Robert Smith (The Cure), ovvero la cura per le orecchie sofferenti (Heineken Jammin’ Festival 2012)
Luogo: Arena Concerti (Fiera Milano Rho) / Milano / Italia
Data del concerto: 07.07.2012
Numero di spettatori: 20.000
Prezzo del biglietto: 63,5 €
Sole cocente, asfalto rovente e hipster italiani non sono di certo gli annunciatori classici, e nemmeno particolarmente graditi, del concerto imminente di una delle band post-punk più cupe e malinconiche in circolazione, i leggendari The Cure. Già la sola luce del giorno è l’esatto opposto dell’immagine e del sound della band, e quindi anche l’opposto di Robert Smith, cantante, chitarrista e capo della baracca, che a quanto si dice dorme di giorno e di notte si trucca, si imbelletta, studia la chitarra e scrive malinconiche canzoni d’amore. Oltre ai portabandiera The Cure si sono esibiti vari artisti di casa nostra, mentre gli altri due nomi più grossi erano Crystal Castles e New Order. Questi ultimi di certo non giustificano la quantità di canotte retrò e occhiali rosa addosso a corpi italiani sudaticci, mentre i Crystal Castles sono sicuramente pane per i denti di un pubblico affamato di elettronica indie. Però questo non risolve ancora la questione di come mai ci fosse tutto questo pubblico di quel genere. Nella loro essenza Crystal Castles e The Cure non hanno nulla in comune. Né atmosfere, né soluzioni musicali, né storia, né suono… l’unico punto in comune è che Robert Smith una volta ha fatto un featuring su un pezzo dei Castles.
Così l’esibizione dei Crystal Castles è passata in gran parte deserta e inosservata. A parte un audio davvero pessimo e bassi rompiscatole, non ha offerto altro che acqua rovesciata sui tavoli per via dei rumori troppo forti, il che li ha resi ancora meno simpatici, visto che faceva un caldo bestiale e l’acqua costava cara. Nemmeno i saltuari balletti della gente con le magliette di Andy Warhol sono bastati a salvare un’esibizione davvero misera – misera nell’esecuzione e misera nell’affluenza. Così il mistero della massa di hipster italiani si infittisce.
Il sole ha finalmente cominciato a calare e, nascosto dietro i teloni, ha migliorato anche l’atmosfera nell’attesa dell’eredità dei Joy Division, i britannici New Order. Sono nati dopo la morte di un’altra icona del post-punk anni ’80, Ian Curtis. A fondarli sono stati i tre membri rimasti – il chitarrista Bernard Sumner, che al posto di Ian ha preso il microfono, il bassista Peter Hook e il batterista, poi anche tastierista, Stephen Morris, a cui si è aggiunta Gillian Gilbert, grande amica della band, tastierista e chitarrista occasionale. Nel secolo scorso i New Order hanno così portato avanti l’eredità musicale dei Joy Division e la visione di Ian Curtis con una musica cupa e senza compromessi, anche se a tratti ballabile, e testi intimi e confessionali che non incarnavano certo la geniale penna di Ian, ma lo spirito del leader scomparso e della band continuava comunque a vivere. Per questo era strano che per la maggior parte dei presenti la band principale fossero proprio i New Order. E che questi abbiano fatto scattare le pose da ballo. Come diavolo si balla sulle visioni di morte di Ian e sulle linee di basso distorte in minore? La musica dei New Order dovrebbe pur scorrere nelle vene di Ian e dei Joy Division. Dovrebbe.
Quello che è seguito è stato l’esatto contrario di ciò che mi aspettavo. È seguita una specie di brutta copia di un rave party all’aperto, dove i vestiti verde fluo sono stati sostituiti da canotte di oscuri film indie in bianco e nero, e le droghe da iPhone con l’app per le foto polaroid. È seguita una parte ancora inesplorata dell’inferno dantesco per gente di pessimo gusto musicale. È seguita la profanazione del nome Joy Division. I New Order sono infatti riusciti a trasformarsi da band eccellente in elettronica da festaioli ultra-popolare, con testi da U2 dei giorni nostri, avvolta in cellophane retrò e fiocco di un colore oscuro. Non c’è da stupirsi che il bassista Peter Hook abbia lasciato la band cinque anni fa e ora si dedichi solo alla sua band Peter Hook And The Light, che fa la musica che i New Order dovrebbero fare oggi. Però tutto questo andava a genio ai già citati hipster italiani. All’inizio del concerto si sono messi per bene i loro occhiali da sole rosa, hanno sganciato le bretelle, tolto i cappelli di paglia e cominciato a saltare come matti e a urlare. Ma tutto questo sarebbe ancora digeribile. Un’ora di musica brutta pensando a Robert Smith è sempre digeribile. Ma i New Order si sono spinti oltre quanto mi aspettassi – hanno suonato due cover dei Joy Division. E le hanno suonate come i New Order di oggi. »Isolation« e »Love Will Tear Us Apart« sono diventate inni di una folla sudata, sorridente, mezza nuda, con cappellini da baseball da rapper, che cantava a squarciagola testi di canzoni di cui probabilmente non sapeva nemmeno che le avesse scritte Curtis per i Joy Division. Un Ian Curtis felice, sorridente e danzante è evidentemente la nuova icona dell’hipsterume odierno. Così il mistero degli hipster italiani è risolto una volta per tutte, e dietro c’è una vera e propria nauseante profanazione di una delle eredità più creative del mondo musicale degli anni ’80 del secolo scorso.
Fin qui il reportage potrebbe sembrare una stroncatura di Crystal Castles e New Order. Ma fidati, non lo è. Questo reportage è un’esaltazione dei Cure. È l’esaltazione dell’incredibile Robert Smith, che con la sua esibizione di quasi quattro ore ha cancellato tutte le ferite inferte dalle due band precedenti, di cui mi sono scordato i nomi (grazie, Smith). Tutto questo scrivere dovrebbe essere dedicato all’instancabile Robert Smith, che incarna non solo la musica in quanto tale, ma l’intero fare e rifare artistico. La sua persona, che dovrebbe essere il modello visivo della nascita dei goth, resta la stessa dei tempi degli album più famosi dei The Cure, come Faith, Pornography e poi Disintegration. In tutto questo tempo ha scritto abbastanza materiale da potersi permettere un’esibizione come quella di stavolta. Abbastanza materiale per quattro ore. Abbastanza materiale per un live vario, carismatico, emotivo, pieno di fenomenali reinterpretazioni personali di esecuzioni ormai incalcolabili e quindi, alla fine, senza paragoni. Per questo l’intero viaggio del concerto è stato di fatto una rassegna cronologica della storia dei Cure. Visto che Disintegration è il loro album di maggior successo, l’apertura con »Plainsong«, »Pictures of You« e »Lullaby« è stata la scelta perfetta.
(nel video puoi vedere tutti e tre i brani citati)
Robert Smith è una specie di incarnazione di una tenerezza unica, cupa e malinconica, con una voce incredibilmente originale che è perfettamente in sintonia con la sua performance, i testi, la personalità, la musica della band. I suoi eterni testi d’amore (pare che il tema eterno dell’amore abbia fatto salire non poco i nervi agli altri membri della band, il che è probabilmente il motivo per cui Smith è l’unico che c’è fin dall’inizio ed è per questo praticamente sinonimo dei The Cure) sono sempre intrisi di una certa malinconia, detti con una nota cupa, che l’atmosfera la crei il testo, la voce di Smith o la base strumentale. Smith sa così trasformare ogni motivo, attraverso la sua voce creativa interiore, in una tipica confessione artistica, in uno stampo noto fin dagli inizi della carriera dei The Cure che però non invecchia mai – ed è proprio per questo che Robert Smith è un simbolo della creazione artistica. Attualizzare con successo temi eterni, come in questo caso l’amore, trovare il modo di avvicinare alla gente versi cantati e stracantati in modo che la tocchino ancora… tutto questo è sicuramente quella vera passione che sta nel cuore del senso dell’artista, che lo spinge e, in fondo, gli va a caccia delle muse, gli detta lettere, note o linee, gli dà non solo una motivazione da mestiere, ma di vita.
Dopo aver conquistato l’attenzione con i brani più noti, Robert Smith ha iniziato a farsi strada nel suo vasto catalogo di album e a ogni nota finita era più rilassato, sorridente e sinceramente felice. Sono proprio questi contrasti a rendere Smith così adorabile e simpatico – un’immagine cupa che balla timida, quasi goffa, il sorriso su un viso impiastricciato di nero, una voce dolce e vagamente minacciosa che riecheggia di amore perduto e del desiderio del trucco della partner. Le parole, come spesso succede quando si descrive la musica, sono di troppo.
(visto che mancano i superlativi per descrivere l’esibizione dei Cure, guardati un altro video del live in questione)
Visto che Robert Smith, ovviamente, si era scaldato a malapena ed era vispo e riposato anche dopo il concerto, ha rilasciato un’intervista per ViviMilano, che puoi vedere qui sotto. Parla soprattutto della scritta che porta sulla chitarra dall’anno scorso – »CITIZENS NOT SUBJECTS« – con cui critica la monarchia inglese, essendo repubblicano. Parla brevemente anche dei suoi precedenti concerti in Italia e di questa esperienza, per lui particolarmente memorabile.
L’Heineken Jammin’ Festival non ha offerto un’esperienza perfetta, ma sicuramente una delle più memorabili in assoluto. Le alternative allo stare sotto il palco erano tantissime, dal suonare la chitarra con la Xbox al tiro a canestro, superando così la cornice musicale. Sta sicuramente diventando uno dei festival di punta in Europa e, continuando a organizzare eventi così, non gli mancheranno certo i visitatori, che siano hipster o no.
Sul posto ci ha portati sani e salvi ancora una volta Concert Freak, che offre trasporto e biglietto per i concerti più disparati dei più grandi artisti – scopri di più su koncerti.net.
Scaletta
Crystal Castles:
1. plauge
2. Baptism
3. Courtship Dating
4. Crimewave
5, Air War
6. Alice Practice
7. Black Panther
8. Celestica
9. Suffocation
10. I Am Made Of Chalk
11. Not in Love
New Order:
1. Elegia
2. Crystal
3. Regret
4. Isolation (Joy Division cover)
5. Ceremony
6. Bizarre Love Triangle
7. True Faith
8. 586
9. The Perfect Kiss
10. Blue Monday
11. Temptation
12. Love Will Tear Us Apart (Joy Division cover)
The Cure:
1. Plainsong
2. Pictures of You
3. Lullaby
4. High
5. The End of the World
6. Lovesong
7. Sleep When I’m Dead
8. Push
9. In Between Days
10. Just Like Heaven
11. From the Edge of the Deep Green Sea
12. The Hungry Ghost
13. Play for Today
14. A Forest
15. Primary
16. The Walk
17. Friday I’m in Love
18. Doing the Unstuck
19. Trust
20. Want
21. Wrong Number
22. One Hundred Years
23. Disintegration
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24. Shake Dog Shake
25. Bananafishbones
26. The Top
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27. Dressing Up
28. The Lovecats
29. The Caterpillar
30. Close to Me
31. Just One Kiss
32. Let’s Go to Bed
33. Why Can’t I Be You?
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34. Boys Don’t Cry