Mammoth
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Beardfish
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2011
Voto: 4.5/5
Gli svedesi Beardfish negli ultimi anni si sono guadagnati a pieno titolo lo status di una delle band progressive rock più eccitanti e versatili della nuova generazione. Rispetto ai loro vicini scandinavi, per esempio i The Flower Kings, alfieri del revival prog, i Beardfish si distinguono soprattutto perché l’atmosfera della maggior parte dei loro lavori è di solito più cupa e nei testi non vanno certo a piantare fiorellini. Oltre a una fusione appassionata di rock sinfonico, jazz, pop rock e funk sotto l’influsso dei classici prog anni Settanta, i Beardfish puntano parecchio anche su riff di chitarra hard rock, e c’è spazio pure per una punta di umorismo, soprattutto nei testi. Nonostante le composizioni dei Beardfish siano specchio di complessità, perizia strumentale e imprevedibilità ritmica, c’è sempre anche una forte componente melodica, tanto che sotto questo aspetto sono una delle band prog più accessibili della nuova generazione.
Il loro ultimo lavoro, “Mammoth”, è il sesto della serie e il successore dell’ottimo “Destined Solitaire” (2009), che aveva fissato nuovi standard su come dovrebbe suonare il buon progressive rock del XXI secolo. Va detto subito: “Mammoth” soddisfa senza fatica le grandi aspettative di una schiera sempre più larga di fan di questa eccellente band prog svedese.
“The Platform” è un’apertura d’album di un’energia incredibile. Con quel riff affilato, sostenuto da una batteria aggressiva ma ricca, articolata e creativa e da una linea di basso bella grossa, mentre le tastiere restano completamente sullo sfondo, chi non conosce bene la band penserà di sicuro, all’inizio, di avere a che fare con qualche formazione prog metal. Anche la voce dinamica e vellutata di Rikard Sjoblom, che oltre a cantare suona pure chitarra e tastiere, starebbe benissimo in qualsiasi band prog metal. I sottili passaggi di chitarra acustica nel mezzo e i fill di batteria dal sapore jazz fanno però capire che l’ascoltatore ha a che fare con una band dal vocabolario sonoro molto più ampio della solita formazione prog metal.
“And the Stone Said: If I Could Speak”, con i suoi oltre 15 minuti il brano più lungo e complesso del disco, grazie al suono retrò di organi Hammond affilati rimanda subito a qualche leggendaria band prog degli anni Settanta, mentre i cambi ritmici dinamici garantiscono per tutto il tempo un’incredibile vivacità a questa composizione stratificata ma comunque melodica. Più o meno a metà arriva una parte sottile, dal tono romantico, con la voce, qualche ghirigoro ritmico jazz-funk e le esplosioni di sassofono firmate dall’ospite Johan Holm. Come la maggior parte delle band prog migliori, anche i Beardfish adorano drammatizzare e far salire lentamente la tensione, finché con acrobazie ritmiche brutali e sfoghi vocali esasperati non la portano su un orizzonte più aggressivo e cupo. Il tutto si chiude in modo epico.
“Tightrope” ha una natura più leggera, perché punta su una melodia pastorale di chitarra acustica che le regala un leggero retrogusto folk. Il disco migliora di brano in brano. “Green Waves” torna a un’atmosfera un po’ più aggressiva e drammatica, con tanti riff incisivi, un ritmo complesso e spezzettato e svolte avanguardistiche improvvise, che strizzano un po’ l’occhio all’eredità sonora dei leggendari King Crimson. Lo strumentale “Outside/Inside” è una breve ouverture solista al pianoforte.
Segue una vera leccornia jazz fusion, l’ottimo strumentale “Akakabotu”, con passaggi ramificati di sassofono e organo Hammond, rullate di batteria impazzite e, ogni tanto, una sottile armonia di chitarra in accompagnamento. L’atmosfera passa di continuo da sfumature delicate, quasi romantiche, a tinte più aggressive e cupe. La conclusiva “Without Saying Anything (Featuring Ventriloquist)” è un’altra creatura eccellente, dinamicissima, con un cambio d’umore continuo: da passaggi melodici e ipnotici di chitarra e tastiere ad acrobazie ritmiche fusion aggressive di basso e batteria. A tenere insieme il tutto ci pensa la voce di Sjoblom. Nella seconda parte della composizione ci troviamo praticamente davanti a un altro pezzo, perché struttura e atmosfera cambiano radicalmente. In primo piano sale una melodia epica che chiude in modo trionfale questo disco eccellente.
“Mammoth” è un vero trampolino sonoro di svolte imprevedibili e fusione sfrenata, il tutto con una forte coesione melodica. I Beardifish hanno sfornato un altro album eccellente e dimostrano così che, per qualità dei lavori in studio, sono una delle band più costanti del progressive rock contemporaneo. Nonostante il titolo buffo del disco e la copertina altrettanto comica, ma allo stesso tempo ottima, parliamo di uno dei migliori risultati prog rock del 2011.
Formazione
Rikard Sjöblom – voce, tastiere, chitarra, percussioni
David Zackrisson – chitarra, cori
Robert Hansen – basso, cori
Magnus Östgren – batteria
Produzione
Beardfish e William Blackmon
Tracklist
1. The Platform (8:06)
2.And The Stone Said: If I Could Speak (15:07)
3. Tightrope (4:33)
4. Green Waves (8:53)
5. Outside / Inside (1:43)
6. Akakabotu (5:41)
7. Without Saying Anything (feat. Ventriloquist) (8:10)