Paganfest 2011 – quando i vichinghi death metal asfaltano i pifferai pagani!

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Cvetličarna, Lubiana
Data del concerto: 22.03.2011
Spettatori: 700
Prezzo del biglietto: 25€

Negli ultimi anni le grandi agenzie di booking sono sempre più attratte dal modello americano dei tour-festival, in cui in un’unica serata, in un palazzetto, si esibiscono parecchie band, di solito dello stesso genere o giù di lì. Una delle principali promotrici di questa formula in Europa è l’agenzia Rock the Nation, che va forte con i suoi tour Thrashfest, Heidenfest, Full of Hate, Neckbreakers Ball e Paganfest (ci sono anche Bonecrusher e Never Say Die, targati Avocado Booking). Proprio quest’ultimo ha fatto tappa per la prima volta dalle nostre parti con orde di band pagan/folk/viking metal, tra le quali spiccavano nettamente i death metaller svedesi Unleashed.

Visto l’inizio assurdamente anticipato, purtroppo mi sono perso i primi a salire sul palco, i druidi del bosco di pietra, Kivimetsän Druidi. A sentire chi c’era, comunque, non mi sono perso granché. A parte le stonature della cantante, hehe.

I druidi sono stati seguiti sul palco dagli israeliani Arafel, che suonano folk metal, ogni tanto mescolato e arricchito con elementi più aggressivi di black metal. Purtroppo questo non vuol dire che la band offra qualcosa in più che la distingua dal mare di gruppi uguali uguali (Ensiferum, Finntroll e compagnia). La band può vantarsi, a quanto pare, del disco più venduto di tutti i tempi in Israele (il secondo, Second Strike: Through the Flames of the Ages), ma quando senti gli Arafel capisci piuttosto bene perché nel resto del mondo non siano più conosciuti. Sono soprattutto una band generica, con i tipici passaggi epici e pseudo-folk e linee strumentali più aggressive, ma pur sempre melodiche e tagliate con l’accetta. Hanno portato sotto il palco un po’ più di gente di quanto sia normale per una “no-name” di apertura, ma sospetto che la popolazione maschile, in gran parte, si stesse soprattutto rifacendo gli occhi sulla simpatica violinista Eveline Guez. Quella femminile, invece, sull’ex cantante degli Equillibrium Helge Stang, che con il suo approccio vocale aggressivo e brutale ha fatto egregiamente la sua parte.

Un po’ più di energia l’hanno portata sul palco i lupi bavaresi Varg, che con un’esibizione sicura e infuocata sono finalmente riusciti a scuotere il pubblico impaziente. I membri della band, bardati con colori di guerra e armature, si sono lanciati nella loro mezz’ora come lupi affamati, sciorinando in fretta tutti e tre i dischi pubblicati finora. L’esibizione carica di energia è scivolata via tra parti strumentali pompose e dal respiro ampio e soluzioni interessanti con pochi strumenti folk (grazie a Dio). Il pubblico è stato incendiato con successo dal frontman Freki, e sorprendeva vedere che il gruppo ha da noi persino un bel numero di fan. Era interessante, in un approccio più serio al pagan/black metal, senza i cretini inni a gnomi, alcol e altre cianfrusaglie della maggior parte dei folk metal di oggi, sentire testi cantati esclusivamente in tedesco, il che ha dato all’esperienza un’impronta d’autore ancora più forte. I Varg hanno fatto il loro lavoro con sicurezza e hanno spinto la serata in una marcia più alta.

Con l’esibizione dei finlandesi Moonsorrow siamo invece scivolati in sfere più eteree: senza dubbio una delle band più uniche in mezzo all’alluvione di cloni folk metal. Il loro show, immerso in tonalità di blu scuro, è venuto fuori splendido, perché così le lunghe parti strumentali sono risultate ancora più mistiche e quasi trance. Nonostante i brani lunghi, i Moonsorrow riescono a mantenere la coerenza, così le parti ripetitive non suonano monotone, ma anzi sottolineano l’essenza del racconto epico del gruppo. Il canto del folklore finlandese nei pezzi cantati esclusivamente in finlandese risulta molto più autentico, e la voce sofferta e aggressiva porta benissimo nella musica racconti epici, di battaglia e pieni di morte. Nonostante il notevole successo degli ultimi anni, i ragazzi restano ancora fedeli a se stessi e scrivono i testi ancora solo in finlandese. Bravi! I Moonsorrow suonano così originali e autentici che ti viene quasi voglia di cingerti una spada, dipingerti con i colori di guerra e partire per una sanguinosa spedizione. Magari una specie di inquisizione pagana, hehe. L’atmosfera i Moonsorrow la costruiscono splendidamente con tastiere ambientali, che non conoscono assoli masturbatori alla Sonata Arctica o Stratovarius, ma si limitano a fare da mattone dell’atmosfera e da completamento delle linee di chitarra epiche e pompose. I Moonsorrow hanno fatto un ottimo lavoro con i loro tre quarti d’ora e avrebbero potuto tranquillamente occupare il posto di headliner, se non fosse stato per i successivi protagonisti, che per tutti gli altri partecipanti al Paganfest di quest’anno hanno significato esattamente ciò che dice il titolo.

Per gli dei è suonata definitivamente la campana a morto e il martello divino si è abbattuto con tutta la sua forza sulla Cvetličarna. Dai drakkar sono balzati sul palco i sanguinari, leggendari vichinghi del death metal svedese Unleashed. La band guidata dal leggendario Johnny Hedlund, che per la sua militanza nei cult Nihilist è considerato il patriarca del death metal svedese, propone da ben vent’anni un death metal spietato e unico, che canta di vichinghi. Gli Unleashed, anche dopo vent’anni, non sono per niente sfiancati e senza ombra di dubbio hanno offerto l’esibizione più energica ed esplosiva del Paganfest. Sotto la guida autorevole di Johnny, che ha sorpreso con una voce rimasta brutale e aggressiva, ma comunque perfettamente comprensibile, gli Unleashed hanno colpito senza compromessi con un set eccellente, pieno di classici, ma chiaramente con l’accento sul disco attuale As Yggdrasil Trembles. Gli svedesi sono ancora oggi preparatissimi, perché lo show è stato suonato alla grande, senza errori e con un unico, puro getto death metal. Il basso di Hedlund scavava come una ruspa, la coppia di chitarre tagliava senza pietà con veri riff death metal di scuola svedese, e il rullare di cannone dei tamburi rimbombava come il colpo del martello di Thor. Gli Unleashed ci hanno fatto una bella sorpresa con la coppia micidiale dallo storico debutto Where No Life Dwells, Before the Creation of Time e l’inno Into Glory Ride, e non sono mancati nemmeno classici come Hammer Battalion, The Longships are Coming, Don’t Want to Be Born e Midvinterblot. Era bello vedere che durante l’ottima esibizione degli Unleashed sotto il palco si scatenava un vero caos, di mosh pit ce n’era a profusione, e a occuparsene sono stati probabilmente soprattutto i spettatori più grandi. Gli Unleashed sono stati senz’altro come il fulmine di Odino, rapidi e luminosi come un lampo, e si sono lasciati dietro una Cvetličarna bruciata e devastata. Gli Unleashed sono la prova vivente che i sedicenti viking metaller Amon Amarth possono solo nascondersi, spaventati, vergognosi e deboli, sotto il sasso più vicino! I vincitori indiscussi del festival, anche per anzianità di servizio, avrebbero dovuto esibirsi da headliner, e comunque spero che tornino presto da queste parti con un vero concerto da headliner e quindi anche con una scaletta più lunga.

L’onore di chiudere la serata al Paganfest di quest’anno è toccato a vecchie conoscenze dei palchi sloveni, i folk metaller finlandesi Korpiklaani. È incredibile vedere che questo gruppo continua a guadagnare popolarità, anche se almeno gli ultimi tre dischi si ripetono pesantemente e affondano sempre più nella monotonia. Anche dal vivo era subito evidente che era sparita quell’originalità, quella scintilla e quell’energia che fino a pochi anni fa definivano e distinguevano così tanto il gruppo. Tutti quanti erano statici all’estremo, persino i due chitarristi, di solito energici e festaioli, Jonne e Kalle. Per non parlare delle facce di cera del bassista Jarkko e del fisarmonicista Juho. Perfino i brani amati dal pubblico come Wooden Pints e Cottages and Saunas sono suonati fiacchi e noiosi, e i Korpiklaani stavolta si sono permessi addirittura una vera e propria profanazione del classico dei Motörhead, Iron Fist. Se l’avesse sentita Lemmy, probabilmente sarebbe salito su un panzer e avrebbe spianato di persona il palco della Cvetličarna. L’esibizione dei Korpiklaani stavolta è stata secchissima e, tra idiote odi da ballo all’alcol, si è risolta in un nulla di fatto. La prova che il gruppo affonda sempre più nella mediocrità più totale?

Foto: Rok Klemše

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