, un brano che porta in sé l’impianto motivico della ballata Sentimental.
Il gran finale Wilson lo ha accompagnato annunciando un brano che i Porcupine Tree pare suonino ormai molto raramente, se mai, e che hanno voluto eseguire per questa speciale serata a Lubiana. Un classico di “In Absentia” (2002), molto amato da tutti i fan: Blackest Eyes. Una scelta unica per un finale intenso, come quasi non si osava immaginare nemmeno nei sogni più folli. Era passata un’ora e 55 minuti (senza pause) quando la band, con l’intenso sostegno delle prime file del pubblico, ha portato il proprio spettacolo fino alla fine della parte regolare. Nella pulsazione metallizzata del riff guida, la band ha salutato il pubblico.
Questo, tra ovazioni fragorose e un’intera sala che batteva i piedi per terra, ha dovuto far tornare la band sul palco per eseguire due classici di “In Absentia” richiesti a gran voce. Ma senza una parte protocollare prima non si poteva. Su suggerimento del chitarrista John Wesley prima la band, con il sostegno del pubblico, ha cantato un brindisi di “happy birthday” a Steven Wilson. E poi di nuovo all’azione – all’attrazione! Cominciando con Sound Of Muzak, ottima parodia dell’approccio distruttivo dell’industria musicale di oggi, il cui virus corrode inarrestabilmente il nocciolo della sana espressione attraverso l’arte musicale, il naturale sviluppo e la maturazione delle band attraverso la successione degli album pubblicati ecc… Lasciamo stare, è roba per un altro saggio. I Porcupine Tree ci hanno cullati un’ultima volta nella perfezione musicale totale del mondo unico della loro confessione. I ragazzi hanno mandato in visibilio il pubblico in sala un’ultima volta, lanciandosi nella amatissima Trains. L’esecuzione era praticamente identica a quella che si trova sul già citato DVD del 2006. A metà, con un’interruzione un po’ più lunga, in cui nella versione originale in studio entra il battere dei piedi. Lì Wilson e Wesley hanno infiammato il pubblico a battere le mani, che ha ripreso alla perfezione il tempo di quel battere, e la band ha colpito un’ultima volta sul palco. Wilson, dopo due ripetizioni dei versi “Always the summers, are slipping away”… ha chiuso di colpo il concerto con gli altri quattro con un tonante: “Thank you!”
Un ambiente ottimo per l’esibizione di band del calibro dei Porcupine Tree, con un gruppo spalla azzeccatissimo. Una completa capitalizzazione della perfezione sonora, della perfezione dell’esecuzione, della perfezione nello sviluppo dell’equilibrio di un quadro sonoro impeccabile sul palco, cosa di cui, con un’espressione musicale dall’impianto complesso come quella che coltivano i Porcupine Tree, ai concerti siamo spesso privati, ma stavolta non è stata minacciata in nulla. Maestri e una delle band di punta che plasma contenuti prog rock altamente ambientali, in cui include elementi metal oltre a sensibilità alt rock moderne, hanno evocato al Kino Šiška uno dei migliori concerti di quest’anno in Slovenia. È stato uno di quei rari concerti di cui si può dire: “Concerto senza macchia!” Tutti voi che per qualsiasi motivo ve lo siete persi, stavolta potete a ragione prendervela con voi stessi. Voglio esprimere tutto l’onore e le lodi anche all’organizzatore dell’evento Master Of Metal, che dopo il concerto dei Dream Theater di tre giorni prima ha regalato un’altra serata paradisiaca a tutti i buongustai e gourmet musicali che si accendono per il messaggio del prog rock, di cui in Slovenia c’è un gran bisogno. Speriamo che da noi ce ne siano ancora tanti, di serate così.
foto: Robi Lipej
Scaletta
DEMIANS: 1. Sapphire 2. Naive 3. Feel Alive 4. Earth 5. The Perfect Symmetry PORCUPINE TREE: 1. Occam’s Razor 2. The Blind House 3. Great Expectations 4. Kneel and Disconnect 5. Drawing the Line 6. The Incident 7. Your Unpleasant Family 8. The Yellow Windows of the Evening Train 9. Time Flies 10. Degree Zero of Liberty 11. Octane Twisted 12. The Séance 13. Circle of Manias 14. I Drive the Hearse — seconda parte. (più 10 minuti di pausa) — 15. The Start of Something Beautiful 16. Russia on Ice 17. Anesthetize Part 2: “The Pills I’m Taking” 18. Lazarus 19. Way Out of Here 20. Normal 21. Blackest Eyes — bis — 22. The Sound of Muzak 23. Trains
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