Anche Zagabria scossa dall’universo del fuzz (2010)
Autore: Aleš Podbrežnik
Fotografie: Aleš Podbrežnik
Luogo: Boogaloo / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 02.12.2010
Numero di spettatori: 300
Prezzo del biglietto: 140,00 HRK (18,00€)
Due giorni dopo la seconda tappa in carriera del diabolico mago della chitarra nella capitale slovena, lo stesso onore è toccato anche a Zagabria. Paul Gilbert (Mr. Big, Racer X) mi aveva lasciato a bocca aperta con la sua esibizione, quindi i pensieri peccaminosi su un possibile salto a Zagabria non ne volevano sapere di smettere di frullarmi per la testa. Anzi. Lì dentro hanno cominciato proprio a lampeggiare. Quando esco da una filiale di Eventim con il biglietto in mano, non riesco a capacitarmi che a Zagabria costi ben 11,00€ in meno rispetto al concerto di Lubiana.
Sono passate da poco le sette di sera. Anche se sul biglietto l’inizio del concerto è indicato per le otto, non c’è nessuna fretta. Il Boogalooo di Zagabria in tutti questi anni è diventato un amico inseparabile. Sempre un’atmosfera ottima, un pubblico caldo e un palco dall’alta intensità live, con il vapore che sale da teste scatenate.
Stavolta però il Boogaloo mi ha smentito. Parcheggio poco prima delle nove. Entrando in sala, la vista è decisamente curiosa. Sotto il palco erano occupate a malapena le prime due file, e in platea hanno piazzato addirittura dei tavolini da bar. Qualche altra persona stava intorno al mixer, e per il resto il locale era vuoto ovunque. Il chitarrista e cantante dei Hard Time Pišta si è rivolto al pubblico con tono solenne. Ha rivelato che il management di Paul Gilbert pretende rigorosamente un gruppo spalla acustico. Va bene tutto ciò che non “va” a corrente, anche se si tratta solo di gusle. Così, secondo le parole di Pišta, è salito sul palco il miglior chitarrista acustico croato, Branko Bogunović – Piš. In una mezz’oretta scarsa il tipo ha scaldato il pubblico, all’inizio con qualche brano suo, un misto furbetto di country, folk e ragtime con un uso massiccio del “fingerpicking”, e poi con versioni coraggiosamente riarrangiate di classici di gente come The Police (Every Little Thing She Does) e Led Zeppelin (Stairway To Heaven, Kashmir). Un’esperienza molto piacevole, divertente e genuinissima.
Il quartetto formato da Paul Gilbert (chitarra, voce), Craig Martini (basso, cori), Jeff Bowders (batteria) e dal jolly tuttofare di questo tour di Gilbert, Tony Spinner (chitarra, voce, cori), è salito sul palco poco dopo le nove e mezza. Rispetto all’esperienza di Lubiana hanno rimescolato un pochino l’ordine dei pezzi in scaletta. Palco più alto, più lungo e più largo. L’effetto delle luci e dei riflettori era completamente diverso. Paul si è messo una maglietta nera, a Lubiana ne portava una bianca. Diciamo che era un filo più solenne che a Lubiana, ma anche un filo meno intimo.
Il suono era molto solido. Davanti, a tratti, forte! Ma è per questo che la gente va ai concerti nelle prime file. Perché ama il volume alto! Quello che ti fa volare il coperchio della testa fino al soffitto! In compenso la band è stata molto più trattenuta che a Lubiana. Si sentiva semplicemente che il pubblico di Zagabria non è così ricettivo verso Gilbert come quello che abbiamo incontrato senza fatica a Lubiana due giorni prima. Anche quando Paul e compagni hanno attaccato l’unico pezzo dei Mr. Big in scaletta, Green Tinted Sixties Mind, i quasi 300 presenti al Boogaloo hanno a malapena battuto ciglio. Per non parlare dell’indifferenza all’annuncio del classico degli Yes The Roundabout e durante la sua esecuzione. Spinner e Gilbert hanno di nuovo entusiasmato con l’armonizzazione impeccabile delle parti più ostiche (soprattutto le più ostiche). Gilbert ha ovviamente interpretato il ruolo di Rick Wakeman – in fondo è proprio l’elemento più esaltante della versione di Gilbert di questo pezzo – mentre Spinner, mentre canta in questo brano, non suona la chitarra. La prima nota del pezzo spetta a Craig Martini, che colpisce la corda “armonica” e poi gira il potenziometro del basso. Un ottimo avvicinamento all’originale. La voce di Spinner (“Bobby Kimball II”) ha funzionato di nuovo alla grande in questo punto.
Dopo Olympic Gilbert si è fermato e, per la prima, l’ultima e mai più volta nel corso del concerto, ha rivolto due parole al pubblico, dicendo che il palco si era ormai scaldato per bene e che per questo gli strumenti si dilatavano. “La band è molto preoccupata per la cosa, quindi è tenuta ad accordare gli strumenti”, ha aggiunto Gilbert mentre si ingegnava con i piroli sul manico della chitarra. Purtroppo di battute così maliziose da parte di Paul non ne abbiamo avute più. Come detto, la band sembrava un po’ riservata. Con un pubblico tiepido come si è dimostrato quello di Zagabria, aspettarsi qualcosa di diverso era semplicemente utopico. Se li svegli solo con l’evergreen dei The Doors Light My Fire alla fine della parte regolare, vuol dire che l’umore da concerto è piuttosto triste. Gilbert, per esempio, non ha infilato i temi principali dei brani dei The Beatles prima di buttarsi nei due pezzi dei Racer X, e non abbiamo avuto nemmeno la breve e dispettosa parodia di Johnny Cash che a Lubiana invece aveva fatto.
Il bis, troppo carico di cover di Muddy Waters, Jimi Hendrix e AC/DC, si è rivelato di nuovo un po’ fastidioso, anche se grazie a quello la band è riuscita a ottenere qualche atomo in più di energia di ritorno dal pubblico. Che ha perfino riconosciuto il brano Down To Mexico. Ma purtroppo. Stavolta quell’elemento che è uno dei marchi di fabbrica dello show di Paul Gilbert – parlo del senso di “follia e monelleria”, cioè lo standard che Paul porta di solito sul palco – è stato, per così dire, castrato.
Il quartetto è intriso della routine dei musicisti professionisti. Per questo ha mascherato benissimo tutte queste osservazioni sulla freddezza del pubblico con un’esecuzione magistrale del materiale. Paul ha di nuovo tolto il fiato con la sua precisione unica, la velocità e il controllo assoluto, e con il dominio di ogni situazione, anche la più spinosa, che i chitarristi altamente istruiti di solito faticano a gestire. Il tipo ha quel pizzico di spontaneità. Improvvise eruzioni di esplosività sfrenata, attraverso le selvagge passeggiate delle sue dita diaboliche, sono bilanciate con maestria da passaggi piacevoli da ascoltare, costruiti su un massiccio muro di suono. E più o meno così pulsa dinamicamente anche l’umore, l’atmosfera, lungo tutto il concerto.
Gilbert dimostra di essere davvero un musicista perfetto. I brani dei suoi ultimi due album hanno costituito la maggior parte del materiale proprio presentato sul palco. L’esecuzione in studio è certamente divertente, ma è solo il concerto la vera prelibatezza musicale dalla ricetta unica “à la Paul Gilbert” che devi assolutamente gustare. L’entusiasmo quindi resta! Anche dopo la visita a Zagabria! E Gilbert, da quanto visto sul palco e dalla creatività e dall’ispirazione di questo momento, è senza dubbio in forma smagliante. E presto arriva il tour con i Mr. Big! Quindi restiamo ben tesi, in agguato. Vigili e soprattutto reattivi.
fotografie: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. Silence Following By A Deafening Roar 2. Fuzz Universe 3. Olympic 4. Rock Me Baby 5. The Last Rock And Roll Superstar 6. Scarified 7. Norwegian Cowbell 8. Green Tinted Sixties Mind 9. Will My Screen Door Stop Neptune 10. Technical Difficulties 11. Paul Vs. Godzilla 12. The Roundabout 13. Batter Up 14. Light My Fire —bis— 15. Propeller 16. I Want To Be Loved 17. Little Wing 18. Down To Mexico 19. I’m Not Addicted 20. Go Down
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