Rock of Ages 2012 (secondo giorno)
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: Seebronn / Baden-Württemberg / Germania
Data del concerto: 28.07.2012
Numero di spettatori: 10.000
Prezzo del biglietto: 75€ (biglietto per i due giorni)
Europe, Bob Geldof, Fish e gli altri in scaletta ci hanno regalato un primo giorno di Rock of Ages piacevole, giusto per abituarci al clima del Baden-Württemberg. Un po’ di malumore però ce l’hanno messo gli organizzatori, che ai giornalisti non offrono nessuna area camping dedicata: la tenda l’ho montata in mezzo a tutti gli altri spettatori, a circa dieci minuti a piedi dal posto dove succede tutto. Al festival gemello Bang Your Head!!!, che ogni anno si tiene a qualche decina di chilometri da qui, noi giornalisti invece siamo sistemati proprio vicino all’ingresso dell’area concerti. Pazienza, mica ci si può lamentare per ogni sciocchezza!
A tirarci su il morale, ancora prima che iniziassero i concerti del secondo giorno, ci ha pensato un vecchio compagno di concerti, Alen a.k.a. Štorklja, leggenda delle sale concerti slovene, che però da due anni vive all’estero: rivederlo è stata una bella sorpresa! L’incontro andava per forza festeggiato con una birra o due, e la chiacchierata sulla scena live attuale e sul resto della vita si è trascinata oltre l’apertura del sabato, quando i giovani hard rocker svizzeri MAXXWELL hanno cominciato a svegliare la folla del festival. Un’ora scolastica di riff taglienti con tanti passaggi melodici ha rimbombato come un tuono, in quel tranquillo primo pomeriggio di sabato, sui campi di grano battuti dal vento che circondano tutta l’area. A detta dei presenti, i giovani svizzeri hanno fatto il loro lavoro dannatamente bene.
Secondi in scaletta sul palco principale (anzi, a dirla tutta, l’unico palco del festival) sono saliti i REGGATTA DE BLANC. Come rivela già il nome, preso da uno degli album dei The Police, si tratta di una band che suona i pezzi di questi ex giganti new wave / rock. Personalmente non sono un fan delle cover band, perché credo che nel mondo della musica rubino spazio a un sacco di gruppi creativi. Detto questo, bisogna ammettere che i Reggatta De Blanc, nelle cui vene scorre sangue tedesco, si sono fatti valere e ci hanno portati in un bel viaggio tra i successi dei Police. La figura centrale dell’esibizione era ovviamente il frontman, che aveva, ed è davvero da restare senza fiato, un timbro identico a quello di Sting! Il trio sul palco, di ottimo umore, si divertiva visibilmente, e con il ritmo saltellante dei The Police non è stato difficile far partire i balli anche sotto il palco. Roxanne, So Lonely, Walking in the Moon e gli altri hit, che nonostante la relativa brevità della carriera del trio britannico non sono affatto pochi, sono stati accolti benissimo e hanno dimostrato che lo spirito dei The Police tra i rocker è ancora ben vivo.
Quando il sole del primo pomeriggio ha allungato più forte i suoi tentacoli sull’area del festival, sul palco sono saliti i PRAYING MANTIS, veterani inglesi dell’heavy metal di cui pochi sanno che si muovono ancora. Si tratta di una band parecchio interessante, che tra tutti i rappresentanti della cosiddetta ondata NWOBHM ha avuto l’evoluzione più personale. Negli anni, a forza di uscite costanti, hanno puntato a una melodicità sempre maggiore nell’heavy metal, sono sopravvissuti al naufragio nell’oscurità e negli ultimi anni si sono trasformati in una formazione compattissima, anzi, la più forte nella storia ormai più che trentennale della band. Proprio i frequenti cambi di formazione sono stati la causa del declino di questo gruppo un tempo promettente, ma negli ultimi anni i fratelli Tino e Chris Troy sono finalmente riusciti a costruire un legame solido, che si è concretizzato con gli album »Sanctuary« e »Metamorphosis«. La loro esibizione al Rock of Ages è quindi stata all’insegna dei pezzi più recenti, che rappresentano l’attuale spirito ottimista del collettivo: non sono mancati i brani (più) nuovi Children of the Earth, Panic in the Streets, Highway e Captured City, ovviamente con qualche sguardo all’indietro verso i Novanta. I cinque sul palco ci hanno dato dentro con grande trasporto! I Praying Mantis si sono dedicati completamente a un’esecuzione perfezionista, sia nelle armonie vocali che nei dialoghi strumentali. A volte sembrava che, per quanto erano immersi nella loro musica, perdessero il contatto con il pubblico, ma quei momenti il simpatico chitarrista Tino Troy sapeva scioglierli con due brevi interventi rivolti alla platea. Una vera leccornia per le orecchie di tutti i fan della band, che sappiamo quanto sia maledettamente difficile beccarli dal vivo. Come mi ha detto poi Tino Troy in una breve chiacchierata durante la »sessione di autografi«, non è colpa loro, ma è il disinteresse del mercato a impedire concerti più frequenti. Purtroppo i Praying Mantis sono diventati un gioiello dimenticato della NWOBHM, nonostante tutta la qualità che hanno.
Dopo di loro è salito sul palco JEFF SCOTT SOTO, la prima voce mancata dei campioni dell’AOR Journey, che accanto a Neal Schon e compagnia è durato solo un anno e mezzo, ma per il resto è dedito anima e corpo alla tradizione dell’hard rock melodico. L’anno prima Soto si era esibito sul palco principale del festival gemello Bang Your Head!!!, e gli organizzatori lo hanno poi invitato anche a Seebronn. Ma come già a Balingen, anche stavolta il concerto di Soto non è andato per il meglio. Difficile dire se ci fosse un’incomprensione reciproca o qualche altro ostacolo di comunicazione sul palco, ma le linee vocali di supporto dei suoi chitarristi, uno dei pilastri del possente impianto melodico di Soto, non erano al cento per cento, e così, comprensibilmente, nemmeno il pubblico gli mangiava in mano. Il frontman ce l’ha messa tutta per motivare la folla, correndo avanti e indietro per il palco e sfruttando la »cat walk«, ma quel giorno gli applausi scroscianti non erano proprio destinati a lui. Durante il set Soto ha toccato la presentazione dell’album attuale »Damage Control«, mentre la chiusura dell’ora insieme è toccata, come già a Balingen, a una passeggiata tra i successi dei Talisman, con il finale da urlo che mescolava I’ll Be Waiting con Livin’ on a Prayer dei Bon Jovi.
Per tutti gli amanti del rock l’esibizione degli americani Y&T è stata uno dei momenti più interessanti dell’edizione di quest’anno. E non perché gli Y&T siano chissà quale esclusiva – nell’ultimo decennio non c’è stato quasi anno senza che suonassero in Europa – ma semplicemente per quello che sono. Si tratta di una band eccezionale, che ha iniziato a suonare nella seconda metà dei Settanta, quando dall’hard rock stava nascendo con forza l’heavy metal, e con il suo stile unico è una specie di prova fossile dell’evoluzione musicale. Gli Y&T hanno costruito il set sui loro successi, per lo più della prima metà degli Ottanta, e per i fan hanno aggiunto anche due perle dall’album »Ten« (1990), Hard Times e Don’t Be Afraid of the Dark. Sul palco era tutto come doveva essere! Il frontman e leader Dave Meniketti, con il suo stile inconfondibile e un’esibizione sentitissima, ha riempito la musica di emozioni, che hanno toccato il culmine con il brano Shine On, dedicato al compianto bassista storico degli Y&T Phil Kennemore, stroncato da un cancro due anni fa. L’intensità del concerto è rimasta alta per tutto il tempo, perché gli Y&T hanno distribuito i loro pezzi più riconoscibili in modo uniforme lungo la scaletta: Open Fire, Mean Streak e Winds Of Change sono risuonati sui campi del Baden-Württemberg ben prima della fine, per la quale gli americani hanno tenuto da parte Hurricane e Forever. Una dimostrazione eccellente del suono heavy metal più viscerale, e dopo vari incontri con la band in localacci davanti a cento o duecento persone, anche a me si è tolto un peso dal cuore quando finalmente li ho beccati davanti a svariate migliaia di spettatori. Se c’è qualcuno che si merita le folle sotto il palco, sono proprio gli Y&T!
Come secondo headliner della seconda giornata del festival ha suonato AXEL RUDI PELL, uno dei migliori chitarristi heavy metal tedeschi, che in patria gode di uno status di culto. Dopo che noi fotografi avevamo scattato a ogni band prima da sotto il palco, i buttafuori ci hanno impedito di entrare nella zona foto prima del suo set, motivando che la pirotecnica di Pell non permette di seguire il concerto in sicurezza da vicino al palco. E in effetti è partito alla grande! Già con il pezzo d’apertura Ghost in the Black sono esplosi i cannoni pirotecnici, e l’epica potenza dell’espressione di Pell è stata potenziata da uno spettacolo visivo che, grazie al buio della sera, è brillato in tutta la sua forza primordiale! Seguire un concerto di Axel Rudi Pell è senza dubbio un’esperienza indimenticabile, perché la sua band è composta da musicisti di altissimo pedigree, una macchina ben rodata che brilla senza fatica nel rendere l’impianto maestoso dei suoi brani sinfonici e tecnicamente impegnativi. Il »Blackmore tedesco«, come qualcuno chiama Pell, freddo come uno spritzer, ha allungato ogni tanto i pezzi in stile jam; non è mancato nemmeno Mike Terrana alla batteria, che a metà concerto ha mostrato un’ampia gamma del suo sapere. Con quelle lunghe parti strumentali, che sembravano non finire mai e di cui hanno goduto soprattutto gli amanti delle rapsodie metal, in secondo piano è rimasto il cantante Johnny Gioeli, che da Pell, nonostante le sue doti innate da frontman e da vocalist, finisce in qualche modo sfortunatamente in seconda linea. Uno dei picchi della serata è arrivato con il brano The Masquerade Ball – mille braccia alzate in aria e un coro simultaneo hanno confermato l’enorme popolarità del chitarrista, anche se sembrava che la band sul palco risparmiasse un po’ le energie. Al pubblico hanno dato esattamente quanto chiedeva – è mancato il coinvolgimento, eppure è proprio questa la qualità principale dell’io musicale di Pell.
Se durante il set di Axel Rudi Pell il meteo ha retto condizioni degne di un uomo moderno e viziato, nell’istante esatto in cui sul palco sono sbarcati ALICE COOPER e la sua numerosa truppa di musicisti, ha iniziato a diluviare! Mentre il palco veniva preparato dietro un enorme sipario che copriva la scenografia di Cooper in costruzione, la folla del festival guardava il cielo pregando per una chiusura all’asciutto. Probabilmente i più rumorosi nel supplicare eravamo proprio noi fotografi sotto il palco, che con il pezzo d’apertura dell’ultimo set del festival, Black Widow, siamo stati colti dal temporale, divisi tra la caccia all’inquadratura migliore e la fuga al riparo, con cui ciascuno avrebbe fatto un bel favore alla sua preziosa attrezzatura.
Sembrava che Alice Cooper fosse il signore del cielo e della terra! Dal cielo cadevano pesanti gocce di pioggia, da qualche parte sullo sfondo lampeggiava, e sul palco Alice Cooper metteva in scena la propria morte – come se fossimo in pieno giorno del giudizio! All’opener sono seguite Brutal Planet e I’m Eighteen, durante la quale Cooper è entrato in scena con un bastone, con cui ha giocherellato per qualche minuto nel suo stile inconfondibile. Alice Cooper a Seebronn ha suonato nell’ambito del lungo tour »No More Mr. Nice Guy«, con cui ha celebrato l’ingresso della sua prima formazione nella Rock and Roll Hall of Fame, e per l’occasione ha rimescolato per bene la band che lo accompagna: con il bassista Chuck Garrick e il chitarrista Damon Johnson ci eravamo già incrociati due anni fa in Italia (reportage qui), mentre di sangue ancora fresco puzzavano i chitarristi Tommy Henriksen e Orianthi e il batterista Glen Sobel.
Visto che il tour era dedicato al ricordo della sua carriera iniziale, hanno fatto festa tutti gli amanti del suo sound classico. Se nei concerti da solista, nella scaletta lunga, infilava ancora qualche brano dell’ultimo album »Welcome 2 My Nightmare«, il repertorio zeppo e adattato alla frenesia da festival non gliel’ha permesso, e un vero peccato, visto che l’album del 2011 è il suo migliore da un tempo molto, molto lungo. La vecchia volpe sa bene come accontentare il pubblico! Gran parte del suo show si basa sull’aumento dell’atmosfera, costruendo più storie fino a formare un tutto coerente, in cui agli spettatori manca il fiato. Non è stato diverso nemmeno stavolta, quando con alcuni trucchi ha entusiasmato anche me, benché lo vedessi per la quarta volta e fossi convinto che non potesse più sorprendermi. All’inizio del concerto sembrava che una ragazza fosse riuscita a sfuggire alla sicurezza e a salire sul palco, e durante il set ha poi molestato il bassista Garrick; quando a metà concerto una ragazza senza nome ha ripetuto l’impresa e, con orrore del pubblico, ha attaccato Cooper in persona, lui l’ha semplicemente trafitta con una spada medievale! La pioggia, che nonostante lo show scenico fenomenale era riuscita a diradare il pubblico, a metà concerto ha iniziato a calare. Lo spettacolo teatrale è passato, tra le delizie di Halo of Flies (con una parte strumentale estesa), Muscle of Love e l’immancabile Poison, alla parte finale, in cui è arrivato il momento più atteso della serata. Durante il brano Wicked Young Man i boia sono riusciti a sopraffare Cooper e a portarlo alla ghigliottina, dove davanti a diecimila teste ha trovato la sua fine. Come al solito, i minuti seguenti sono toccati all’autopromozione degli altri musicisti, che con l’esecuzione di I Love the Dead si sono dati una bella carica, prima del bis finale, quando il loro capo è tornato sul palco e insieme hanno suonato anche School’s Out ed Elected.
Con un’altra performance fantastica, Alice Cooper ha dimostrato di meritarsi il ruolo di headliner del simpatico festival tedesco e ha messo il classico punto sulla i a una giornata intera di main stage ricca e variegata. Anche se di tour in tour si attiene ostinatamente al suo repertorio d’acciaio, Alice Cooper sa comunque sorprendere i fan più assidui con brani che non suonava da tempo, stavolta per esempio con due pezzi ciascuno dagli album »Hey Stoopid« (1991) e »Brutal Planet« (2000). Insieme alla consapevolezza che si tratta di un’icona eccezionale e di un musicista che ha influenzato un’intera generazione successiva di giovani rocker, è più che sufficiente perché io torni ancora a vedere il suo show di gala da brividi.
Scaletta
PRAYING MANTIS:
1. Children of the Earth
2. Panic in the Streets
3. Don’t Be Afraid of the Dark
4. Turn the Tide
5. Borderline
6. Highway
7. Turn the Tables
8. Captured City
JEFF SCOTT SOTO:
1. Take U Down
2. 21st Century
3. Damage Control
4. One Love
(W.E.T. cover)
5. Look Inside Your Heart
6. Eyes of Love
7. Soul Divine
8. Break Your Chains / Day By Day / Give Me a Sign / Dangerous / Just Between Us / Mysterious (This Time It’s Serious)
9. I’ll Be Waiting
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10. Stand Up
11. Livin’ the Life
Y&T:
1. From the Moon / Open Fire
2. Hard Times
3. Black Tiger
4. Mean Streak
5. Don’t Be Afraid of the Dark
6. Shine On
7. Blind Patriot
8. Winds of Change
9. Don’t Bring Me Down
10. I’m Coming Home
11. I’ll Cry for You
12. Rescue Me
13. Hurricane
14. Forever
AXEL RUDI PELL:
1. Ghost in the Black
2. Strong as a Rock
3. Before I Die
4. The Masquerade Ball / Casbah / Dreaming Dead
5. Drum Solo
6. Mystica
7. Oceans of Time
8. Circle of the Oath
9. Tear Down the Walls / Nasty Reputation
10. Rock the Nation
ALICE COOPER:
1. The Black Widow
2. Brutal Planet
3. I’m Eighteen
4. Under My Wheels
5. Billion Dollar Babies
6. No More Mr. Nice Guy
7. Hey Stoopid
8. Is It My Body
9. Halo of Flies (including bass/drum jam/solo)
10. Muscle of Love
Guitar Solo (Orianthi)
11. Feed My Frankenstein
12. Poison
13. Wicked Young Man
14. I Love the Dead (excerpt)
15. School’s Out (with parts of Another Brick … more)
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16. Elected
Galleria fotografica






















































