Il mago Ken Hensley e i suoi apprendisti nel cuore di Trieste: magia Heep con risultati parecchio altalenanti (2012)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Castello Di San Giusto / Trieste / Italia
Data del concerto: 27.07.2012
Pubblico: 400 persone
Prezzo del biglietto: 16,00€

Il secondo giorno del festival estivo Summer Rock, che ogni anno si tiene a Trieste, dopo l’indimenticabile serata con i Three Friends, capaci di far rivivere per un attimo i leggendari Gentle Giant, ci ha regalato la visita di un’altra leggenda dei tempi d’oro del rock progressivo. Ken Hensley è diventato famoso tra gli appassionati di rock soprattutto come l’indimenticabile tastierista degli Uriah Heep, nonché, nel periodo migliore di quella band di culto, autore principale dei testi e della maggior parte della musica, e ogni tanto anche cantante e chitarrista d’accompagnamento.

Hensley, che ha iniziato la carriera solista quando era ancora negli Uriah Heep, con gli album »Proud Words On a Dusty Shelf« del 1973 e »Eager To Please« del 1975, non è noto soltanto come musicista di primo livello, ma anche come persona con un ego bello forte: nel 1980, un po’ offeso perché gli altri membri non davano per scontato il suo ruolo di compositore più importante, e insoddisfatto della direzione sonora della band, ha lasciato i compagni di una vita e se n’è andato per la sua strada. In quel periodo ha inanellato una serie di album più o meno solidi, per un breve periodo ha collaborato con i floridiani Blackfoot, si è trasferito stabilmente in Spagna e si è liberato con successo dalla dipendenza dalla cocaina, compensata con un improvviso slancio religioso con cui, per fortuna, solo di rado turba il suo pubblico dal vivo. Ken, che a maggio ha pubblicato un nuovo album intitolato »Love & Other Mysteries«, di solito non fa molti concerti fuori dalla Gran Bretagna, quindi il suo arrivo, soprattutto dopo le voci su un suo imminente ritiro, è stato davvero una bella sorpresa.

A scaldare l’atmosfera ci hanno pensato, come gruppo spalla, gli italiani Garden Wall, che con la loro versione di prog metal cupo e tecnico, sotto evidente influsso di Dream Theater e Opeth, sono stati una scelta piuttosto insolita ma comunque solida. Questo collettivo prog metal con tendenze jazz, attivo dalla fine degli anni Ottanta e con otto dischi all’attivo, ha entusiasmato un sacco di amanti di chitarre veloci e rumorose con la virtuosità del chitarrista solista Raffaella Indri, di cui si sentiva lontano un miglio che è cresciuto ascoltando Joe Satriani. Il cantante/chitarrista ritmico e capo della band Alessandre Seravalle sfoggia un approccio vocale relativamente brutale, che però stava bene con testi per lo più satirici e di critica sociale, pieni di metafore scherzose e di humor nero e di improvvisazioni spiritose a margine. Insomma, una band che merita l’attenzione di tutti gli amanti del prog metal tecnicamente raffinato. Tra parentesi, il nome Garden Wall non è proprio originalissimo, ma si porta dietro un’eredità illustre: a metà anni Sessanta si chiamava così la prima band di Peter Gabriel e Tony Banks, prima che unissero le forze con Mike Rutherford e Anthony Phillips, membri dei The Anon, dopodiché tutti insieme si ribattezzarono Genesis.

Dopo il commiato dei Garden Wall è salito sul palco un quintetto di facce sconosciute insieme a due coriste di mezza età. Era ovviamente la band d’accompagnamento di Ken, i Forever Free. Poi, con il loro arrivo, si è finalmente palesata anche la figura ben nota in jeans scoloriti, che con gli anni somiglia sempre più a un vecchio capo indiano o, ancora meglio, a un mago, anche se con la tinta ai capelli cerca di recuperare un po’ di immagine giovanile. Ken, con grande soddisfazione della maggior parte dei presenti, quella sera ha suonato esclusivamente classici degli Uriah Heep, evitando di buttarsi sui pezzi solisti. Molti speravano in qualche sorpresa con ‘standard dimenticati’ che gli Heep non suonano da una vita, ma Ken, a parte la perla »Sweet Freedom«, cantata piuttosto male, non ci ha stupiti con niente di speciale. In apertura ha scelto la solita eterna solfa da cowboy »Stealin’«, che non è riuscita a rinfrescare nemmeno una lunga introduzione d’organo in cui ha infilato il motivo principale di »Rainbow Demon«, classico di »Demons And Wizards« (1972). Quella sera Ken ha usato un organo Hammond, prestatogli dal rinomato tastierista triestino Alex Falcone, membro della tribute band degli Uriah Heep Sweet Lorraine.

»Circle Of Hands« è stato uno dei rari classici degli Heep che a Ken e ai suoi compagni è riuscito nel complesso piuttosto bene, facendo rivivere la magia della sua ex band. La formazione italiana d’accompagnamento, messa insieme in fretta e furia, non ha risposto alle aspettative, perché spesso non era all’altezza della sfida, e questo vale soprattutto per il cantante, che doveva continuamente sbirciare i fogli con i testi e a volte si ammazzava letteralmente di fatica con interpretazioni vocali fallimentari. Per fortuna lo hanno aiutato due coriste italiane, che hanno fatto benissimo il loro lavoro. Vanno fatti i complimenti anche al chitarrista solista, che ha suonato in modo convincente tutti gli assoli impegnativi nella versione originale di Mick Box, mentre il bassista Trevor Bolder se lo ‘mangia’ per ‘uno spuntino’. Anche la forma vocale di Ken non è più quella di una volta e le note alte non riesce più a raggiungerle da un pezzo, cosa che ha deluso parecchio chi non se lo aspettava. »Sunrise« è stata, a sorpresa, una delle rare esecuzioni di classici Heep in cui l’interpretazione del cantante, che sbirciava ancora i fogli dei testi, è risultata sicura anche sulle note alte.

Durante »July Morning« hanno addirittura mandato a gambe all’aria la parte finale e, per ‘merito’ del cantante confuso, che Hensley ha guardato un po’ sbigottito, hanno ripetuto un verso già sentito, il che dice chiaramente quanto sia affiatata questa formazione di Ken messa su alla bell’e meglio. A metà concerto Ken ha ‘cacciato’ i compagni dal palco e, con il piano elettrico davanti, si è lanciato in un’esecuzione solitaria di due ballate sempreverdi degli Heep, »Wise Man« e »Rain«, con cui voleva almeno un po’ attenuare la prestazione zoppicante dei suoi compagni. Come interpretazione strumentale non c’era nulla da rimproverare a nessuna delle due amatissime ballate, ma la voce di Ken, pur sempre melodica, con gli anni ha perso la forza espressiva e la profondità di un tempo, anche se un po’ del vecchio slancio è rimasto. Gli anni, purtroppo, hanno fatto il loro.

Kenny, volente o nolente, non poteva evitare uno dei più noti evergreen degli Heep, »Easy Livin’«, che non può mancare in nessuna scaletta live o in studio dei classici Heep, anche se a molti sotto il palco non sarebbe mancato per niente. Tra i classici Heep più acustici, quella sera il migliore, abbastanza sicuro, è stato l’amatissimo »The Wizard«, in cui nel canto, come al solito, ha dato una mano il pubblico per tutto il tempo. La chiusura della parte regolare con il classico più famoso di Ken, »Lady In Black«, sfruttato per il canto collettivo con il pubblico, era più che prevedibile e non ha regalato sorprese. I fan più scatenati nelle prime file, cantando volutamente a squarciagola il ritornello, hanno quasi sovrastato Kenny, cosa che lui ha notato subito con un sorriso. Poi è arrivato l’immancabile primo bis, con una versione di »Gypsy« di nuovo piuttosto schizofrenica a livello vocale, anche se il chitarrista solista si è di nuovo distinto con l’interpretazione degli assoli di Box, mentre Hensley, come al solito, ha brillato all’Hammond. Il concerto, con una durata di poco meno di un’ora e mezza e un secondo bis piuttosto prevedibile con »Look At Yourself«, è stato decisamente troppo corto, ma Ken è stato irremovibile nella sua decisione di salutarci alla svelta.

Beccare un concerto di Ken Hensley è una rarità, e da questo punto di vista la serata con il ‘mago’, a cui gli anni, per quanto riguarda la voce, purtroppo non hanno fatto sconti, è stata davvero una bella esperienza live con l’inevitabile aura di nostalgia. In futuro però non sarebbe male se ci pensasse bene nello scegliere la band d’accompagnamento dal vivo, soprattutto per quanto riguarda il cantante, e magari richiamasse a collaborare il leggendario John Lawton.

Scaletta

1. Intro
2. Stealin’
3. Circle Of Hands
4. Sweet Freedom
5. Sunrise
6. July Morning
7. Wise Man
8. Rain
9. Easy Livin’
10. The Wizard
11. Lady In Black
—primo bis—
12. Gypsy
—secondo bis—
13. Look At Yourself

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