Rock of Ages 2012 (primo giorno)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta

Luogo: Seebronn / Baden-Württemberg / Germania
Data del concerto: 27.07.2012
Numero di spettatori: 10.000
Prezzo del biglietto: 75€ (biglietto per i due giorni)

È arrivata fine luglio e con lei una nuova edizione del festival Rock of Ages, che dal 2006 riunisce sotto lo stesso tetto soprattutto gli appassionati di rock dal taglio classico (e, in misura modesta, anche di heavy metal). L’evento di due giorni si svolge alla periferia della cittadina di Seebronn, nel land tedesco del Baden-Württemberg, una cinquantina di chilometri a sud di Stoccarda o, per rendere meglio l’idea, circa 700 chilometri di viaggio da Lubiana. Seebronn è circondata da campi infiniti di grano e mais, quindi la sensazione di essere ospiti nel tipico paesaggio del sud della Germania è fortissima.

La settima edizione ha portato con sé (come l’anno scorso) un bel po’ di maltempo, ma il cartellone, relativamente solido, ha comunque fatto in modo che il festival, a detta dell’organizzatore, fosse sold out. Grazie alla buona organizzazione e al personale gentile, il festival ha tutte le porte aperte per allargarsi in futuro – se non nello spazio, almeno nel tempo – a un evento di tre giorni. Proprio il programma poco intenso, che si svolge su un unico palco, è probabilmente il motivo principale per cui chi viene da più lontano decide di non esserci. Il festival fratello Bang Your Head!!!, organizzato dalla stessa squadra, oltre a un secondo palco offre più o meno anche una giornata di warm-up, quindi alla fine il bottino di band viste è incomparabilmente più ricco. Tra il pubblico del Rock of Ages è così quasi impossibile sentire parlare una lingua straniera, perché il festival è frequentato quasi esclusivamente da rocker della zona e dintorni.

Nonostante la partenza di buon’ora, la spedizione di Rockline a metà giornata di venerdì, nei pressi di Augsburg e Stoccarda, ha trovato di nuovo code infinite, probabilmente tipiche di ogni weekend. Il motivo degli ingorghi sta nell’allargamento dell’autostrada tra queste due città da due a tre corsie, e non ci resta che sperare che i lavori finiscano entro la prossima edizione del festival.

Ci siamo sistemati nell’area campeggio proprio mentre aprivano il festival THE SAILER BROS. BAND, vincitori di uno dei concorsi a cui hanno partecipato più di 100 giovani formazioni. Dopo di loro sul palco sono saliti i FISCHER-Z, formazione britannica di fine anni Settanta, uno dei nomi più esclusivi del festival, visto che dal vivo sui palchi dell’Europa centrale è difficilissimo beccarli. Nonostante le uscite costanti di nuovi album, John Watts e soci da tempo non riescono più a farsi strada nei media, per cui la loro attività è condannata a restare fuori dai riflettori delle grandi copertine. Il set, durata da ora di lezione e sapore new wave, era condito con  una bella dose di arroganza punk, ma sempre entro un suono accettabile per il rock. Pur con un’esibizione piuttosto passiva, grazie alla fantasia degli organizzatori i Fischer-Z sono stati una piacevole ventata d’aria fresca tra le band in cartellone.

Alle sette di sera è toccato a FISH, ex membro dei neo-prog Marillion e, dopo l’addio al gruppo nel 1988, solista di successo, con una carriera movimentata e all’altezza della sua fama di musicista eccellente. Quest’anno Fish è meno attivo dal vivo, quindi la sua presenza al festival era evidentemente frutto del grande desiderio degli organizzatori di vedere finalmente il musicista britannico anche da loro. Sul palco si è schierata prima la combriccola dei suoi musicisti, poi da dietro il sipario è comparso lo stesso Fish, tra l’entusiasmo della folla, e già dall’inizio con un linguaggio del corpo scanzonato ha ricordato perché è considerato un ottimo interprete da palco. Durante l’esecuzione del classico dei Marillion She Chameleon è arrivato fino in fondo alla passerella che si spinge tra il pubblico, ha steso le mani verso la folla e, cantando i versi »I saw the lizard, touch«, ha stabilito anche un contatto fisico con le prime file. La sua riuscita performance teatrale ha domato con successo le dimensioni del palco, in cui molti artisti semplicemente si perdono. Fish, che ha ben più di 50 primavere, vocalmente non raggiunge più le tonalità più alte, ma ha saputo nasconderlo con abilità grazie a una tecnica di leggero scostamento interpretativo dagli originali, aiutato da un ottimo lavoro di back vocal dei suoi musicisti. Il set di circa un’ora, in gran parte tinto dei colori della sua carriera solista, è stato chiuso dallo scozzese, un gigante per stazza, con un altro capolavoro dei Marillion, Fugazi, title track dell’omonimo album del 1984.

Alle otto e mezza il palco è passato a BOB GELDOF, un uomo la cui vita e la cui carriera musicale, rispetto a chi lo ha preceduto sul palco, sono del tutto autonome. Al nome di Geldof la maggior parte della gente pensa al 1985 e alla sua organizzazione del clamoroso progetto benefico Live Aid, con cui, tramite due concerti simultanei a Londra e a New York, le più grandi star della musica raccolsero fondi per l’Africa. Ma Bob Geldof è ben più di un irlandese dal buon cuore: è un musicista che ha iniziato la carriera nel movimento new wave con i The Boomtown Rats, a metà anni Ottanta si è lanciato come solista, e il suo ultimo frutto è l’album uscito l’anno scorso, »How To Compose Popular Songs That Will Sell«.

Il simpatico musicista dal titolo nobiliare (conferitogli dalla regina Elisabetta II già nel lontano 1986), con la sua presenza positiva e i suoi messaggi, si è guadagnato applausi fin dal primo secondo, e il consenso è solo cresciuto lungo il set. La musica di Geldof è per lo più acustica, e il suono è arricchito da una variegata gamma di strumenti orchestrali suonati dai musicisti che lo accompagnano: violino, tastiere, armonica, pianoforte. Anche se Geldof non è mai stato famoso come cantante fuori dal comune, a Seebronn ha salvato la sua voce nella media con un controllo eccezionale e un’interpretazione vivida del suo modo di posare le parole su una base strumentale acustica »alla Dire Straits«. E non solo! Le sue parole si sono attaccate agli ascoltatori come le api al miele, e con la sua personalità carismatica non ha faticato a conquistarsi un pubblico che ormai gli mangiava in mano. Nella scaletta c’erano ancora in gran numero i pezzi dell’ultimo album, ma il musicista ha pescato anche dai dischi »The Vegetarians of Love« (1990) e »Sex, Age, Death« (2001), mentre la ciliegina sulla torta, come previsto, sono state le versioni riarrangiate di due pezzi dei The Boomtown Rats, Rap Trap e I Don’t Like Mondays. A un uomo che ha dedicato la vita alla beneficenza è riuscito di toccare l’essenza dell’espressione musicale, e il suo messaggio positivo, dai modi simpatici (e dal pensiero hippie), ha riecheggiato sui campi di grano ancora a lungo dopo la fine dell’esibizione.

Come headliner della prima giornata si sono presentati gli EUROPE, una delle formazioni hard rock europee di maggior successo degli anni Ottanta, che si è conquistata la fama mondiale con hit radiofonici fuori dal comune, per lo più di segno più morbido. In primavera gli svedesi hanno pubblicato l’album »Bag of Bones« (recensione qui) presentandosi con un suono retro completamente nuovo, merito soprattutto del produttore Kevin Shirley, che è riuscito a spremere dal loro sound perfino un pizzico di blues, cosa che per i loro album melodici della seconda metà degli anni Ottanta sarebbe stata quasi una bestemmia! Ed è qui che nasce il problema. Gli Europe vogliono scrollarsi di dosso a ogni passo l’etichetta di »band anni Ottanta«, cosa che il frontman Joey Tempest ribadisce a gran voce nelle interviste, riuscendo così a dividere i fan in due poli contrapposti. In questa luce, sul filo sottile tra i due poli, »vecchio« e »nuovo«, si è svolta anche l’esibizione in Germania.

In apertura gli Europe hanno tirato fuori dal cilindro i pezzi nuovi, uno dopo l’altro. Riches To Rags, Not Supposed to Sing the Blues e Firebox li hanno presentati con un suono pesante, metallico, con la chitarra di Norum tirata fino allo sfinimento e nessun segno di quella collaborazione di compromesso in stile AOR con le tastiere, con la cui ricetta gli Europe erano diventati famosi tanto tempo fa. Ha fatto seguito il primo discorso di Tempest, in cui ha chiamato la combriccola radunata, rifacendosi a Stephen King, nientemeno che i figli del grano (Children of the corn), e dopo il discorso un salto al 1988 con l’hit Superstitious, prima che gli Europe tornassero ai motivi più recenti.

Impossibile? Possibile! Gli Europe hanno suonato per tutta la parte centrale dello show pezzi dagli ultimi due album, con la concentrazione su »Last Look At Eden« (2009) forte quanto quella su »Bag of Bones«, a dimostrazione della fiducia al cento per cento degli svedesi nella propria credibilità artistica odierna, anche se a giudicare dalla reazione dei fan la loro sicurezza poggia su basi traballanti. Gli Europe hanno uno show curato nei minimi dettagli, e il grosso dello spettacolo poggiava naturalmente sulle spalle del grande Joey Tempest! Il frontman non nasconde l’amore per le mosse di David Coverdale: nello stile della prima voce dei Whitesnake ha giocato di continuo con l’asta del microfono, usando a vantaggio del proprio sex appeal un accessorio che per la maggior parte dei frontman è un intralcio. Nonostante le acrobazie adrenaliniche sul palco, ha svolto il suo compito vocale in modo corretto, e nei momenti strumentali ha lasciato i riflettori alle dita del chitarrista John Norum, che anche nei panni di Kee Marcello in Let The Good Times Rock se l’è cavata in modo degno del nome della band. Gli Europe hanno chiuso nel bis con il pezzo più atteso della serata, The Final Countdown, e il conto alla rovescia verso i concerti di domani poteva cominciare… Gli Europe hanno dimostrato che la loro esistenza non dipende dall’ammiccamento nostalgico agli anni Ottanta, ma d’altra parte proprio questo fattore, unito a un suono troppo duro dal mixer, ha prodotto reazioni contrastanti tra il pubblico. Come reagiranno a questo, a medio o lungo termine, gli amati svedesi, lo dirà il futuro.

Anche se partendo ciascuno da una filosofia rock tutta sua, ognuno degli headliner della serata è riuscito a portare il pubblico in una trance che conoscono solo i frequentatori abituali degli eventi musicali e che è impossibile descrivere con parole semplici, perciò a fine primo giorno sapevo già che la decisione di andare nella lontana Seebronn era stata ripagata nel momento stesso in cui avevo sentito le prime note uscire dalle casse del festival Rock of Ages. 

Scaletta

EUROPE:
1. Riches to Rags
2. Not Supposed to Sing the Blues
3. Firebox
4. Superstitious
5. Scream of Anger
6. No Stone Unturned
7. Demon Head
8. New Love in Town
9. Seventh Sign
10. Love is Not the Enemy
11. Girl From Lebanon
12. Carrie
13. Let the Good Times Rock
14. The Beast
15. Rock the Night
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16. Last Look at Eden
17. The Final Countdown

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