Bang Your Head!!! festival (secondo giorno): il tuono finale degli dèi del thrash metal (2011)
Location: Messegelände / Balingen / Germania
Data: venerdì, 15.07.2011
Ed eccoci al secondo giorno del BYH!!! 2011. Vi dico solo che di notte abbiamo battuto i denti nelle tende, con la temperatura che non andava oltre i 6° C sopra lo zero.
IVANHOE:
Il secondo giorno del Bang Your Head!!! di quest’anno ha finalmente avuto anche un po’ di profumo di prog metal! Ci hanno pensato i tedeschi Ivanhoe, di Bietigheim. Anche se il nome può suonare poco noto, gli Ivanhoe esistono dal 1986. La strada verso l’esordio è stata lunga, e il disco è arrivato solo nel 1992. Parliamo di una band che, al suo apparire sulla scena, rappresentava – un po’ come i Vanden Plas in quegli anni – la risposta europea al boom dei Dream Theater oltreoceano. L’ultimo album in studio, il quinto, si intitola Lifeline ed è uscito tre anni fa. I ragazzi sono stati accolti dal sole e sotto il palco c’era di conseguenza molta più gente rispetto al giorno prima, quando a inaugurare il festival sotto un cielo nuvoloso erano stati i padroni di casa di Balingen, gli Human Zoo. Gli Ivanhoe sono musicisti di esperienza e non c’è dubbio che una band, oggi incarnata da una formazione parecchio rimescolata, sia in grado di offrire un concerto ben accordato e rifinito nell’interpretazione. Il problema è solo che i ragazzi non sono abituati ai grandi palchi. Colpa anche della sfortunata condizione di restare in una posizione oscura, da cui non riescono a lanciarsi in un tour europeo più ampio e a portare la loro musica a una cerchia più larga di ascoltatori. Sul palco sono sembrati molto impacciati, statici, del tutto timidi. Ma siccome gli Ivanhoe raccolgono punti soprattutto con una strumentazione complessa e perfettamente coordinata, guidata da una voce melodica, pulita e potente, è a questo aspetto che diamo senz’altro la precedenza assoluta. Da questo punto di vista gli Ivanhoe hanno snocciolato il loro repertorio in modo corretto e sicuro, a partire dall’opener Lifeline, passando per la splendida ballata multistrato e dinamica Angels Holocaust, fino a Cheops, piena di arabeschi: tutte e tre dall’ultimo album in studio. La band ha sorpreso con Deeper Ground, presa dall’esordio “Visions And Reality”. Insomma, per i palati fini e per chi non ha dimenticato i giorni gloriosi dell’ascesa del prog metal negli anni Novanta, quella degli Ivanhoe è stata un’esibizione graditissima di questo BYH!!!.
METAL INQUISITOR
Secondi a lanciarsi nella battaglia contro l’ora mattutina sono stati i Metal Inquisitor, band heavy metal del centro della Germania. Da quando hanno iniziato, nel 1998, hanno pubblicato tre album dallo stile leggermente diverso l’uno dall’altro, l’ultimo, “Unconditional Absolution”, alla fine dello scorso anno. L’iniziale heavy metal epico con elementi speed e power ha lasciato spazio, nell’ultimo lavoro, a frasi power metal più pulite. I Metal Inqusitor hanno attaccato il palco senza un briciolo di timidezza e hanno subito mostrato di essere devoti alla fede nell’heavy metal. Il ritmo veloce e le sparate di chitarra a tratti ricordavano i padrini dello speed metal come gli Exciter o i più sofisticati Manilla Road, mentre altre linee, più da cliché, rimandavano ai veterani del power metal Grave Digger. Sul palco i Metal Inquisitor sono sembrati un po’ confusi e spaesati, e la colpa è probabilmente dell’emozione. Linee di chitarra incandescenti che si intrecciano, scatti sui riff e un velo di atmosfera cupa sono i tratti principali della band tedesca, che sotto il palco ha radunato gli amanti della tradizione heavy metal. Un solido divertimento mattutino, che però, per via del suo essere ingabbiato nei cliché, difficilmente può strappare superlativi.
ASTRAL DOORS:
Se ti ricordi di loro, probabilmente c’eri al concerto dei Blind Guardian a Lubiana nell’ottobre 2006. Allora gli Astral Doors aprivano la serata e presentavano il loro terzo album in studio, “Astralism”. Da allora, da quando ci siamo visti l’ultima volta, gli intraprendenti svedesi hanno messo in fila altri due album, l’ultimo, “Requiem Of Time”, l’anno scorso. I metallari svedesi hanno senz’altro il segno della grande qualità. Hanno solo un piccolo difetto estetico: ricordano un filo troppo i Black Sabbath della loro tarda epoca romantica, quella dei due album con Dio alla voce, a cui si aggiunge il carattere dei dischi successivi usciti nel periodo con Tony Martin in formazione. Oltre ai riff massicci e pesanti, inseriti in una cannonata di ritmi rombanti a medio passo, a creare questa sensazione contribuisce in gran parte il cantante Nils Patrik Johansson. Un cantante eccellente, solo che a tratti è quasi grottescamente troppo simile, per come gesticola, per come dispone i versi nei brani e naturalmente per il modo di cantare, ora a Martin, ora a Dio. Con un po’ di mente staccata, gli Astral Doors potresti scambiarli in un attimo per una tribute band dei Black Sabbath dell’era Dio. E dove c’è Dio, c’è anche Jorn Lande, se mi permetti di fare un po’ il cattivello. Detto questo, Nils è stato il primo a usare la “passerella” fin qui al festival. La band è cresciuta fino a diventare un corpo scenico sicuro di sé, compatto e scolpito, che sul palco rende benissimo. C’è la trascinante Cold War Survivor, poi, da “New Revelation”, la title track altrettanto ottima, con un ritornello impostato in chiave power metal, la cupa Slay The Dragon, la distruttiva marcia inno Testament of Rock dal nuovo album e naturalmente, per tutti gli amanti di nani, eroi immortali e teste di drago mozzate, Power And Glory.
TYGERS OF PAN TANG:
Vuoi qualcosa di vecchio? Di dimensioni pionieristiche? Una bestia di vetro che arriva strisciando da un’epoca in cui fare musica non era ancora così pesantemente appesantito dal commercio come oggi? Rappresentanti puri e di sangue del movimento N.W.O.B.H.M., tornati in vita dopo il 2000 con una formazione più o meno stabile, di cui l’unico membro originale è oggi Robb Weir. Senza dubbio una delle attrazioni del secondo giorno di questo Bang Your Head!!!. Non sono gli Iron Maiden, non sono i Diamond Head, ma sono i Tygers Of Pan Tang! La band è “esplosa” sul palco come si deve. Con il primo brano dell’esordio in studio “Wild Cat” del 1980, intitolato Euthanasia. Sotto il palco c’era una bella folla: i tedeschi non hanno certo dimenticato i suoni elementari che hanno dato forma al primo ondata del metal sul pianeta e che, con la loro comparsa, l’hanno reso fatalmente popolare. Subito dopo Euthanasia arrivano due ganci consecutivi da “Spellbound”, Take It e Tyger Bay, poi i ragazzi hanno eseguito anche la più recente Hot Blooded, che ha mantenuto tutte le caratteristiche tipiche dei classici Tygers Of Pan Tang. Segue un’introduzione eccitante che ha fatto alzare il pubblico più volte, in alto e in blocco, poi Weir si piazza spalla a spalla con Dean Robertson e i due signori tagliano con decisione il riff di chitarra portante del classico trascinante di “Spellbound”, Gangland. Un’ottima escalation d’atmosfera da un brano all’altro. Non è difficile, quando hai in tasca album che si fregiano dell’etichetta di classici e sotto il palco ti segue un pubblico fedele alla tradizione e all’originalità elementare. I ragazzi hanno sorpreso anche includendo la superlativa Rock And Roll Man, brano escluso dall’esordio “Wild Cat”, che però ha trovato il suo posto nel live “Live In Notthingam” del 1981. Proprio mentre iniziavo a chiedermi dove diavolo fossero i brani da “Crazy Nights”, i Tygers sparano fuori Raised On Rock. Jacopo Meille è un cantante che soddisfa i criteri di John Deverill, Robertson è un chitarrista che sostituisce con successo John Sykes. Jacopo annuncia l’ultimo brano della giornata, la gente si stringe un’ultima volta sotto il palco e a Ballingen la testa “parte per la tangente” quando scatta il riff di Hellbound. I Tygers Of Pan Tang hanno intenzione di pubblicare un nuovo album in studio il prossimo anno. Quando partiranno in tour, ci rivedremo. Alla prima occasione utile. La band ha preso l’esibizione al Bang Your Head!!! maledettamente sul serio: al banchetto del merchandising ufficiale si poteva addirittura comprare una maglietta commemorativa dei Tygers Of Pan Tang che celebra soltanto la loro esibizione a questo festival.
D-A-D:
Un’altra band leggendaria, stavolta di origine danese, che per anni si è chiamata in modo provocatorio ma accattivante Disneyland After Dark, finché non ha dovuto cambiare nome sotto la seria minaccia di una causa da parte della casa cinematografica. Da qui, appunto, D-A-D. Sul palco di questa giornata del festival i ragazzi sono stati un autentico zuccherino musicale. Una miscela speciale di hard rock dal contagio melodico e di arroganza punk, che loro stessi amano chiamare “cowpunk”, senza nascondere una spruzzata di glam. Il contenuto musicale mette in fila un’assortita miscela di stati d’animo, dalla malinconia allo sfottersi con ironia a proprie spese, con il carattere dei veri desperados del Selvaggio West. Le lucide trovate incarnate dal quartetto, guidato dai fratelli Binzer e dal bassista svitato Stig Pedersen, con un basso fatto di plexiglas e solo corde E e A, sono maestre dei parchi di divertimento, come lo è l’enorme palco del Bang Your Head. Fin qui, di gran lunga la maggiore energia sprigionata da una band! Solo un quartetto, ma padroneggiano il palco. Su questo non c’è dubbio. Il movimento agile e continuo dei membri, che gareggiavano tra loro per chi tenesse più a lungo la posizione davanti sulla passerella, ha infiammato il pubblico per tutta la durata. La birichina Evil Twin, in cui Jesper smette di suonare la chitarra e ammonisce il pubblico in tedesco: “Mein bruder spielt gitare!”, subito dopo Bad Craziness, in cui Jesper si tasta provocatoriamente la vena sul braccio destro, poi la più recente Beautiful Together, tirata al massimo e piena di battito.
È incredibile come un quartetto così scarno riesca a coprire un’enorme quantità di spazio sonoro e a sfruttare tutta l’ampiezza del palco. Merito dell’esperienza straordinaria e dei chilometri macinati. La band, di ottimo umore, ha acceso davvero il pubblico dall’inizio alla fine, e un grande aiuto è arrivato anche dall’uso del tedesco da parte del cantante Jesper. Un tedesco sgangherato, certo, ma in termini di efficacia meglio quello di un inglese brillante. Ci sono anche Monster Philosophy, poi Scare Yourself e Girl Nation, quindi l’obbligatoria e attesa Sleeping My Day Away, dove Jesper non finiva di stupirsi di come la folla padroneggiasse il brano. In chiusura ancora Everything Glows, poi l’ultima, It’s After Dark, e dell’esibizione esplosiva non restava che un ricordo. Cinquanta minuti? Come se non fossero mai esistiti. E il sole era già un po’ oltre lo zenit.
HARDCORE SUPERSTAR
Dopo i danesi hanno attaccato il palco gli svedesi Hardcore Superstar, resuscitatori scandinavi del verbo sleaze rock. Questa variante dell’hard rock, oggi molto presente nel nord Europa, ha vissuto un vero boom col successo di band come H.E.A.T., Crashdiet o Fatal Smile, ma va sottolineato che sono stati proprio gli Hardcore Superstar, con radici negli anni Novanta, ad aprire la strada al boom dello sleaze rock scandinavo qualche anno fa. Non stupisce quindi che un mese fa a loro sia toccato l’onore di essere headliner della giornata di riscaldamento allo Sweden Rock festival (reportage qui), ed era chiaro che, tra pubblico straniero e orario da primo pomeriggio, non avremmo rivissuto un’esibizione altrettanto intensa. Senza badarci, gli svedesi hanno portato a casa con sicurezza i loro 50 minuti e hanno accontentato il bel po’ di gente radunata sotto il palco. La presenza di una sola chitarra, e di conseguenza di pezzi costruiti in modo semplice, i Superstar la compensano con ritornelli da inno che si attaccano subito, con l’impatto e naturalmente con una presenza scenica esplosiva, che nel pacchetto garantiscono una bella dose di divertimento. La figura principale sul palco è stato, come sempre, il frontman Joakim Berg, vestito da glammer in modo inconfondibile, motore della band e ingranaggio che ha trascinato con affidabilità la macchina svedese verso la fine dello show. I Superstar hanno attraversato la loro discografia, con particolare attenzione all’ancora attuale album “Split Your Lip”, rappresentato dai brani Moonshine, Sadistic Girl e Last Call For Alcohol, mentre per via dei pochi minuti a disposizione hanno tagliato dalla scaletta la versione acustica di Run To Your Mama. Un’esibizione piacevole dei clienti fissi del Bang Your Head!!! – com’era prevedibile, senza vette ultraterrene.
PSYCHOTIC WALTZ
Dopo la fine del tour europeo nei club “Power of Metal” con Nevermore e Symphony X, i cult americani del prog Psychotic Waltz, di nuovo in attività, sono tornati sul palco proprio con l’esibizione a Balingen. Dopo che a marzo, con il concerto a Lubiana, avevano spaccato i presenti in due schieramenti ed erano rimasti per un po’ al centro delle polemiche, anche con questa esibizione al festival si potrebbero tracciare dei paralleli. La lunga assenza dalla mappa musicale ha lasciato il segno: sotto il palco non c’era troppa ressa, proprio come a marzo alla Cvetličarna. La filosofia del quintetto punta alla dedizione totale alla musica e alla sua interpretazione dal vivo, perciò gli si perdona un’immagine totalmente trascurata, che comunque non è arrivata ai livelli di marzo, quando il chitarrista Dan Rock e il cantante Buddy Lackey si erano presentati vestiti quasi con sacchi di patate. L’esibizione, lunga poco meno di un’ora, si è aperta con il brano Mosquito e ha dato il via a un viaggio unico attraverso dimensioni musicali poco conosciute e una psichedelia inconfondibile. I pezzi Locust, Northern Lights e Haze One si fondevano l’uno nell’altro e solo i discorsetti nel mezzo evitavano che noi ascoltatori, ipnotizzati, scivolassimo senza accorgercene in sogni malinconici. I brani psichedelici e lenti erano i mattoni di un’atmosfera misteriosa sopra Balingen, e solo le fughe vocali di Lackey verso il cielo erano la prova che gli Psychotic Waltz, e con loro la gente sul posto, hanno ancora i piedi per terra. Tocchi delicati di acustica si mescolavano al suono minaccioso del basso, ai cambi di tempo, a ogni tanto un attacco di entrambe le chitarre e perfino a un momento “alla Jethro Tull” nel brano I Remember, che Lackey ha aperto con un inserto di flauto. L’esecuzione fluida, l’interpretazione personale di ciò che veniva suonato e la scioltezza erano la prova che il quintetto originale è legato da una chimica reciproca e che forse… chi lo sa, in futuro potrebbero sorprenderci ancora con qualche album in studio. Gli americani hanno chiuso l’esibizione, con una scaletta radicalmente cambiata (mossa lodevolissima!), con il brano Halo of Thorns, soddisfacendo sotto ogni punto di vista l’appetito dei pochi fedelissimi sotto il palco.
JEFF SCOTT SOTO:
Alle cinque del pomeriggio è salito sul palco con la sua band Jeff Scott Soto. In base all’accordo con i Pretty Maids, le due band hanno scambiato gli orari delle esibizioni, così i Pretty Maids hanno suonato nella sala alle otto e quaranta-cinque. Jeff Scott Soto non ha avuto proprio la sua giornata migliore al festival. Durante l’opener 21st Century gli è morto il microfono, così ha “cacciato” il chitarrista di destra a fare compagnia ai cori al chitarrista di sinistra, mentre lui è passato al posto lasciato libero sul lato sinistro, e il brano ha finalmente avuto una voce solista. Sono passati parecchi minuti prima che a Jeff portassero un microfono wireless “di scorta”, così il resto del primo brano dei Talisman, Blissful Garden, è filato via nel solito stile. Proprio questo pezzo ha mostrato per primo il carattere musicale e la “scuola” da cui viene Jeff SCot Sott, ispirato un tempo dai maestri dell’acrobazia vocale, da Freddie Mercury (Queen) a Steve Perry (Journey). Rock melodico. Le armonie dei cori dei due chitarristi e del bassista erano tagliate benissimo. Tuttavia l’incidente dell’inizio del concerto ha tolto un po’ di scioltezza, e si è sentito nella comunicazione di Jeff col pubblico durante l’esibizione. Nemmeno il pubblico mostrava chissà quale interesse, e sembrava che la maggior parte dei presenti seguisse l’esibizione di Soto solo per rispetto e per sostenere il musicista. Qualche sorriso di gioia Jeff l’ha strappato al pubblico quando si è lanciato in un “medley” molto ingegnoso in cui ha attraversato le frasi di chitarra celebri di Gotthard, Dio, Y&T, Michael Jackson e Gary Moore. Hanno avuto di che gioire anche molti dei presenti che conoscono i Talisman, quando Jeff ha sparato il secondo “medley di casa”, composto da Break Your Chains, Day By Day, Give Me A Sign, Dangerous, Just Between Us, Mysterious (This Time It’s Serious), condito poi con un altro standard dei Talisman eseguito per intero, ovvero il brano I’II Be Waiting. Jeff non ha dimenticato nemmeno il suo periodo con il “Blackmore tedesco” Axel Rudi Pell! Così sono risuonati, in versioni abbreviate uno dopo l’altro, i brani Fool Fool In Warrior.
SONATA ARCTICA:
Il pubblico a questo punto si era ben rimescolato e riempito parecchio di più. Era il turno dei duri finlandesi del symphonic pop metal da nanetti, i Sonata Arctica. I Sonata Arctica, che oggi godono di un sostegno anormalmente buono, soprattutto tra i più giovani, che si infiammano appena sentono la parola metal, sono diventati per questo una band molto viziata. Certo, nella nuova posizione i Sonata Arctica non vanno agli estremi nei confronti dell’ambiente come si nota con le principesse sul pisello – sì, sto indicando proprio voi, evaporati Helloween! Eppure dal palco si percepisce sempre più vuotezza e routine anche nei Sonata Arctica di oggi. Anzi. Il quintetto non si sforza nemmeno di sfruttare l’ampio palco. Tutti, tranne il cantante Tony, restano quasi piantati sul posto per tutto il concerto. Elias Viljanen al massimo appoggia il piede sul monitor davanti al microfono, e basta. Per fortuna stavolta la forma vocale di Tony era migliore, rispetto a vari concerti dei Sonata Arctica già vissuti nel 2009, nel 2010 e a febbraio 2011 a Lubiana, comunque. Senza il tifo così rumoroso e appassionato delle ragazzine sotto il palco, che probabilmente stavano vedendo il loro primo concerto metal (?) in vita loro, l’enorme palco si sarebbe divorato i piccoli Sonata. Un’esibizione prevedibile, perfino senza brani dall’esordio, ma in questo i ragazzi si sono riscattati del tutto includendo, da “Silence”, Black Sheep, Sing In Silence e Last Drop Falls. Alla fine la band ha mascherato la stanchezza apparente con la popolarissima Don’t Say A Word, che ha strappato un bel po’ di decibel dalle gole del pubblico. Ma pazienza. Il pubblico ha avuto tutto ciò per cui era venuto. Bisogna tenere presente che i Sonata Arctica sono praticamente in tour ininterrottamente dall’autunno del 2009, perciò i ragazzi hanno urgente bisogno di una pausa. Anche se dovesse durare cinque o sei anni. Sul palco la band dà davvero l’impressione di essere consumata ed esausta.
HELLOWEEN
Quando il pomeriggio ha cominciato lentamente a scivolare nella sera, è arrivato il momento degli Helloween. Le leggende tedesche dell’heavy/power metal hanno suonato nell’ambito dell’attuale tour “7 Sinners”, che all’inizio abbiamo potuto vedere anche al Kino Šiška di Lubiana (reportage qui). Curioso che, nonostante la popolarità in patria, a Balingen gli Helloween non abbiano mai suonato da headliner del giorno – anche stavolta si sono esibiti “solo” come band di spalla all’atto principale della serata.
Le Zucche, con il loro show comico di un’ora buona e una dose colma di cazzeggio sul palco, sono riuscite ad avvolgersi intorno al dito la folla radunata e, con un mix di hit da “Keeper Of The Seven Keys” e materiale più recente, a trattenerla con successo sotto il palco. Parte integrante della loro esibizione sono gli inciampi sul palco, i dispetti reciproci, sani, e in generale il restare sempre sintonizzati su una frequenza positiva. In tutto questo, sul lato destro del palco dominano i veterani Michael Weikath e Markus Grosskopf, mentre il compito del “novellino” (anche se è nella band da ben più di dieci anni) Sascha Gerstner resta in primo luogo rigorosamente musicale, e per ogni eventuale stecca viene ripagato con occhiatacce dai capi della band. L’atmosfera rilassata sul palco si è trasmessa subito agli ascoltatori, che però volevano, e vogliamo, innanzitutto più musica possibile e molte meno chiacchiere di Andi Deris. Anche stavolta il frontman ha esagerato col blaterare a ruota libera e col ripetere battute già dette sul whisky e sul batterista Dani Löble. Lo sviluppo poco spontaneo del concerto stavolta ha lasciato una grossa macchia nera sulle Zucche, e di conseguenza anche la reazione del pubblico è stata contenuta, senza rendere onore alla grandezza della band sul suo terreno di casa. Il retrogusto amaro è stato addolcito dai brani March Of Time, I’m Alive e Dr. Stein, ma la scaletta prevedibile, la mancanza di coinvolgimento e la già citata logorroica prolissità sono stati un osso troppo duro per dare un voto positivo a questo nuovo incontro con le Zucche.
PRETTY MAIDS:
Gli sfortunati si sono in parte sovrapposti all’esibizione degli Helloween. Sfortunati? Mica tanto. Chi sa come si comportano ultimamente sul palco gli Helloween ha saltato tranquillamente il loro concerto stavolta e si è concesso un’orettina di hard rock potente, affilato e dall’impostazione classica, con una generosa dose di melodie da inno contagiose e compatte. Per di più da parte di una band che non capita certo di vedere dal vivo tutti i giorni. I leggendari danesi Pretty Maids. Il pubblico tedesco ha capito benissimo questa sazietà da Helloween, tanto che la MesseHalle durante l’esibizione dei Pretty Maids era completamente piena, con 1500 teste. Sono riuscito a malapena ad aprirmi la strada fino al foto pit in tempo, perché i buttafuori facevano entrare in sala solo piccoli gruppetti di persone in attesa, dopo essere stati in costante attesa di segnali dai colleghi in sala e all’uscita, per capire se si fosse liberato abbastanza spazio per far entrare altri visitatori.
I Pretty Maids hanno sbriciolato la Messehalle. Al posto di Hal Patino nella band c’è il nuovo bassista Rene Shades, noto per la collaborazione con la band di accompagnamento dei White Lion del cantante Mike Tramp. La band ha sfoltito il repertorio del tour da headliner di novembre 2010 e lo ha un po’ rimescolato. Un’aggiunta particolarmente bella in scaletta è stata Sin-Decade, accanto alle obbligatorie Back To Back, Rodeo, Love Games e, nel bis, Future World e Red Hot And Heavy.
La band è di ottimo umore; Ronnie Atkins alla fine non ha nascosto una lieve usura vocale, ma per un tizio con una carta d’identità così robusta bisogna chiudere un occhio. I Pretty Maids trasmettono al pubblico per tutto il tempo quella sensazione di estrema scioltezza e disponibilità generale, con un senso sviluppato per la dose divertente di sano umorismo, e naturalmente non manca il fantastico Ken Jackson, maestro nel riempire efficacemente lo spazio con una sola chitarra. I Pretty Maids hanno dato uno dei concerti più compatti della giornata e in sala ribolliva letteralmente di adrenalina rilassata e frenetica del pubblico. I Pretty Maids hanno annunciato la registrazione di un DVD il 01.10.2011, quando suoneranno al club Z7 nel cuore di Pratteln, in Svizzera.
SLAYER
Un tempo la band più estrema del pianeta, oggi leggende viventi del genere. I veterani del thrash metal Slayer hanno suonato verso la fine del festival da headliner della serata, che per tutti i fan più accesi, me compreso, è stata una buona notizia, anche se la loro presenza non si è fusa con l’immagine complessiva del Bang Your Head!!!, dove in passato sono stati headliner band come Twisted Sister, Heaven & Hell, Journey, Blind Guardian, Judas Priest… Speriamo che gli organizzatori riescano nei prossimi anni a tornare sui binari dell’heavy metal tradizionale, da sempre marchio di fabbrica dell’evento.
Un intro registrato di World Painted Blood ha fatto da ouverture mentre gli Slayer marciavano sul palco, e l’intro è sfociato logicamente nella title track dell’ultimo album in studio. I brani da “World Painted Blood” (2009) si ficcano ancora a fondo nella scaletta, visto che più avanti hanno piazzato anche Hate Worldwide e Snuff, mentre per Beauty Through Order, curiosamente, suonata nel “Big 4” tour dell’anno scorso, nel repertorio non c’era posto. La ressa e le spinte nelle prime file erano spietate, così come spietato era il ritmo infernale del quartetto sul palco. Tom Araya al centro, alla sua destra Kerry King, dietro la batteria Dave Lombardo, e a sinistra ancora Gary Holt. L’uomo degli Exodus sostituisce ancora Jeff Hanneman, che, nonostante le previsioni ottimistiche iniziali, fino all’estate dei festival non si è ancora ripreso al punto da poter suonare un concerto intero.
È difficile immaginare un sostituto più credibile di Gary Holt. Un uomo dal volto serio e dal fiuto affilato per le acrobazie chitarristiche, che si è inserito alla grande nella band, ha riempito degnamente il buco a sinistra e ha perfino portato nel gruppo un po’ di carisma proprio. Si è sentito soprattutto nell’esecuzione affidabile degli assoli (Spirit in Black, Angel of Death..), dove per scherzo ha superato il King, proverbialmente mediocre. La performance scenica è stata spontanea e, vista l’età della band, soddisfacente, anche se è chiaro che lo spettacolo degli Slayer di oggi non si può paragonare ai concerti brutali degli anni Ottanta. Va messa in conto innanzitutto la staticità di Araya, imposta dai problemi di schiena degli ultimi tempi. Vocalmente il frontman se l’è cavata bene e ha migliorato la forma di un anno o due fa, quando le urla in War Ensemble e Angel of Death erano al limite delle sue possibilità. L’elemento più costante e affidabile degli Slayer è così il batterista Lombardo, maestro del suo mestiere, che ha portato a casa senza una sbavatura un set tecnicamente impegnativo: la figura di Lombardo non è tenuta in così alta considerazione negli ambienti metal per niente.
In un’esibizione di un’ora e mezza gli Slayer ci hanno servito uno dopo l’altro evergreen degli anni Ottanta, anche se per la rotazione troppo scarsa dei brani suonati da un tour all’altro si meritano un bello scappellotto. Hanno suonato Postmortem, la fenomenale Dead Skin Mask, la sempre presente Mandatory Suicide e, nel bis, i trionfi più riconoscibili: South of Heaven, Raining Blood e Black Magic fuse insieme e, per una chiusura perfetta prima dei tradizionali fuochi d’artificio, Angel of Death. Una prestazione soddisfacente degli dèi del thrash metal che, a essere onesti, per via della costanza dei tour a chi segue regolarmente i loro concerti può offrire ben poco di nuovo.
LORDI:
La MesseHalle era piena già da un pezzo, prima ancora che gli Slayer finissero la loro esibizione sul palco principale all’aperto. Durante i fuochi d’artificio, che segnano la chiusura del festival di Balingen ogni anno, la vista sulla sala era quella di un mucchio di cadaveri. Due giorni di bagordi hanno lasciato il segno sulla gente. Eppure l’aria in sala scarseggiava in modo critico. Quando fuori smettono lampi e tuoni, si trasferiscono all’interno della sala. Sul palco ci sono i Lordi e i primi quattro brani del celebre horror show di folclore da zombie-burattini si avvolgono letteralmente in una cortina di fumo impenetrabile, attraverso cui lampeggiano le detonazioni degli effetti pirotecnici. Un concerto dei Lordi è in realtà teatro. Qui non c’è molto spazio per l’autenticità. I Lordi usano durante il concerto un sacco di basi e di linee registrate. Dai cori alla pletora di arrangiamenti sinfonici e “sotto-ritmi” aggiuntivi, a volte si fa fatica a capire dove sia il confine tra facciata e autenticità.
Senza farsi problemi per questo, si sono divertiti senza freni, e lo ha confermato la stessa sala, con un’atmosfera altissima che non è calata per tutta l’esibizione dei Lordi. Si sono susseguite Babez for Breakfast, Dynamite Tonite, My Heaven Is Your Hell, Bite It Like A Bulldog, Rock Police, Call Off the Wedding, Who’s Your Daddy?, Last Kiss Goodbye, Blood Red Sandman, Hate at First Sight, Bringing Back The Balls To Rock, This Is Heavy Metal, Devil Is A Loser, They Only Come Out At Night, Get Heavy e, nel bis, Hard Rock Hallelujah e Would You Love A Monsterman?.
Praticamente ogni brano è accompagnato da una scenetta, in cui Mr. Lordi si trasforma in una serie di farabutti diversi durante il concerto e dove si taglia, si fa a pezzi e perfino si mangia una bella quantità di teste e arti umani. Insomma, divertimento senza fine, perfetto per tutti quelli che quella sera magari soffrivano di insonnia.
Alle mezza e mezza è risuonata l’ultima nota di questo BYH!!!! Anche se quest’anno il festival, per i nomi delle band presenti, non è stato forte come negli anni passati, ha comunque offerto una tavolozza di generi straordinariamente variegata. Anche dopo la visita di quest’anno, Bang your Head!!! resta uno dei festival meglio organizzati d’Europa. Mentre si chiude, i nostri pensieri sono già rivolti alla prossima edizione, annunciata per il 13.07.2012 e il 14.07.2011!
testo: Aleš Podbrežnik (Ivanhoe, Astral Doors, Tygers of Pan Tang, D-A-D, Jeff Scott Soto, Sonata Arctica, Pretty Maids, Lordi)
testo: Urban Bolta (Metal Inquisitor, Hardcore Superstar, Psychotic Waltz, Helloween, Slayer)
foto: Aleš Podbrežnik






















































































