La parata del vuoto, ovvero: quanto ci tenete alle vostre caviglie? (2013)
Luogo: Kino Šiška, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 18.04.2013
Numero di spettatori: 200 – 300
Prezzo del biglietto: 22 € in prevendita / 25 € il giorno del concerto
Lo ammetto – sono scettico sulla sincerità dei generi generici come metalcore e deathcore: dopo l’ispirazione musicale originale e l’ondata del primo sangue sincero, fatto di vero slancio e febbre creativa dei padri fondatori della prima ondata del genere, resta soprattutto il fatto che non tutti i ragazzi e le ragazze che decidono di incamminarsi sulla strada ormai ben battuta del successo hanno anche abbastanza palle proprie da meritarsi un riconoscimento di genialità, vitalità, freschezza e innovazione. Anche per questo ero dannatamente scettico sul successo reale della spinta mosher che già il nome del Mosh Still Lives Tour annuncia: un tour che, come tanti altri mini festival e ibridi live istantanei più glamour del passato, quest’anno ha portato un po’ più di azione concertistica compatta sul palco del Kino Šiška di Lubiana. I trascinatori della serata dovevano essere gli Emmure, ma in lista c’erano parecchi nomi che nell’attuale trama musicale della musica metallizzata non hanno lasciato altro segno se non quello di un’etichetta di tendenza, a dire che sulla scena sta succedendo qualcosa di nuovo, non per forza di rivoluzionario. Visto che sono cresciuto in un’epoca in cui, dopo il grunge, il nu-metal aveva dato una bella ventilata alla scena, subito seguito dalla prima cannonata della nuova ondata di melodica svedese, e poi »è successo« anche il metalcore, ne ho già sentite e assaggiate parecchie, ma non ho testato proprio ogni stronzata che per i ragazzini di oggi è la patata bollente numero uno. Alla musica do sempre volentieri una possibilità di dimostrare quello che vale, e verso le novità di solito sono aperto, ma non sempre fiducioso al cento per cento: ed era questo il bagaglio con cui mi sono presentato anche stavolta nella cattedrale lubianese del piacere live, il celebre Kino Šiška.
Basta un’occhiata alla marea di ragazzini che brulica davanti all’ingresso per capire che il concerto somiglia più che altro a una rimpatriata di vecchie conoscenze di tutte le processioni core: oltre ai ciondoli alle orecchie e alle magliette appena comprate, ragazzi e ragazze amano mostrare soprattutto disegni e scritte freschi sul corpo, anche se l’inchiostro dei tattoo non si è ancora asciugato del tutto. Non ho niente contro i tattoo, sia chiaro, ma è diventata una posa così dannatamente trita che ti chiedi se questa parata di perfezione in superficie e vuoto in profondità abbia davvero qualcosa a che fare con il vero amore per la musica. Al posto di dischi e CD si vende solo cosmetica, e la posa conta più di un vero atteggiamento di vita con cui contestare le ingiustizie del sistema e conquistarsi il proprio pezzetto di spazio sotto il sole libero. Ma lasciamo perdere. Interessante anche il fatto che davanti al locale c’era meno gente di quanto sperassi, e dentro la sala andava ancora peggio: lì si spartivano lo spazio, in parti uguali, adolescenti, veterani dell’HC e papà e mamme che hanno accompagnato i figli e le figlie minorenni al picco primaverile di quest’anno per i concerti (ovviamente insieme a Ortofest e ai concerti minori in giro per Lubiana e il resto della Slovenia). Sotto il palco c’era troppo vuoto, e poco dopo aver controllato l’accordatura delle chitarre, davanti a una sala dannatamente deserta sono saliti gli australiani Buried In Verona.
I Buried In Verona sono rappresentanti tipici del suono hardcore metalcore da stadio, e anche se affilano e perfezionano i loro sensi dal 2007, farei fatica a giurare che siano una vera concorrenza per i loro connazionali Parkway Drive. Il duo di chitarre formato dal rotondetto Richie Newman e da Daniel Gynn spara stereotipi metalcore perfetti, e i riff di chitarra, oltre a melodia e classici stop, offrono ben poco di personale. Il bassista Sean Gynn ha provato ad affidarsi alla solida botta del batterista Shane O’Brien, ma oltre al suono già dal primo momento si è sgretolato anche lo spirito e lo slancio della band, perché il cantante Brett Anderson ha cercato invano di scaldare il pubblico lubianese, bello freddo e immobile. Armati dei dischi Circle The Dead, Saturday Night Sever e The Notorious B.I.V., ci hanno servito una combinazione, stavolta dannatamente trita e stravista, di metalcore saltellante con voci gutturali e roche, controbilanciata da una dolcezza melodiosa e orecchiabile che ti fa venire il diabete conclamato in un attimo. I primi momenti di Maybe Next Time servono sì una discreta botta HC e una valanga di insulti contro il mondo che i Buried In Verona vorrebbero cancellare, ma in questo mondo di insulti istantanei sulla testa dei propri avversari c’è ben poco per cui gli amanti della musica si taglierebbero le vene. The Notorious B.I.V. è un disco che punta su un mix ibrido di HC saltellante da stadio e metrica cantata e stravista. Applauso fiacco e un paio di tentativi di calarsi nella parte nelle prime file, poi una doccia fredda per il pretenzioso Brett, che sperava in un crollo totale e nel mosh della sua vita e invece si è beccato la staticità sotto il palco e la demolizione del suo personaggio e della sua autorità di frontman di successo. The Descent, con la sua orecchiabilità pop, ha aggiunto ancora un po’ di voglia di sfogare i fiotti di testosterone un po’ più tardi, e la parata dell’insulsaggine è proseguita con i tentativi di accattivarsi il pubblico con l’ultimo disco, che ha un fattore morso piuttosto scarso. Forget What You Know, con il suo ritornello »Save Yourself«, è un buon suggerimento che qualcuno segue volentieri andando a scolarsi la prima birra, mentre alcuni giovani amanti arroganti dello sfogo delle frustrazioni live si lasciano andare un po’ di più agli appelli a fare un circle pit, ma dopo un paio di quasi-cadute dalle scale del Kino tutti i tentativi del genere si spengono nel nulla, e i Buried In Verona seppelliscono il loro mojo live proprio nella metropoli slovena. Perceptions e la metrica sintetica e insulsa di Four Years non raddrizzano il clima, e dopo l’ultimo ritornello piagnucoloso è ora di lasciare il palco lubianese – tutt’altro che alla maniera dei vincitori …
Tutt’altra storia è la soldataglia canadese degli Obey The Brave. Vi ricordate dei Despised Icon? Un deathcore potente con un pizzico di diversità, fresco se non altro perché il microfono se lo passavano ben due cantanti, e adesso quello più hardcore, l’oratore e prima gola della seconda band della serata, è qui! Alex Erian, con la sua semplice sincerità da palco e un senso primordiale per comunicare bene con il pubblico, è l’ultima cosa in fatto di buone notizie che collegherei agli Obey The Brave. Non reinventano l’acqua calda, e il quintetto di Montreal non si illude nemmeno di reinventare la ruota, ma ha un sacco di riff potenti e una botta dannatamente succosa. Il disco Young Blood è la prova tipica che i riff dei Pantera sono sempreverdi, e che l’HC, con il suo »no tongue in cheek«, si presta benissimo a essere combinato con il temperamento sudista. Stavolta il southern sludge è al servizio dell’asprezza nordica, e già l’opener Lifestyle risveglia uno spirito completamente diverso nel pubblico lubianese di prima così assopito. I ragazzini cadono in trance sotto l’incantesimo di Erian, l’eccezionale equilibrio delle due chitarre crude, domate da John Campbell e Greg Wood, si completa a meraviglia con la sezione ritmica del bassista Miguel Lepage e con la batteria di Stevie Morotti. La ricetta è semplicissima – un suono nobile si completa con la predica metallara che la vita va vissuta con una solida spina dorsale d’acciaio e a testa alta. Gli Obey The Brave suonano come un rullo compressore HC, e il loro show è dannatamente diverso dal fare le belle statuine tiepido della prima parte del concerto! Dopo Lifestyle arriva il momento di un po’ più di decisione e di asprezza metalcore, e It Starts Today taglia la serata con la precisione chirurgica di un obice di testosterone. La dinamica sotto il palco cresce, e dal palco sul pavimento sconnesso della Šiška volano i primi corpi di giovani aviatori che osano tentare la fortuna e la cooperazione della fratellanza mosher sotto il palco oscurato. Con gli Obey The Brave la Epitaph si è portata a casa un nuovo asso per conquistare cuori più metallari, e Self Made dimostra che i canadesi hanno nelle mutande più palle cromate di titanio di prima qualità di certi concorrenti del lato sud del confine canadese. Di salti e giravolte sul palco non ce ne sono pochi, e a impressionare è soprattutto il bassista Miguel, tatuatissimo, che, non so perché, visivamente ricorda un incrocio tra Mario Galunič, Lado Bizovičar e un detenuto sotto un’abbondante dose di steroidi, mentre lo spirito pericoloso del quintetto picchia da entrambe le casse senza un attimo di cedimento o di impreparazione. Dopo Garde La Tete Froide e la rabbia eccezionale di Get Real sono assolutamente convinto che stiamo assistendo all’esibizione più brillante della serata, anche se ce ne aspettano ancora tre, anche se è vero che dopo questa splendida trasfusione di sangue giovane da veterani ben poco può alzare ancora il livello qualitativo. Live And Learn chiude il set con un dolce caos, la soluzione gutturale di buonumore viene incoronata da un applauso fragoroso e dalla voglia di averne ancora, ma il quintetto di Montreal deve rispettare una scaletta oraria rigidissima che purtroppo non lascia spazio al bis tanto necessario. Possiamo sperare di cuore di rivedere presto in Slovenia i brillanti Obey The Brave, perché sono davvero la cosa migliore che mi ha riempito le orecchie negli ultimi anni! L’entusiasmo per il seguito, invece, è stato parecchio minore.
Come terzi sul palco sono saliti i ragazzi di Atlanta, gli Attila. Esiste una cosa come il death metal per divertirsi? Sinistro e interessante, direi, ma dopo la prima disposizione dei due chitarristi sul lato sinistro e destro del palco (Chris Linck e Nate Salameh né nell’aspetto né nel suono delle loro chitarre alzano in alcun modo il livello qualitativo del metalcore o del deathcore), con il bassista Kalan Blehm che si perde facilmente di vista e il batterista Sean Heenan bizzarramente nascosto da una batteria spogliata all’osso, davanti agli occhi della folla si pianta un vero incrocio tra Skočir piedone e il nanerottolo dei Green Day Billy Joe Armstrong – il cantante Chris Fronzak. Fronz ha rinunciato ai suoi lunghi capelli, e oltre ai capelli più scuri sul palco è comparsa come nuovo diktat della moda anche la combo di pantaloni di pelle e specchietti scuri. Come guardare Scott Weiland, ex Velvet Revolver e STP, solo che stavolta c’è meno melodia, più growl gutturale e, interessante, per un gruppo deathcore, rari e concreti squittii da maiale. Il pezzo Rage ha un paio di riff buoni, ma gli Attila arano la serata con un’enorme riserva di energia. Fronz, ciononostante, gioca con la folla e si cattura gli sguardi, ma dopo il primo discorso al pubblico mi cade un po’ tutto, perché al posto di una voce virile e ruvida il tipo è capace solo di gracidare alla Kermit sotto dosi eccessive di elio. Il party core è dunque il terzo atto della serata, e il diktat »Party at all costs« continua sadicamente con gli inviti al moshing e ai circle pit sulle faglie tettoniche del Kino. Le caviglie sono dannatamente in pericolo, e dopo un paio di elementi che si sono scatenati ti chiedi se roba del genere sia davvero necessaria e sensata. Gli Attila sono semplicemente degli intrattenitori, e Nothing Left To Say suona come i Lamb Of God su un cambio manuale rotto; oltre a mille riff consumati e pause per le soste, prosegue in modo identico anche il teatro della bizzarria messo in scena da Fronz. Gli specchietti sono superflui e servono solo a passarseli di mano in mano e a infilarseli in tasca, mentre Fronz grugnisce il suo canto da porcilaia dal palco sulle prime linee di battaglia dei suoi seguaci. Temper suona già sentito (come se continuasse i due pezzi precedenti), e alla presentazione dell’album Rage segue un brano dall’album Outlawed. Sex, Drugs & Violence è deathcore sonicamente noioso, e la ripetizione di frasi trite trova comunque piena accoglienza tra i giovani, che stavolta hanno assediato di più il palco, anche se non assistiamo a nessuna impennata di qualità del suono o dell’esibizione. Una dose caotica di death metal e deathcore stonato ci porta ancora più a fondo nelle viscere dell’inferno. Party With The Devil è perfetta per proseguire la parata del vuoto, e »666 party with the devil, bitch« sta a pennello a ragazzi e ragazze che nella metrica precisa e nei ritmi sincopati trovano evidentemente più essenza di me … White Lightning e la conclusiva Payback mi lasciano altrettanto sospettosamente freddo, e sospetto che nel metalcore moderno ci sia tanta essenza quanta spina dorsale in una diarrea di qualità, se mi è concesso essere un po’ colorito in modo anale.
Il quarto atto di una serata in cinque tempi tocca stavolta ai Chelsea Grin. La band dello Utah, che si è data il nome da un atto da hooligan, il taglio della bocca dei rivali con i coltelli, e vende il sorriso di dolore alla Joker sotto il marchio del deathcore, punta sul fattore progresso. L’ultimo disco, Evolve, doveva dimostrare che in appena sette anni si sono trasformati in una band potente, e io ci ho sperato fino alle prime battute dell’opener The Foolish One. Il deathcore è diventato un vero paravento per mostrare la mediocrità, e nella zona grigia di band completamente innocue e davvero senza idee si trova un sacco di roba che ha fatto sì che anche questa serata per me si avvicinasse sempre più a una cloaca musicale che all’idea di una festa mosh pit totale. Al posto degli elementi progressivi, tanta masturbazione tecnica e matematica da asciugamento! Con i cambi di formazione tanto numerosi e frequenti la band è diventata completamente inespressiva, e al tozzo cantante Alex Koehler (assomiglia dannatamente a una versione deathcore del cantante dei Rammstein) nel gruppo sono rimasti accanto da più tempo il bassista David Flinn e i chitarristi Daniel Jones e Jake Harmond. Come terzo masturbatore di chitarra hanno arruolato Jason Richardson, giovane solista di talento che, come scopro dopo, aveva dimostrato il suo valore negli All Shall Perish, mentre stavolta si paga le bollette, a quanto pare, con una routine chitarristica più insulsa, in cui il suo talento non riesce a prendere vita del tutto. Resto freddo anche davanti alla pedanteria dietro le pelli dell’ultimo acquisto, il batterista Pablo Viveros, e dopo i primi due pezzi della serata, che suonano esattamente uguali, arriva l’asso portante dell’ultimo disco Evolve, il brano Lilith, che suona come una versione demonizzata dei Craddle Of Filth con i tentacoli deathcore. Invece di rischiare un’emorroide o la rinuncia definitiva del centro del buon senso, ho lasciato temporaneamente la parata del vuoto e dell’assenza di idee, non prima di assistere all’infelice stage diving di testa di uno di quegli eroi che in nome del cattivo divertimento sono pronti a rischiare perfino la salute e la vita e testano la solidità del pavimento del tempio lubianese della cultura direttamente con il cranio … Il riparo sicuro del foyer ha offerto un po’ di sostegno alle gambe doloranti, mentre in sala continuava la farsa concertistica di musica genericamente stampata, a cui qualcuno attribuisce più valore di quanto ne meriterebbe. Questa è solo una mia osservazione, che non ci siano equivoci, e si tratta, ovviamente, solo di una questione di gusto, o di mancanza di gusto o di discernimento tra i sostenitori del girare sbiadito del genere core in cerchi concentrici sempre più stretti.
Dopo quasi tre quarti d’ora di tortura per tutti i sensi i Chelsea Grin decidono di salutare Lubiana, ed è finalmente il momento dei preparativi per l’ultimo, grande atto finale di questo Mosh Party nel nostro angolino di paradiso ai piedi delle Alpi (o d’Inferno, come preferite …). Vi immaginate cosa verrebbe fuori se buttassimo in un frullatore genetico un po’ di nu metal, HC, Fred Durst e perfino i Korn, e ci permettessimo di conservare in tutto la giusta dose di linguaccia e audacia per cui New York è stata a ragione la culla del vero, genuino e soprattutto granitico HC? Gli Emmure sono la cosa che ci si avvicina di più, e visto che la band ara il terreno dal 2003, non si può certo rimproverare loro mancanza di esperienza e di chilometri. Cinque album e un legame di oltre sei anni con la Victory Records fanno capire che Frankie Palmeri al microfono, Jesse Ketive e Mike Mullholland alle chitarre, il bassista Mark Davis e il batterista Mark Costillo sono una garanzia per un buon finale di una serata piuttosto tiepida e un po’ annacquata. 4 Poisons 3 Words dal disco Speaker Of Dead fissa standard completamente nuovi per la serata, e al posto dell’attacco deathcore gli Emmure puntano sul rap metalcore del carismatico Frankie, che i movimenti e la scelta dei vestiti li ha presi dal celebre Fred Durst dei Limp Bizkit (oltre al parrucchiere e al sarto i due hanno evidentemente in comune anche coreografo e insegnante di ballo). La serenata nu metal della brutalità prosegue con il brano Solar Flare Homicide, e gli Emmure dominano tutto il clima nel Kino Šiška con un’esibizione sicura e un buon suono, di cui andrebbero fieri anche gli Slipknot; gli Emmure, invece di stronzate da mocciosi, infilano una potente raffica di core rap, e al posto di piagnistei ammuffiti vi offrono una dose sanguinosa di toni a bassa frequenza e ritmi da ballo che andrebbero bene a qualsiasi fan dei Korn, mentre Protoman dà un marchio riconoscibile all’ultimo disco Slave To The Game, con cui gli Emmure, a quanto pare, si congedano con una botta dalla Victory. Dal secondo album The Respect Issue rimbomba poi il brano Sound Wave Superior, e Frankie, invece di rappare e di melodie dolci, solca più gutturalmente e accende passioni nel Kino di Lubiana. L’attesa cresce e l’aria si fa rarefatta mentre le linee di battaglia dei fan si serrano, ma nonostante l’abbondanza di spazio un finale esplosivo la grandezza americana in parata non lo raggiunge in questa serata. Anche per questo (e anche per la mancanza di tempo, con l’orario di lavoro del venerdì sempre più incombente) ho lasciato il Kino Šiška prima del previsto – per non rovinarmi il buon sapore in bocca con stanchezza, sovraccarico e finali lasciati a metà.
Una chiusura discreta resta quindi più o meno solo appannaggio dei trascinatori della serata, e di picchi particolari Lubiana quel giorno non ne ha sentiti. La festa è riuscita, ma difficilmente si può parlare di un banchetto che ricorderemo a lungo. Un paio di piatti erano mangiabili, alcuni perfino molto gustosi, e di quelli avrei volentieri preso il bis, ma devo ammettere che per ogni persona dotata di un pizzico di sano spirito critico quel giorno c’era da vedere e sentire più mediocrità e genericità bizzarra che spirito rivoluzionario di innovazione e progresso. Del resto, sarebbe anche insensato aspettarselo. Pare che siamo sopravvissuti alla fine del mondo e non ha più senso preoccuparsi della qualità dei contenuti e del peso della critica? Abbiamo davvero toccato il limite oltre il quale c’è spazio solo per superficialità, banalità e ripetizione sconsiderata di frasi consunte? Tutto è permesso al servizio del capitale e tanto va la brocca al pozzo che alla fine si rompe. Questo mini festival di mosh mal riuscito è la prova che la ciotola che dovrebbe contenere il substrato spirituale del nostro tempo è dannatamente crepata, e che i giovani su cui in futuro dovrebbe ancora reggersi il mondo cedono sempre più alla forma e ai diktat esteriori della moda che al peso dei contenuti. Anche così si possono sopravvivere i tempi in cui viviamo, ma mi chiedo: basta la mera sopravvivenza per rinunciare del tutto a una vita piena? In risposta, invece, rumore, e dopo il rumore la carovana riparte per la sua strada, mentre la nidiata di giovani poppanti conta i momenti che mancano al prossimo appuntamento, in cui potranno vantarsi di qualche nuovo disegnino sulla pelle, di un nuovo piercing o di una maglietta, e la musica, tanto, è comunque secondaria, no?
Scaletta
BURIED IN VERONA:
- Maybe Next Time
- The Descent
- Forget What You Know
- Perceptions
- Four Years
OBEY THE BRAVE:
- Lifestyle
- It Starts Today
- Self Made
- Garda le Tete Froide
- Get Real
- Time For A Change
- Live And Learn
ATTILA:
- Rage
- Nothing Left To Say
- Temper
- Sex, Drugs & Violence
- Party With The Devil
- White Lightning
- Payback
CHELSEA GRIN:
- The Foolish One
- Cheyne Stokes
- Lilith
- My Damnation
- Confession
- Don’t Ask Don’t Tell
- Recreant
EMMURE:
- 4 Poisons 3 Words
- Solar Flare Homicide
- Protoman
- Sound Wave Superior
- Sunday Bacon
- I Thought You Met Telly And Turned Me Into Casper
- Demons With Ryu
- Cross Over Attack
- Drug Dealer Friend
- Dogs Get Put Down
- R2Deepthroat
- Children Of Cyberton
- 10 Signs You Should Leave
- MDMA
ENCORE:
- When Keeping It Real Goes Wrong
- Chicago’s Finest
Galleria fotografica































































