Intervista a Vorph: Samael, religione e Laibach! (2012)
Autore: Rok Klemše
Luogo: Menza pri koritu, Lubiana
Data dell’intervista: 13.09.2011
I veterani svizzeri Samael, che con le loro prime uscite black metal pionieristiche hanno tracciato la strada al black metal europeo a sud della Norvegia, non sono certo degli sconosciuti sui nostri palchi. L’ultima volta sono passati da noi lo scorso settembre, nel tour a supporto dell’ultimo disco, Lux Mundi. Una delle ultime giornate calde e soleggiate di settembre non era proprio l’ideale per l’atmosfera di una serata black metal, ma ci stava benissimo prima del concerto, in compagnia della mente della band, il chitarrista e cantante Vorph: una birra al sole per prepararsi a cuocere a fuoco lento nella sauna svizzera che sarebbe seguita. Con Vorph abbiamo parlato dei temi del disco, dell’evoluzione dei Samael, della scena metal svizzera e dei Laibach.
RockLine: Avete appena pubblicato il nuovo disco Lux Mundi, il cui titolo viene dalla Bibbia.
Vorph: Esatto, nella Bibbia c’è scritto che la Chiesa è la Luce del mondo, e il titolo è in latino per un motivo ovvio: era la lingua dell’epoca. Noi invece la vediamo proprio al contrario: la Chiesa inganna la gente e la acceca. La luce del mondo sono le persone, le loro scelte, i legami che si creano tra loro. Questa è un po’ l’idea di fondo del disco, e un paio di titoli sono collegati direttamente a quello dell’album, come Let My People Be e Lux Ferre. Anche quest’ultimo avrebbe potuto essere il titolo del disco, ma non volevamo un pezzo con lo stesso nome dell’album, perché non volevamo che un solo brano finisse sotto i riflettori.
RockLine: Hai detto che il titolo è un riferimento alla Chiesa. Che ne pensi del fatto che la Chiesa fa l’esatto opposto di ciò che predicava Gesù? Cioè che la fede dovrebbe essere la luce del mondo per ogni individuo, non un’istituzione.
Vorph: Certo, non nego che nella Bibbia ci sia anche una filosofia positiva, ma è pure piena di cazzate che devi saper filtrare.
RockLine: Tipo una favola della buonanotte.
Vorph: Proprio così, sono storielle con una morale, a cui però devi arrivare da solo. Ma siamo tutti adulti, non abbiamo bisogno di qualcuno che decida e scelga al posto nostro. Se esiste un libro che dovrebbe guidare l’opinione di tantissime persone, già in partenza è un grosso errore. Non importa quale libro sia. Anche se fosse il libro più bello del mondo sarebbe sbagliato, perché sarebbe una dittatura del pensiero. E lì si nasconde un pericolo enorme. L’hanno vissuto i paesi comunisti, la Germania nazista. Certo, lì non si trattava di religione, ma la sostanza è la stessa.
RockLine: Per volontà, per l’idea di un singolo uomo.
Vorph: Sì, tutta la filosofia di uno Stato è stata costruita sull’idea di una persona sola o di un’élite. Non riesci a immaginare il mondo intero come un unico grande Stato, anche se non è un’idea a cui sarei contrario.
RockLine: Intendi un grande Stato utopico?
Vorph: Non mi definirei un utopista, ma credo che non dovremmo aver paura se i nostri sogni e le nostre idee vanno in quella direzione. Probabilmente non è un traguardo che raggiungeremo, ma è un traguardo che merita i nostri desideri e le nostre aspirazioni.
RockLine: E dove collocheresti il nuovo album nell’insieme della discografia, del concept, del quadro generale dei Samael?
Vorph: Penso che ci stia molto bene. Il nostro obiettivo era ripartire da zero, con un approccio fresco, per non rifare il disco precedente. Prima avevamo registrato il progetto Above, che abbiamo pubblicato come Samael. Sapevamo che non sarebbe stato il predecessore di questo disco, perché era stata una cosa una tantum. Ma non volevamo nemmeno che fosse il successore di Passage, Solar Soul o di qualunque altro album del passato. Con questo disco però abbiamo cercato di tenere alcuni elementi di Passage e Ceremony of the Opposites, perché pensiamo che valgano la pena. Abbiamo provato a ricordarci come sarebbe stato se fosse stato il nostro primo disco. Abbiamo cercato di riaccendere la scintilla creativa che avevamo agli inizi.
RockLine: Quindi è un mix tra i vecchi e i nuovi Samael?
Vorph: Sì, probabilmente è così. Volevamo più parti orchestrali, che su Passage c’erano parecchio, mentre con gli elementi alternativi di Eternal ci eravamo allontanati da quel suono.
RockLine: Come con Era One?
Vorph: Sì, ma anche quello era un progetto. Era One e Above fanno entrambi parte della discografia dei Samael, ma allo stesso tempo ne restano fuori. Above è stata una nostra scelta, mentre per Era One ha deciso l’etichetta: noi volevamo pubblicare il disco con il nome del progetto, Era One, e invece l’etichetta ha deciso di farlo uscire come album dei Samael.
RockLine: Hai nominato Above. Com’è nata la decisione di pubblicarlo?
Vorph: I pezzi li avevamo già da prima, ma non avevamo mai portato il tutto in fondo. Avevamo appena finito un tour, avevamo tempo, d’estate non c’erano molti festival ed era l’occasione giusta per chiuderlo. All’inizio nasceva ancora come progetto separato dai Samael, ma quando l’abbiamo finito ci siamo accorti che dentro c’era del materiale davvero potente, che meritava di uscire come Samael. Insieme a Era One rappresenta i due estremi dei Samael, e la decisione di pubblicare Above come Samael in qualche modo bilancia la nostra discografia.
RockLine: Se andiamo ancora più indietro nel tempo: eravate consapevoli che i vostri primi due album e poi Passage avrebbero lasciato un segno così forte?
Vorph: No, non è una cosa di cui puoi essere consapevole, ma puoi sentirla. Con Passage, per esempio, durante le registrazioni in studio arrivavano dei giornalisti e dalle loro reazioni capivamo che avevamo per le mani qualcosa di buono. Erano molto sorpresi, non si aspettavano che andassimo in quella direzione. Però c’era anche tanta gente scettica: perfino l’etichetta ci disse di fare in studio quello che volevamo, ma di non suonarlo dal vivo, perché i fan ci avrebbero voltato le spalle. E in effetti avevano ragione, ancora oggi la gente ci chiede quando riprenderemo un batterista. Ma mi piace fare le cose a modo nostro, senza adattarci agli altri.
RockLine: Hai parlato dello scetticismo dell’etichetta. Tu personalmente, o la band nel suo insieme, avete avuto dubbi, paure…
Vorph: Certo, ma i dubbi ce li hai spesso. Per noi era soprattutto una questione di sensazione: avevamo il coraggio di sacrificare tutto quello che ci eravamo guadagnati fino a quel momento per qualcosa in cui credevamo? Era soprattutto un rischio, e sì, eravamo pronti a prendercelo. Già prima del cambio di suono avevamo un tastierista, che ironia della sorte ci ha lasciati proprio poco prima di quel cambiamento. Volevamo sperimentare con suoni diversi e sono contento che abbiamo fatto quel passo.
RockLine: Però non è stato un cambiamento improvviso, ma un’evoluzione del vostro suono.
Vorph: Diciamo così. Tra Ceremony e Passage abbiamo pubblicato il mini album Rebellion, su cui abbiamo registrato di nuovo due pezzi, una cover di Alice Cooper e un brano, Rebellion, per cui abbiamo programmato la batteria. Non ci rendevamo conto che quello sarebbe stato il nuovo suono dei Samael, ma se lo ascolti oggi è tutto cristallino. Rebellion è un mini album che per noi ha rappresentato una specie di transizione. Non era pianificata, ma è proprio quello che dici. Se ascolti la nostra discografia, in realtà è una specie di flusso, un «flow». Se il flusso è naturale devi seguirlo, anche se ovviamente puoi cambiare una cosa consapevolmente da un momento all’altro.
RockLine: Ma in quel caso non resti fedele a te stesso.
Vorph: Vero. Ma se non ci fossimo lasciati andare a quel flusso, per esempio, il disco Above non sarebbe uscito come Samael. Con quell’album c’era stata una rottura totale con il nostro stile di allora e lo sapevamo, ma volevamo comunque pubblicarlo come Samael. Con quel lavoro volevamo sorprendere sia la gente che noi stessi. Quando abbiamo ascoltato il disco ci siamo resi conto che avremmo suonato qualche pezzo come Samael, ed era strano. Durante il tour americano con i Carcass suonavamo davanti a un pubblico molto più estremo dei nostri ascoltatori abituali, ma quando abbiamo suonato per la prima volta Black Hole abbiamo avuto reazioni davvero ottime e abbiamo capito che avevamo qualcosa di buono.
RockLine: Al cambiamento musicale è seguito anche un cambio di tematiche. Dopo i primi due album vi siete allontanati dai temi occulti e satanici verso temi più cosmici, in linea con la nuova direzione musicale.
Vorph: Mi ha sempre attirato il lato oscuro del metal: Venom, Bathory, Hellhammer, i pionieri di questo stile. Ero un loro grandissimo fan e penso che con i primi due album abbiamo cercato di ottenere qualcosa di simile, ma a modo nostro. I primi due album fanno sicuramente parte di quel movimento, avremmo potuto tranquillamente suonare con i Venom e i Bathory, se quelli avessero fatto concerti. Una volta raggiunto quel livello, la domanda era: cosa facciamo adesso? Ci ripetiamo o facciamo un passo avanti? In quel periodo abbiamo iniziato a lavorare a Passage e non sapevamo esattamente nemmeno che musica ci sarebbe stata. Sapevamo solo che volevamo qualcosa di potente, di fresco e di diverso. Tutto il resto era un’incognita, lavoravamo passo dopo passo e nemmeno noi ci rendevamo conto di dove stessimo andando. Prima di registrare l’album ero stato in India, dove avevo scoperto suoni nuovi, il suono della tabla per esempio, e volevo portare un po’ di quello anche nei Samael. Era strano, perché allora non lo faceva quasi nessuno, e un buon esempio è proprio il pezzo Jupiterian Vibe. Volevamo un bel ritmo, ma con un suono di batteria massiccio. Anche un pezzo del nuovo disco, In the Deep, ha uno stile tribale simile, e mi piace un sacco.
RockLine: Cosa ha influenzato di più te e la band nel cambio di suono da Ceremony of the Opposites in poi?
Vorph: All’epoca non c’era una sola band che potrei citare, perché ascoltavamo musica molto varia, ma di sicuro posso citare i Laibach. Sono senza dubbio una delle influenze più grandi dei Samael e io sono un loro grande fan. La cosa buffa è che quando noi abbiamo pubblicato Passage, loro hanno pubblicato Jesus Christ Superstar, pieno zeppo di chitarre. Ovviamente non è che noi abbiamo influenzato loro, è successo e basta. Noi siamo andati più verso l’industrial, loro più verso il metal. Tra l’altro, è un disco fantastico.
RockLine: Concordo, io personalmente preferisco Opus Dei.
Vorph: Sì, un altro lavoro eccezionale. Quando eravamo in tour per Ceremony of Opposites ascoltavamo NATO in continuazione. Lo usavamo perfino come intro dei nostri concerti.
RockLine: È interessante che proprio i Laibach siano un’influenza enorme per voi, per i Morbid Angel, …
Vorph: E per tante altre band, come i Rammstein. Quando li ho sentiti la prima volta mi sembravano una brutta copia dei Laibach, il primo album lo trovo davvero scadente. Poi hanno trovato una strada più personale e oggi mi piacciono parecchio di più.
RockLine: Come ricordi la prima scena metal svizzera? È curioso che non sia mai stata considerata una grande scena metal, eppure ne è uscito un trio di band di culto – voi, Hellhammer e poi Celtic Frost, e Coroner.
Vorph: Sì, i Coroner si sono rimessi insieme da poco. Li ho visti in Svizzera, ma secondo me non sono una live band. Sono musicisti eccellenti, hanno pezzi eccellenti, ma secondo me la band è troppo concentrata sui propri strumenti e non ti arriva la vera sensazione di un live show. Però è una band fantastica. Rispondo anche all’altra tua domanda. Ai tempi in cui suonavamo tutti e tre i gruppi non c’era una scena unica come tale. Sono sempre stato un grande fan dei Celtic Frost, ma non perché erano svizzeri, bensì perché erano una band eccezionale. Non mi è mai importato da dove venisse una band, per me conta la musica. Anche se sono svizzeri, non ho mai sopportato band come i Krokus, anzi penso che siano una vergogna, ma è una questione di gusti.
RockLine: E il futuro della band? O meglio, qual è il «lux mundi» dei Samael?
Vorph: Adesso siamo a metà tour e ci stiamo davvero divertendo a suonare le cose nuove. In futuro spero che riusciremo a suonare negli USA, nel Regno Unito e in Scandinavia. Per scrivere nuovo materiale è ancora presto, per ora abbiamo materiale a sufficienza per un bel po’. Ci sono ancora un sacco di pezzi che non suoniamo mai dal vivo. Mi piacerebbe tantissimo suonare dal vivo il brano finale di Reign of Light, Door of Celestial Peace, volevamo farlo già in questo tour, ma in qualche modo non ha trovato il suo posto.
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