Bang Your Head!!! festival (primo giorno) – l’assalto teutonico delle leggende della scuola metal tedesca (2011)
Band in scena: Accept, Crimson Glory, Cripper, Crystal Viper, Death Angel, Human Zoo, Overkill, Quiet Riot, Stormwarrior, Portrait, Asphyx, Amorphis, Legion Of The Damned
Location: Messegelände / Balingen / Germania
Data: venerdì, 14.07.2011
Il Bang Your Head è uno dei più grandi festival tradizionali tedeschi. Quest’anno, alla sedicesima edizione consecutiva, è stato anche il primo, dopo qualche anno di fila, a non andare sold out. Il motivo? Visto che lo frequenta “in massa” un pubblico tedesco fedelissimo e che si sovrappone al Metal Camp sloveno e al festival ceco Masters Of Rock, la contemporaneità dei festival non è la ragione principale del mancato tutto esaurito. Molto più probabile che abbia pesato il fatto che quest’anno il Bang Your Head!!! non ha messo sul piatto nomi così forti nel cartellone come negli ultimi anni. Eppure è un festival che ti riempie di esperienze speciali. Parliamo infatti di uno dei festival meglio organizzati d’Europa. Il pubblico tedesco, tranquillo, viene davvero per godersi la musica e i riti e le usanze che l’universo heavy metal conosce bene. E in fondo i tedeschi sono il metal. Godersi un festival in Germania? Più vicino di così alle sensazioni genuine non puoi arrivare, e anche quest’anno non abbiamo proprio potuto resistere.
HUMAN ZOO:
Il primo giorno è partito sul pezzo fin dalla mattina presto. Alle dieci in punto il festival si apre davvero, con i padroni di casa di Balingen, gli Human Zoo, che fanno tremare il palco. Sono saltati nel cartellone appena due giorni prima, dopo che gli svedesi Crash Diet sono stati costretti a cancellare all’ultimo minuto la loro esibizione al Bang Your Head. Il bassista dei Crash Diet Peter London si è infatti beccato una brutta forma di virosi ed è rimasto a letto. Così, oltre al BYH!!!, i Chrash Diet hanno dato forfait anche al Burnout festival di Wolfurt, in Austria.
Agli Human Zoo la situazione è capitata a pennello. Proprio in concomitanza col festival hanno infatti pubblicato il loro terzo album in studio “Eyes Of The Stranger”, e suonare al Bang Your Head è arrivato come il cacio sui maccheroni. Il sestetto, che ha la particolarità di avere in formazione anche un sassofonista, ha aperto con veemenza lo show nel segno della promozione del nuovo disco, partendo dal brano The Answer. Gli esponenti della scuola rock melodica sono musicisti rodati nonostante la band sia relativamente giovane. Ben affiatati e abituati ai palchi, senza freni e senza un briciolo di timidezza. Condizioni audio ottimali. I ragazzi proseguono il set con un altro pezzo nuovo, Gimme Your Time, rilanciano lo show con la marcetta da inno To The Top e, tra i brani nuovi, non si sono dimenticati nemmeno dell’ottima title track Eyes Of The Stranger. Gli Human Zoo sono stati in pratica gli unici rappresentanti del rock melodico del primo giorno. Il secondo giorno ha salvato l’onore del genere i danesi Pretty Maids. Insomma, gli Human Zoo sono una band di qualità che voi amanti del genere dovete assolutamente andare a sentire.
PORTRAIT:
I Portrait sono dei revivalisti svedesi. Riportano in vita l’eredità della N.W.O.B:H.M., e ci aggiungono volentieri anche un pizzico dell’aura inquietante dei Mercyful Fate. La band esiste dal 2004 e ha appena pubblicato il nuovo album in studio “Crimen Laesae Majestatis Divinae”. Curioso che l’anno scorso al Bang Your Head il ruolo dei Portrait l’abbiano svolto i loro connazionali Enforcer. Entrambi pescano l’ispirazione da un patrimonio musicale simile, con la differenza che i Portrait sono un filo più oscuri. Naturalmente armonie di doppia chitarra, assoli a più voci di due chitarristi ugualmente ferrati, che curano perfino un “gear” identico. Melodie sopra riffoni di vecchia scuola, ma bollenti, ovunque. Il cantante Per Karlsson, con gli occhi ben marcati di matita nera e le unghie smaltate di nero, per gesti, posture, movenze, per la zazzera riccia e soprattutto per la pelle aderente e gli stivali col tacco alto a tratti ricordava in modo quasi sconcertante Ronnie James Dio. I musicisti svedesi sono noti per rigore, precisione, insomma per il perfezionismo. Chi è venuto a godersi il sound classico di un tempo per i tempi nuovi, durante il concerto dei Portrait si è trovato esattamente al posto giusto. La band è partita a razzo con il primo brano del nuovo album, Beast Of Fire, e ha davvero infuriato come il fuoco per tutti i 40 minuti a disposizione.
CRYSTAL VIPER
Poi è toccato ai Crystal Viper, che vengono dall’area industriale della polacca Katowice. La band, che nel mondo metal più ampio aspetta ancora il grande salto, ha già un bel po’ di chilometri sulle spalle, visto che ha suonato in tantissimi dei festival più grossi, in patria e all’estero. Il quartetto è l’ennesima formazione che punta su una frontwoman, anche se senza linee vocali estremamente alte (Nightwish) o profonde (Arch Enemy). I Crystal Viper hanno attaccato il palco con coraggio e, anche grazie alla simpatica Marta Gabriel, si sono conquistati subito il pubblico, soprattutto nella seconda parte del concerto, quando in mezzo al loro materiale hanno infilato la cover della classica degli Agent of Steel, Agents of Steel. La band suona heavy metal melodico che, per il tempo veloce con qualche passaggio di doppia cassa, a tratti ricorda le radici speed metal, mentre altre volte gli inserti sinfonici e i ritornelli epici buttano dentro qualche elemento power metal. Il sound più tradizionale del gruppo poggiava su una macchina ritmica vivace e su frasi di chitarra melodiche, e la loro qualità migliore sono i continui cambi di tempo e le tante idee messe dentro ogni pezzo, per cui lo show è stato vario e super dinamico. Visto che anche l’esecuzione era all’altezza, sul risultato non c’era da preoccuparsi! I polacchi hanno presentato il disco attuale “Legends”, uscito l’anno scorso per AFM Records, e qualche pezzo più vecchio, come The Last Axeman e la favolosamente epica Gladiator. Un’esibizione fatta con le palle e con stile, che mi ha sorpreso in positivo, e spero che in futuro sentiremo ancora parlare dei Crystal Viper.
STORMWARRIOR:
Qualcuno se li ricorda dal concerto del 2008 a Komen, in Slovenia, nell’edizione di allora del Meta Mania Open Air festival? Lì gli Stormwarrior promuovevano il loro quarto album in studio “Heading Northe”, poi sono passati tre anni e quest’anno la band ha pubblicato il nuovo album in studio intitolato “Heathen Warrior”. Gli Stormwarrior ricordano sempre di più i Running Wild nei loro tempi più veloci, per fortuna anche i migliori. Il quartetto non molla. Anche per gli Stormwarrior vale la regola che sono un quartetto con tanta esperienza. Prendi il “cowboy” e bassista della band Yenz Leonhardtz, il vero “tuttofare”, che ha suonato il basso in un’infinità di gruppi e, da ultimo, ha perfino sostituito in alcuni concerti Nibbs Carter dei Saxon, nel tour primaverile dei Saxon del marzo 2010.
Gli Stormwarrior sul palco sono sempre più convincenti di anno in anno! Suonano in modo scafato, con un affiatamento superiore, come un ingranaggio di orologio svizzero finemente assemblato e perfettamente oliato. Il quartetto, un po’ handicappato su un palco così enorme, dato che il chitarrista Lars Ramcke è inchiodato anche al ruolo di cantante, ha compensato questa staticità a tratti con la posa “spalla a spalla” dei due chitarristi. Il martellare estremo sui riff, ereditato dalla prima falange delle band della vecchia scuola tedesca come Helloween e Running Wild, prendeva corpo in brani come Heathen Warrior, The Ride Of Asgard, Fyre And Ice, l’immancabile marcia Iron Prayers, Spikes And Leather, Defenders Of The Metal. Interessante che a sgravare Lars dalla voce può dare una mano anche il bassista Yenz, cosa che gli Stormwarrior hanno sfruttato ancora di più per eseguire i pezzi del nuovo album. In Fyre And Ice, per esempio, i due si dividono i versi a turno. Cosa salva gli Stormwarrior dal tipico cliché? La voce particolare di Lars, che nel suo “nasaleggiare gutturale” ha una dose sensuale di veleno e cattiveria. È stata un’ottima esibizione, sensibilmente carica di mordente, sostanza, dinamite e di una dinamica di palco eccezionale, con cui gli Stormwarrior si sono lasciati alle spalle di parecchio tutte e tre le band che avevano suonato prima.
LEGION OF THE DAMNED
Due giorni dopo il Metal Camp, i Legion of the Damned hanno assaltato anche il Bang Your Head!!!, la band più estrema di questa edizione del festival, se ci limitiamo ai soli artisti sul palco principale. I Legion of the Damned vengono dal paese dei tulipani, da cui arrivano parecchie band più estreme: Pestilence, Sinister, Asphyx, per citare solo i nomi più altisonanti. Un attacco frontale da ogni lato avrebbe dovuto vomitare energia, ma del concerto un po’ assonnato degli olandesi non lo direi proprio. La prima linea, un po’ arretrata, con il trio davanti non emanava il fuoco dell’occultismo, dell’oscurità, della paura e dell’apocalisse di cui cantano nei loro pezzi. Se la presenza scenica era sorprendentemente trattenuta, con la parte musicale era tutta un’altra storia. I colpi di cannone aggressivi sulla batteria dell’unico membro originale Erik Fleuren, con la doppia cassa centrale, dettavano un tempo brutale, nelle strofe, alle chitarre un po’ più thrasheggianti, mentre sulla voce non c’era spazio per mollare! Il growl velenosamente profondo ma tagliente di Maurice Swinkels colpiva come un pugno in fronte i fan della band nelle prime file. Se il riffing vario della chitarra piace agli amanti del thrash, a avvicinare stilisticamente i Legion of the Damned alla fusione thrash/death sono il tempo spedito e la voce, anche se la loro filosofia musicale non scopre certo l’acqua calda. In cinquanta minuti il quartetto ha ripercorso sul palco, in retrospettiva, i cinque album pubblicati finora, con in primo piano la presentazione del più recente, “Descent into Chaos” (2011), e gli olandesi hanno chiuso con Werewolf Corpse un’esibizione dalle sensazioni contrastanti.
CRIMSON GLORY
Crimson Glory! Una vera perla, incontrarli faccia a faccia è quasi come fare un terno al lotto: erano il nome più esclusivo di questo Bang Your Head!!! e, come tali, anche tra i miei favoriti personali del festival. Già durante il tour europeo nei club, ad aprile e maggio, si era sparsa la voce della forma live ultraterrena dei mitici americani, così prima dell’inizio mi sono piazzato strategicamente nelle prime file e mi sono lasciato andare a un’ora di puro godimento. I Crimson Glory, con il nuovo arrivato Todd La Torre al timone, hanno spiegato le ali a pieno e sono tornati con più slancio nel cuore della scena musicale, perché alla fine hanno trovato il sostituto perfetto per Midnight, morto due anni fa per insufficienza d’organi. Il caso ha voluto che i metallari della Florida incontrassero La Torre per la prima volta proprio alla cerimonia in ricordo di Midnight, e a presentarglielo fu, di nuovo per caso, Matt LaPorte (Jon Oliva’s Pain), morto qualche mese fa.
Sopra lo sgabello del batterista troneggiava un telo con la copertina dell’album “Transcendence” (1988), che non c’entrava granché con il tema del tour in corso per il 25° anniversario dell’uscita dell’esordio “Crimson Glory” (1986), ma comunque l’astronave futuristica della copertina, avvolta in una mistica combinazione di rosso-viola-blu, già da sola poco prima dell’inizio del concerto faceva scattare emozioni forti.
Il concerto si è aperto con Valhalla, che apre anche il primo album della band. Fin dall’inizio ti spaccava le orecchie la presenza molto più forte della linea di basso di Jeff Lords rispetto all’originale in studio, e le complesse linee vocali sono state la prima grossa prova affrontata da La Torre. Il nuovo frontman, dopo la timidezza iniziale, durante il concerto, sull’onda della buona accoglienza, si è tolto un peso dal cuore, e così ha cominciato a gettare ancora più benzina sul fuoco. In tutti i classici di Midnight La Torre è stato un degno successore dell’insostituibile, ha pescato nei registri vocali più alti e se l’è cavata più che bene con pezzi tanto impegnativi come Azrael o Queen Of The Masquerade. In più, il batterista di lunga data di band locali ha anche una buona dose di carisma, e chi segue il concerto si identifica in fretta con il pivello della band. Il quartetto ha abbandonato negli anni l’uso delle maschere sul palco, ma questo non ha soffocato la sensazione di autenticità e credibilità della formazione ai giorni nostri. I Crimson Glory hanno sfornato i classici dei primi due album già citati, uno dietro l’altro si sono susseguite Masque of the Red Death, In Dark Places, Where Dragons Rule… Hanno entusiasmato con tutti i loro punti di forza: abbiamo sentito le riconoscibili armonie a tre voci dell’originale duo di chitarre Jon Drenning / Ben Jackson, momenti epici e atmosferici e le già citate fughe vocali di La Torre verso le vette. Tra un pezzo e l’altro il duo Drenning / La Torre si è un po’ troppo dilungato nel parlare al pubblico, ma questo non ha rovinato l’ottima impressione che il quintetto si è più che meritato con un’esibizione affiatata. La domanda se valga la pena andare a vedere i Crimson Glory in un eventuale nuovo tour nei club, dopo questa performance da lasciare senza fiato, è diventata inutile… obbligatorio!
DEATH ANGEL
Negli ultimi sette mesi, nel nostro paesello abbiamo potuto verificare due volte dal vivo che i leggendari thrasher della Bay Area Death Angel, dopo gli ultimi cambi di formazione alla fine dello scorso decennio, sono (di)ventati una vera macchina da concerto, di quelle che ti scuotono fino alle ossa e ritorno! Era chiaro che sul grande palco del festival sarebbe stato difficile ripetere l’atmosfera folle del concerto intimo a Metelkova di qualche mese fa, ma ci siamo comunque goduti, a ragione, un nuovo piacevole incontro con una band oggi attivissima, di sangue americano-filippino.
Durante l’intro registrato i musicisti si sono disposti sul palco e, passando al brano d’apertura I Chose The Sky, sono schizzati in ogni direzione come schegge. Dal vivo i Death Angel non suonano per niente diversi da come li senti dalla poltrona di casa: ti aggrediscono con una forza distruttiva inarrestabile e con riff subito contagiosi ti costringono a scapocciare. Come sempre al centro dell’azione c’era il frontman dai lunghi dread Mark Osegueda, che si è messo in tasca senza fatica il grande palco e ha dettato il ritmo di ballo a un pubblico ben nutrito. Quest’anno il festival ha offerto una bella selezione di crema thrash, quindi il grande sostegno all'”Angelo della Morte” proprio sul posto non è stato una sorpresa. L’album attuale i Death Angel l’hanno presentato con la title track e con i pezzi Truck e River of Rapture, e in mezzo ci hanno infilato i loro vecchi classici tipo Seemingly Endless Time e Bored. Quest’ultima l’hanno allungata fino a una cover dei Black Sabbath, Heaven and Hell, e così ci hanno richiamato alla mente l’edizione dell’anno scorso del festival, in cui, in memoria del compianto Dio, ogni singolo artista ha suonato una cover dal suo repertorio. Con tutto il rispetto per la sua figura e la sua opera, ma un tributo del genere dopo un anno in cui Dio girava in ogni festa rock è una mossa un po’ sbagliata. Ma pazienza, la lezione di coesione sul palco e di thrash metal aggressivo con passaggi melodici in mezzo è proseguita e si è chiusa con un altro classico della vecchia scuola, The Ultra-Violence. I Death Angel hanno giustificato in pieno le alte aspettative della vigilia: nonostante il ritmo estenuante del tour hanno ancora una volta spremuto fino all’ultimo atomo di energia e ci hanno convinto che la loro voglia di suonare dal vivo è ancora genuina.
QUIET RIOT
All’inizio del 2008, due mesi dopo la morte del leggendario frontman Kevin DuBrow, il batterista Frankie Banali pubblicò sul sito ufficiale dei Quiet Riot un lungo messaggio sulla fine definitiva della band, ma meno di tre anni dopo si è rimangiato tutto. Banali, l’unico credibile erede del lascito dei QR nella formazione odierna, a un concerto di una “tribute to Van Halen” locale ha trovato il cantante Mark Huff e per continuare la storia della band ha ottenuto anche la benedizione della famiglia DuBrow. La versione reclutata della formazione si completa con Chuck Wright al basso e Alex Grossi alla chitarra, ma continuare a costruire la storia dei Quiet Riot senza DuBrow sembra comunque tirato per i capelli e sa più che altro di puzza di rapace da novellini…
Il concerto a Balingen era il loro primo europeo in assoluto nell’era post-DuBrow, quindi durante lo show gli occhi erano puntati ancora più intensamente sul semisconosciuto Mark Huff. Gli americani hanno aperto con il brano Run Fom Cover, che nel finale è scivolato in Slick Black Cadillac. Sì, evidentemente l’ora successiva sarebbe passata all’insegna del loro album più classico, “Metal Health” (1983). Huff nei panni del predecessore sembrava un po’ goffo. Non è questione del colore della voce, che è praticamente identica a quella di DuBrow, ma della mancanza di essenza scenica e carisma. Nonostante l’impegno evidente, nella culla non gli hanno messo abbastanza doti da frontman. Sul palco sembrava perso, e così senza volerlo ne risentiva anche l’immagine complessiva di quello che succedeva sopra, anzi, tra i quattro sul palco non si percepiva una vera energia reciproca, e si vedeva nella povera risposta del pubblico. Vocalmente Huff centrava le note con facilità e seguiva fedelmente le linee originali un po’ graffianti; imitare DuBrow con meno interpretazione personale possibile è probabilmente l’unica cosa che gli resta. Su questo fronte quindi non gli si può rimproverare proprio niente.
Molti sguardi li ha attirati Banali, che picchiava energico sui tamburi: con i suoi inserti e il continuo scapocciare sembrava che dietro la batteria ci fosse un adolescente scafato e smanioso di dimostrare qualcosa. Accanto al duo di chitarre disinteressato Wright / Grossi, proprio il batterista è sembrato l’unico a tirare il concerto verso la fine, nei pezzi Condition Critical e Don’t Wanna Let You Go, il che ovviamente per la band non è un buon segno. L’atmosfera è salita al livello desiderato solo con l’attesa chiusura con i sempreverdi Cum On Feel The Noize e l’inno mancato del festival Metal Health, ma per le sensazioni positive era decisamente troppo poco.
La conclusione è chiara: senza il defunto fondatore Dubrow, oggi i Quiet Riot possono rappresentare in modo credibile la loro eredità solo nella formazione con Banali, Carlos Cavazo e Rudy Sarzo, e ogni altra opzione di esistenza, a giudicare da quanto visto, è senza senso.
OVERKILL
Una delle esibizioni più interessanti per i seguaci del metal un po’ più estremo è arrivata sotto forma delle leggende del thrash metal Overkill, la più grande band thrash della costa orientale americana dopo gli Anthrax. L’anno scorso Bobby e compagnia hanno suonato al Metal Camp di Tolmin, e nel frattempo hanno passato un periodo più che attivo: in primavera hanno battuto l’Europa in un tour poderoso in compagnia delle band affini Destruction e Heathen, quindi la loro condizione live non era in discussione.
Il palco era addobbato con un gigantesco pipistrello, “Chaly”, sullo sfondo, quando il quintetto ha aperto lo show con il brano The Green And Black. Nel quadro sonoro aveva un posto importante il ruolo ingrossato del basso, con cui gli Overkill hanno portato con successo anche nei live il trend di produzione degli ultimi anni. Il repertorio, costruito con cura, variava tra classici della vecchia scuola degli anni Ottanta e pezzi più recenti, che servono con credibilità il grande nome della band. Bobby “Blitz” Ellsworth, nonostante l’abbraccio con Abraham di due anni fa, si è presentato vocalmente in buona luce e ha tenuto testa alle linee pesanti che portano brani come Old School o Elimination. È un frontman nel vero senso della parola, perché carisma e status di semidio del thrash metal gli permettono di tenere la folla con disinvoltura. Gli interventi tra i pezzi erano più l’eccezione che la regola, e lo scarico di energia “alla Overkill” e il ritmo assassino dei pezzi potrebbero prenderlo a modello parecchie band della loro età. Nelle parti vocali, nel ritornello punkeggiante di In Union We Stand, a dare una mano a Bobby è arrivato il trio di chitarre, che quel pomeriggio ha fatto i compiti da manuale. La posa affidabile dei riff taglienti e riconoscibili spiccava nella title track, tecnicamente un po’ più impegnativa, dell’album attuale “Ironbound” (2010), con l’inserto strumentale centrale; in scaletta è tornata anche la raggelante Skullkrusher con il riff doom d’apertura, che metterei senza problemi tra i migliori riff doom del metal in assoluto. Il movimento energico e dinamico per tutto il tempo, il controllo di ogni situazione sul palco e infine l’affiatamento del quintetto si sono rivelati ancora una volta gli attributi principali del live degli Overkill, con cui hanno gettato con sicurezza il guanto di sfida agli Slayer per il titolo di vincitori thrash metal del festival.
IMMORTAL:
I black metaller, che in questo senso nella nuova era diventano sempre di più solo black metaller “proverbiali”, hanno portato a Balingen, dopo il concerto dei Crimson Glory, la seconda attrazione del primo giorno. I tre, Abbath, Horgh e Apollyon, che un profano può scambiare in un attimo per maschere di carnevale ispirate all’aspetto degli orsetti panda, sono arrivati sul palco barcollando attraverso una nebbia fitta, fitta da poterla tagliare. In mezzo sibilavano velenosi gli stroboscopi, e nella parte iniziale gli uomini hanno naturalmente preparato salve infuocate di effetti pirotecnici, che hanno rafforzato l’intro del brano All Shall Fall in una buona ora di rovina. Nel black metal si può finire facilmente in una situazione molto spiacevole se il suono non è a posto. Bastano le piccolezze. Stavolta le batterie bucavano diaboliche il quadro sonoro e il vestito sonoro massiccio era assai assottigliato. Matrici comprese. Già. Le tastiere. Per fortuna la voce “gracchiante” di Abbath riceveva abbastanza supporto dal mixer, eco compresi.
La band ha sparato, tra le altre, la già citata All Shall Fall, poi Damned In Black, The Call Of The Wintermoon, Tyrants, One By One, In My Kingdom Cold, Hordes To War, The Rise Of Darkness. Una delizia dal punto di vista di un fenomeno musicale e d’immagine fuori dal comune. Roba che fa più ridere che paura.
CRIPPER:
Purtroppo ho dovuto correre di corsa nella sala Messehalle per un’intervista già concordata con i Cripper, e volevo anche beccare la band sul palco durante il concerto. E c’era da vedere. Sala piena, di sicuro 1200 persone, che respirano con entusiasmo insieme alla band sul palco. I Cripper, che hanno pubblicato l’ultimo album in studio due anni fa, intitolato “Devil Reveals”, sono un quintetto straordinariamente dinamico, potente, smanioso di dimostrare qualcosa. Vengono da Hannover e suonano una versione moderna di metal spericolato, basato sull’eredità della vecchia scuola teutonica del thrash tedesco. Ma moderna, con una sezione ritmica groove spessa e voluminosa. Una scheggia in fronte, di una marcia satanica furiosa e devastante, trova la sua vera immagine ovviamente quando entra nei pezzi con la voce la ragazza scafata Britta Goertz. Una ragazza con un approccio “growl” che esplode con una forza capace di svegliare anche Angela Gossow degli Arch Enemy. I brani Helix, I […], Fire Walk With Me, Life Is Deadly, Shortcut, Junkie, I am the Pit, Devil Reveals, FAQU, Sun: Colour: Black hanno infiammato la sala, e questa alla fine ne voleva ancora. Bis! Ma non si poteva. Non c’era tempo.
I Cripper sono una band con un’ottima struttura manageriale alle spalle. Nel 2006, 2007 e 2008 hanno suonato al Metal cAmp, l’anno scorso hanno partecipato al 70.000 Tons of Metal festival. Noi li avevamo beccati due anni fa al festival Wacken Rocks South nella Baviera orientale e, dopo questa esperienza, concludo senza problemi che in due anni la band ha fatto un grande passo avanti. Il gruppo è un’unità scenica eccezionale, coerente e affiatata, che si muove in modo estremamente sicuro e compatto e, soprattutto, convincente quando si cala nel ruolo di predica distruttiva di panorami insanguinati.
ACCEPT:
E la terza attrazione della serata? L’esibizione dell’headliner Accept? Gli Accept sono uno dei più bei “ritorni” sulla scena dell’heavy metal. Dopo che Udo Dirkschneider li aveva scaricati, nessuno credeva che i ragazzi si sarebbero rialzati senza di lui. E invece sì. Anzi, di più. L’album “Blood Of The Nations” è una delle migliori uscite heavy metal dell’anno scorso, e più Accept di così non può suonare. E senza Dirkschneider. Gli Accept hanno attraversato quest’inverno un tour europeo di grande successo, con le sale sold out. I concerti estivi nei festival erano in qualche modo prevedibili nel “booking” di quest’anno, ma essere presenti a un concerto degli Accept a Balingen, stavolta, era un’esperienza speciale. Pochi giorni prima del festival la band ha infatti dato l’annuncio ufficiale di voler registrare l’intero concerto al Bang Your Head festival per un’uscita in DVD e CD live. Ogni vero difensore dell’heavy metal doveva quindi venire al Bang Your Head!!! almeno per fondersi con la magia della musica degli Accept.
Gli Accept, che tornano a suonare nella “formazione d’oro”, dell’era d’oro, incarnata dal duo di chitarre Wolf Hofmann/ Herman Frank e dal bassista Peter Baltes, in compagnia del rodatissimo batterista Stefan Schwarzmann, che prima di approdare negli Accept ha suonato, tra l’altro, nelle formazioni classiche della scuola metal tedesca Running Wild, Helloween, U.D.O., e del nuovo cantante Mark Tornillo, nel 2011 sul palco non sono solo magnifici, ma proprio indistruttibili. Tanta energia, che incarna una sete indomita di suonare, di godersela, di divertirsi, da parte di una band i cui membri hanno un’età tra i 50 e i 60 anni, è difficile trovarla oggi anche in band più giovani di 25 anni.
Condizioni audio fantastiche. Ovunque ti mettessi durante il concerto, sentivi ogni singola “scoreggetta” in modo nitido. Forte, ma allo stesso tempo chiaro. Forte da farti squarciare da dentro a fuori il suono, in tutta la sua autenticità beffarda, incarnata dall’approccio unico, dal sapore di legno e dai riff secchi e taglienti delle leggende del metal tedesco, che per anzianità tra le band tedesche ancora in attività sulla scena sono superate solo dagli Scorpions!
Il quintetto è eccezionale nella dinamica. Combinazioni Baltes/Hofmann, Frank/Hofmann, o tutti e tre spalla a spalla a “scapocciare”. Baltes e Hofmann che corrono di continuo da sinistra a destra del palco. C’è Mark Tornillo, vocalmente padrone di tutto, nelle scarpe giganti di Dirkschneider, e naturalmente Schwarzmann dietro i tamburi, ispirato a cannonate per tutto il tempo! Gli Accept in questa maniera hanno spremuto ettolitri di sudore sul palco del festival. Il pacchetto di 18 brani di repertorio l’hanno condito con una jam strumentale in Bulletproof e con l’incitamento al pubblico nei famigerati classici Princess Of The Dawn e nella conclusiva Balls To The Wall. Tra i classici obbligati del repertorio gli Accept hanno mescolato ottimi momenti del nuovo album, come il (già famigerato) “single” Teutonic Terror, che apre il concerto, la velenosa Bucket Full Of Hate, la super-ottima, cupa e seducente da inno New World Comin’ e, per chiudere la parte regolare, la scelta No Shelter, che suona, a prescindere dalla data di nascita 2010, come se fosse un brano perduto degli Accept del 1983.
E credeteci. Nonostante l’ora e mezza di repertorio, è il concerto che quel giorno è passato più in fretta. La gente proprio non voleva capire che con Balls To The Wall, purtroppo, la serata con gli Accept era finita. Visto che le leggende avevano annunciato la registrazione del concerto per l’uscita, è davvero curioso che gli Accept non abbiano deciso di suonare qualche sorpresa, che negli altri festival di quest’estate non avevano eseguito, con cui condire l’uscita del DVD di questa esibizione.
I suoni elementari di una band pioniera, “colpevole” di tutto lo sviluppo del metal in Germania fino a oggi, hanno risuonato ancora a lungo nella notte nelle nostre teste. Un’autenticità senza pari. E un approccio che non mostra un filo di ruggine. Speriamo che questi Accept pubblichino presto un nuovo album, seguito da un nuovo tour! A prescindere dal codice fiscale, sul palco i ragazzi sembrano metà dei loro anni!
Dopo l’ottimo concerto al Bang Your Head!!! di quest’anno gli Accept sono partiti per la Slovenia, dove hanno chiuso e completato la falange estiva dei loro concerti nei festival a Tolmin, al festival Metal Camp. Naturalmente come si addice alle leggende. Nel ruolo di headliner. Non si può dubitare nemmeno per un attimo che gli Accept, grandi signori dell’heavy metal, non siano riusciti a stregare anche il pubblico di lì!
testo: Urban Bolta (Crystal Viper, Legion of the Damned, Crimson Glory, Death Angel, Quiet Riot, Overkill)
testo: Aleš Podbrežnik (introduzione, Human Zoo, Portrait, Stormwarrior, Immortal, Cripper, Accept)
foto: Aleš Podbrežnik























































