Come i Samael accendono la luce del mondo e i Melechesh il fuoco regale alla Menza pri koritu! (2011)

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Autore: Rok Klemše

Luogo: Menza pri koritu, Lubiana
Data del concerto: 13.09.2011
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 20€/24€

I veterani svizzeri Samael, che con le loro prime uscite black metal pionieristiche hanno tracciato la strada al black metal europeo a sud della Norvegia, sui nostri palchi non sono certo dei perfetti sconosciuti. L’ultima volta li abbiamo visti profanare i nostri palchi lo scorso dicembre, ma in compagnia sbagliata, quella degli headliner Finntroll, e non hanno fatto il botto che avrebbero potuto fare. Se allora gli svizzeri promuovevano l’EP Antigod, che annunciava il disco Lux Mundi, stavolta sono partiti in tour con un album fresco di stampa e accolto molto bene. Uno degli ultimi giorni caldi e soleggiati di settembre non era proprio il massimo per l’atmosfera di una serata black metal, ma che goduria bersi una birra al sole prima del concerto e prepararsi alla lenta cottura nella sauna svizzera che ci aspettava. Un bel po’ di scetticismo prima del concerto veniva soprattutto dalla location, perché proprio non si riuscivano a immaginare quei suoni moderni, industrial, nel “buco” della Menza pri koritu. Ma, come si è visto, è stato ancora più difficile digerire le prime due band di supporto.

Davanti a una sala vuota, i primi a salire sul palco sono stati gli svizzeri Fluxious. Il sopracciglio si è alzato subito, già dall’inizio, per via del look della cantante, vestitino con fiocco e scarpe coi tacchi, che sembrava essersi presentata con i Fluxious a un ballo di fine liceo. E anche la loro musica faceva la stessa impressione goffa, come ascoltare una band amatoriale della scuola. La voce dolce della cantante e le melodie pop jazzate della band non convincevano per niente, e si è visto anche dal numero di persone sotto il palco: contate sulle dita di una mano (di un macellaio distratto). Magari in un altro contesto i Fluxious avrebbero fatto più colpo, stavolta però sono sembrati… strani, come se a un vegetariano convinto (o peggio ancora, a un vegano eco-bio) servissi una bella T-bone steak grassa e succosa.

Quando pensavo che, finiti i Fluxious, sarebbe finalmente partito quel vero concerto metal che tutti aspettavamo, invece di avvolgersi nel nero e nel fuoco infernale del black metal, il palco ha preso una deviazione inaspettata verso il ghetto. Sul palco della Menza pri koritu si sono lanciati direttamente dagli “hood” svizzeri i Minkus, che fino ad allora per me e probabilmente per la gran parte dei presenti erano un mistero totale. Be’, hanno fatto presto a dimostrare di essere solo un brutto clone delle band “rap metal” degli anni Novanta, con i Limp Bizkit in testa. Così, in mezz’ora di show, ci siamo beccati un atteggiamento jump-da-fuck-up, mosse quasi groove e il solito cliché del mix di urla e rap, che ha stonato con il concept della serata forse ancora più dei Fluxious. La cantante, minuta e magrolina, a tratti tirava fuori un vocal aggressivo e brutale da fare invidia, ma è tutto ciò che mi è rimasto di questa band di supporto assolutamente inutile, che evidentemente ha messo mano al portafoglio per comprarsi un posto in apertura a questo tour. Fo shizzle, yo.

Per fortuna, a quanto pare non c’è due senza tre, perché il debutto da noi dei Melechesh, formazione “mesopotamian blackened thrash metal”, è stato un centro perfetto. La band guidata dal carismatico frontman Ashmedi ci ha regalato un’ora di viaggio mistico e occulto tra miti e leggende sumeri e mesopotamici, e in un modo che dal vivo spiega chiaramente perché questa band, nell’ultimo anno o due, sia uscita dall’underground in modo così potente. Se con i primi tre album i Melechesh nuotavano ancora nell’oscurità, con il disco precedente, il capolavoro Emissaries, sono saliti tra i nomi più grandi e rispettati del genere, e con il nuovo magnum opus The Epigenesis, uscito per la Nuclear Blast, hanno ulteriormente consolidato una forma fenomenale e la scalata tra i grandi nomi del black metal. La band ha avviato senza pietà una macchina ben oliata che sputava un pezzo devastante dopo l’altro, e la natura orientale della musica è stata sottolineata anche a livello visivo e olfattivo con gli incensi profumati. La scaletta era fatta in gran parte di pezzi del nuovo album e di Emissaries; il salto più indietro nel tempo i Melechesh l’hanno fatto con l’album Sphynx e Triangular Tattvic Fire. Ci sarebbe stato benissimo qualche pezzo in più, per esempio Genies, Sorcerers and Mesopotamian Nights, mentre un’epica tipo Caravans to Ur possiamo solo sognarcela (anche se la band promette che ogni tanto dal vivo suonerà anche la suite di 11 minuti The Epigenesis; cosa che stavolta purtroppo non è successa). La band ha dimostrato che nei Melechesh tutti gli strumenti contano davvero: il batterista Xul ha riempito con dignità le scarpe del precedente batterista Proscriptor (Absu), con le pelli che soffrono sotto i suoi colpi come schiavi frustati che costruivano le piramidi. Sorprende che in una band black metal anche il basso abbia un ruolo importante, ma la cosa più bella è senza dubbio ascoltare le linee di chitarra di Ashmedi, mozzafiato e dal sapore orientale, e si è mostrato sicurissimo anche il session guitarist Aethyris (ex-Absu), che come da tradizione dei Melechesh ha aperto il concerto nascosto sotto un foulard. Stavolta Ashmedi ha deluso con una comunicazione scarsa col pubblico: ha dedicato più tempo alla sua chitarra, ogni tanto buttando lì una frase fatta o due. Un meno se lo meritano i ragazzi anche per il suono purtroppo un po’ scadente e per la scaletta, identica a quella che i Melechesh avevano suonato nel tour con i Nile all’inizio di quest’anno. Comunque, il debutto della band da noi resterà un bel ricordo, soprattutto grazie al pubblico carico, che ha dato le ali al gruppo, per cui spero che la prossima volta il fuoco regale da noi si accenda con litri di benzina e un tour tutto loro.

Le dive del black metal norvegese Keep of Kalessin sono da qualche anno una presenza fissa sui nostri palchi, e già solo per questo sarebbe stato sensato che i KoK scaldassero il pubblico per i Melechesh e non il contrario, ma pazienza, così abbiamo avuto qualche minuto in più per rinfrescarci fuori dalla sala, che si scaldava più in fretta delle rappresentanti del gentil sesso (e probabilmente di qualche rappresentante del “sesso forte”) durante l’esibizione dei bellimbusti norvegesi. I KoK all’inizio dell’anno ci avevano sorpreso con un’ottima forma e un’esibizione spettacolare nell’ambito del Bonecrusher festival, ma stavolta hanno rovinato ogni illusione di un ritorno sulla retta via con uno show noioso e senza mordente, coronato da una scelta di pezzi identica a quella che ci era toccata a marzo. Ovviamente i norvegesi non ci hanno reso felici con nemmeno un pezzo dal loro magnum opus Armada, in compenso ci hanno rimpinzato per bene con i pezzi degli ultimi due dischi… e naturalmente non poteva mancare nemmeno l’hitttino eurovisivo The Dragontower. Con i draghetti negli occhi i KoK hanno salutato dalla passerella, ehm, dal palco, e sono spariti nell’oblio. Fino a quando tra qualche mese non ci renderanno di nuovo felici, probabilmente di nuovo con la stessa identica scaletta. Evviva!

Fino a quel momento ci eravamo goduti solo i Melechesh, mentre gli altri ci erano rimasti più o meno di traverso, ma i veterani Samael, come è giusto che sia, hanno chiuso la serata in grande stile. Anche se la Svizzera la conosciamo soprattutto per il formaggio coi buchi, gli orologi, i coltelli e Ricoliiiiiiiiiiiiii, questo paese dell’Europa centrale è anche la casa di almeno tre band cult che hanno lasciato un segno profondo nella storia del metal: Hellhammer/Celtic Frost, Coroner e sì, anche i Samael. Questa formazione svizzera si è fatta notare con i suoi primi due album, Worship Him e Blood Ritual, che ancora oggi sono tra i migliori rappresentanti della seconda ondata del black metal, e con la sua produzione successiva ha posto le basi del “post” black metal e dell’industrial. I Samael hanno messo in scena una serata potente di ottimo industrial, sostenuto da un forte elemento visivo, soprattutto le proiezioni mistiche, che hanno potenziato in modo efficace l’aura di enigmaticità e mistero che circonda i Samael. Gli occhi sono rimasti per tutto il concerto puntati sul carismatico frontman Vorph, in uniforme con giacca rossa e gonna, che ha cantato in modo crudo e aggressivo pezzi scelti con cura, rappresentativi di tutte le ere della band. I fan old school sono stati accontentati soprattutto con il trittico infernale di classici Baphomet’s Throne, Flagellation e Into the Pentagram. Sulle ali della splendida performance di Vorph e dei suoni martellanti dell’industrial abbiamo poi navigato ancora sotto la pioggia, nei buchi neri e fino a Giove; alla bella prestazione ha contribuito anche il chitarrista, che nonostante il caldo infernale si è girato sul palco per tutto il tempo come una bambina col hula hoop, e il flessuoso e vivace Xy, che stavolta più del solito ha pestato anche sui tamburi. L’unico Vorph, pieno di mosse e gesti studiati ma estremamente efficaci, ha tenuto il pubblico professionale in pugno dal primo all’ultimo secondo, quando i Samael si sono congedati con il classico My Savior.

I Samael, come si addice al loro nome, sono stati il culmine della serata, con il sudore che alla Menza colava dalle pareti, e la partecipazione intensa del pubblico si è interrotta per un attimo solo quando il caldo ci ha cacciato fuori dalla sala per qualche momento. L’ottima energia della band e uno show di quasi due ore sono un bel viatico per la prossima volta che gli svizzeri passeranno da noi.

Fotografie: Nina Grad

Scaletta

MELECHESH: 1. Illumination: The Face Of Shamash 2. Sacred Geometry 3. Deluge of Delusional Dreams 4. Ladders To Sumeria 5. Grand Gathas Of Baal Sin 6. Triangular Tattvic Fire 7. Ghouls Of Nineveh 8. Rebirth Of The Nemesis

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