La rivelazione della teoria delle sei corde a Graz (2011)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Orpheum / Graz / Austria
Data del concerto: 04.03.2011
Presenze: 550
Prezzo del biglietto: 30,50€

Finalmente un concerto di quelli che definiresti un massaggio perfetto per le orecchie. Quando sai già che sarà una serata che ti restituisce molto più di quanto costa il biglietto. Steve Lukather – prima chitarra e anche voce di una delle band rock più incredibili che siano mai passate su questo pianeta, i maestri di brillanti composizioni rock Toto – è considerato uno dei migliori chitarristi al mondo. Da quando i Toto hanno più o meno smesso di funzionare e/o si rimettono insieme solo per qualche tour breve (occasionale, celebrativo, di beneficenza), Steve si dedica soprattutto alla carriera solista e, musicalmente, alle cose che lo divertono e lo ispirano di più. Così, in un lasso di tempo relativamente breve, ci ha regalato due album in studio fenomenali, entrambi piuttosto diversi ma irresistibili, perché racchiudono tutti i capolavori che culminano in un diamante da studio di perfezione musicale ogni volta che si ritrova nel ruolo del creatore, Steve Lukather con la sua bacchetta da direttore in mano.

Il mago e sapientone della chitarra è quindi in giro per l’Europa con un nuovo tour. Lo dedica alla promozione dell’attuale album in studio “All’s Well That Ends Well” (Mascot Records, 2010) – recensione di RockLine QUI. Dopo quasi un anno torniamo al piacevole Orpheum Theater, un locale che nella sua lunga carriera ha ospitato tantissimi grandi nomi del mondo della musica. Dal jazz al metal e tutto quello che c’è in mezzo. Ma ultimamente i concerti in questo posto sono diventati una rarità, anche se la location è l’ideale per il tipo di concerti di un artista come Steve Lukather.

Luke ha messo insieme un quartetto per questo tour.  Steve Lukather ovviamente canta e suona la chitarra, al ritmo ci pensano il batterista Eric Valentine e la bassista Renee Jones, dietro alle splendide tastiere Clavia / Nord (le usano anche i Siddharta) c’è l’altro Steve – il maestro Steve Weingart. Luke e compagni sono saliti sul palco dell’Orpheum alle otto in punto di sera e, come ci si aspettava, hanno aperto il concerto con il brano d’apertura del nuovo album “All’s Well That Ends Well”, tutto riff e botta dritta: Darkness In My World.

Il locale si è riempito per bene, il che è da lodare, viste le esperienze delle visite passate all’Orpheum, che hanno confermato come da queste parti dell’Austria non si presti troppa attenzione all’ottima offerta concertistica dell’anno. Luke ha portato in sala circa 500 teste. Lo spazio era pieno, ma non stracolmo. I celebri Asia, che a maggio dell’anno scorso hanno suonato nello stesso posto, avevano alle spalle una folla di 250 teste, mentre i Nazareth, pochi giorni dopo, hanno fatto il pienone (800 teste). Luke quindi se l’è cavata molto bene da questo punto di vista. C’erano anche tanti sloveni, e già nelle prime file si sentiva subito un bel po’ di vapore, sollevato dal focolaio di un pubblico estremamente attivo. Gli occhi si sono incollati subito alle dita magiche del maestro, e sì: tanti professori di chitarra e chitarristi nel pubblico, proprio sotto il palco, con una faccia da dottori impassibili seguivano con attenzione, nella luce di una vigile sensibilità, le trovate e le magie sul palco di Lukather.

Il suono, fin dalla prima nota, ha soddisfatto ogni esigenza. Ha offerto un intreccio di strumenti pieno, caldo, attivo e dinamico e una distribuzione eccezionale dell’immagine sonora del concerto. La prima parte del concerto ha ripercorso la discografia di Luke. Così Luke ci ha portati prima nell’album “Luke”, con i ritmi ciccioni e la connotazione erotica di Always Be There For Me. Proprio in questo pezzo si è espressa direttamente la grandezza dell’intesa tra i musicisti, la cui compattezza sonora ha lasciato di sasso per la precisione estrema. Non dicono a caso che i musicisti di colore hanno il ritmo nel sangue. Anche Always Be There For Me, con il suo ritornello melodico, ha rafforzato l’atmosfera dell’apertura del concerto e l’ha portata a un livello superiore con un groove funky ritmato. Extinction Blues (dall’album “Candyman”, 1994) ha proseguito con la piacevole sensazione di un repertorio fuori dall’ordinario e ha portato una sorpresa con la sua presenza, mentre la band con lei ha continuato a mantenere il lato rockettaro e carico della prima parte del concerto. Dopo di che il mago della chitarra si è preso qualche istante per tirare il fiato e  salutare i presenti in sala con un breve discorso. La band scala la marcia alta dell’apertura e scarica l’aria con la dondolante Stab In The Back, che ridà vita a “incontri ravvicinati di tipo lukeriano” con l’eredità di Steely Dan. La teoria delle sei corde è stata finalmente rivelata, dopo che Steve ha spiegato che a volte da una donna semplicemente non ottieni esattamente quello che ti aspetti. Così la posizione 69 salta, e il ripiego con cui l’uomo deve rassegnarsi è il 68! Un pezzo che è finito nell’album solista di Lee Ritenour Six String Theory (dove, oltre a Luke, ospita un altro diavolo della chitarra – Neal Schon dei Journey – e perfino il riccioluto, impresentabile Slash dei Guns N’ Roses). Qui Luke si prende tutta la scena con acrobazie strepitose del suo inconfondibile mondo artistico, mentre la band tira fuori un vero dinosauro del rhythm & blues con Brodie’s dal nuovo album, dove il suono vellutato dell’organo avvolge saldamente il ritmo ciccione del pezzo. Con la voce di Steve Lukather a questo punto va tutto a meraviglia. Il ritornello conferma un’eccezionale complementarità con le armonie multivocali che nel coretto portano Renee Jones e Steve Weingart. Segue un discorso sentito e una dedica al compianto Gary Moore, ma Steve non si lancia in una sua cover, bensì direttamente in Up From The Skies di Hendrix, e ridefinisce l’esperienza solistica con un’improvvisazione divina, per la quale dal cielo non gli ha sorriso solo Gary Moore, ma lo stesso Jimi Hendrix.

Luke si ritira dietro le quinte e il trio attacca una lunga jam collettiva, che non smette di entusiasmare per la stratificazione musicale di tre strumentisti. La dedica al compianto Jeff Porcaro e il brano Song For Jeff hanno portato sul palco prima di tutto i due Steve. Lunghi pull off, effetto sustain e un uso generoso del tremolo in innumerevoli variazioni, con l’attributo ben evidente dell’imprevedibilità dello sviluppo. Nella seconda parte si aggiunge anche la sezione ritmica. A questo punto era interessante osservare come i musicisti comunicano tra loro sul palco. Soprattutto Valentine e Weingart si tenevano d’occhio, mentre Lukather per il finale ha spezzato la melodia in modo totalmente jazz in un assolo scatenato. Il lamento conclusivo della chitarra è passato quasi inavvertitamente in Don’t Say It’s Over, uno dei pezzi più forti del nuovo album, e Lukather, come gli altri tre, ha di nuovo lasciato a bocca aperta con un’intesa eccezionale. Proprio qui è emerso in particolare lo straordinario controllo sulla chitarra che Steve possiede, e la band ha suonato il brano come strumentale.

Sugli strumentali sono rimasti. Ecco Tumenscent, guidata da un riff di chitarra affilato, e di nuovo il quartetto entusiasma con uno sviluppo del brano impostato in chiave progressiva, soprattutto con il ritmo spezzato. In linea di principio un osso duro, che il quartetto ha superato con una leggerezza da piuma, divertendosi un mondo. La parte centrale è stata arricchita anche da un breve inserto di assolo di batteria.

Dopo di che è arrivato un momento che per più di uno dei presenti resterà un brutto ricordo. Nel bel mezzo di un discorso sentito, prima dell’esecuzione di While My Guitar Gently Weeps di Harrison. Steve nel suo discorso era tutto fuorché noioso, eppure in sala si è trovato un “promettente” del posto che ha urlato a Lukather sul palco di stare zitto e suonare (“Shut up and play your music!”). Lukather è rimasto senza parole, ha alzato gli occhi al cielo, ha preso fiato e per un po’ è rimasto completamente immobile. Evidentemente una mossa del genere non se l’aspettava proprio. Così ha chiesto al gradasso se a casa sua gli ospiti quando arrivano si mettono anche a strillare. Con il dito medio della mano destra alzato ha liquidato lo scemo e ha accompagnato il gesto con un: “We’ll play!” Da lì in avanti Steve non è stato più lo stesso. Si è impossessato di lui il nervosismo, il disagio. Lo si è sentito in qualche nota che durante gli assoli non è stata suonata con precisione. Ha cominciato perfino a lanciare i plettri sul palco, dietro di sé e non tra la gente, e anche i contatti visivi con il pubblico si sono fatti sempre più rari. Ad ogni modo, durante l’eccellente While My Guitar Gently Weeps il pubblico dell’Orpheum si è in parte riscattato con il chitarrista cantando a squarciagola il ritornello. Segue una sorpresa! La scelta di un brano dei Toto, infatti. Out Of Love, finita nel “best of” “Past To Present” come bonus track, che ridà vita al lato meno allegro della storia con il cantante Jean Michel Byron, che la casa discografica Sony impose ai Toto all’epoca.

Già While My Guitar Gently Weeps aveva mostrato che la voce di Steve non è più delle più fresche e che a dargli problemi sono soprattutto le note alte; Out Of Love e dopo di lei Tears Of My Own Shame, per il resto fantastica, condita con il dramma di un’erotica blues soul e tratta da “Luke”(1997), hanno solo confermato una parziale usura vocale del chitarrista. Tears Of My Own Shame per struttura deve molto alla figura e all’opera di Jimi Hendrix, per cui Lukather l’ha giustamente allungata fino alla Little Wing di Hendrix, che ha di nuovo trasformato da maestro e migliorato a tutto tondo con una nuova eccezionale gita solistica, piena di stravaganza chitarristica. Ma non era ancora finita. Da Little Wing la band è passata a una “jam” più lunga, dove hanno spadroneggiato suoni rigorosamente orientali, che non volevano proprio finire, con cui la band ha alzato ancora l’umore, in linea con l’avvicinarsi della chiusura del concerto. La parte regolare si chiude con la nuova Can’t Look Back, un bel richiamo a quello che i Toto hanno offerto con l’ultimo album “Falling In Between” (2006) e che ci starebbe benissimo lì dentro. La sala si risveglia e accompagna la band dietro le quinte con ovazioni fragorose.

Lukather è entusiasta del nuovo album, tanto da presentarlo abbondantemente al pubblico anche nel bis d’obbligo, quando si è lanciato nella vivace e scherzosa Flash In The Pan. Come ormai da qualche anno è consuetudine nell’esecuzione del repertorio dal vivo, Steve ha salutato il pubblico di Graz risvegliando ancora un po’ di “Toto-mania” tra i presenti in sala e, da solo con la chitarra acustica, ha strimpellato come commiato il brano The Road Goes On, da “Tambu” (1995).

L’ipnosi della magia musicale di pura perfezione e brillantezza da palco. Sono le parole più modeste con cui posso descrivere l’esperienza del concerto di Steve Lukather e della sua band. Due ore e venti minuti che sono volate come se non ci fossero mai state. Il maestro resta il maestro. Senza quell’escalation nella seconda parte del concerto, le sensazioni sarebbero state di sicuro ancora più forti e le impressioni ancora più intense, eppure. Un’esperienza che merita tutta l’attenzione, se ci tenete anche solo un po’ a voi stessi e vi importa cosa recepiscono i vostri meccanocettori quando si incontrano con la magia della musica. Speriamo che ci siano ancora tante occasioni così.

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Darkness In My World 2. Always Be There For Me 3. Extinction Blues 4. Stab In The Back 5. 68 6. Brodie’s 7. Up From The Skies 8. Strumentale (Weingart / Valentine / Jones) 9. Song For Jeff / Don’t Say It’s Over (versione strumentale) 10. Tumescent / Eric Valentine Drum Solo / Turmescent (uscita) 11. While My Guitar Gently Weeps 12. Out Of Love 13. Tears Of My Own Shame / Little Wing / jam 14. Can’t Look Back —bis— 15. Flash In The Pan —secondo bis— 16. The Road Goes On

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