MetalDays 2013 (quarto giorno) – la giornata dei grandi giganti del metal!

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Jerneja Jerak

Luogo: Tolmin / Slovenia
Data del concerto: 25.07.2013
Numero di presenze: 15.000

A dare il via al quarto giorno del festival sono stati i folk metaller italiani di Venezia, i Vallorch. Il settetto non porta nessuna rivoluzione dal punto di vista musicale, ma cammina con prudenza su sentieri già battuti e collaudati del genere. Verso la fine dello show è riuscito addirittura a convincere il pubblico a un »wall of death«! Visto che l’esibizione era piazzata nell’ora di un caldo sempre più assassino, e che accanto al secondo palco sfilavano a frotte i bagnanti diretti alla confluenza tra la Tolminka e la Soča (con tutti gli immaginabili gonfiabili, ovviamente), durante il concerto si è potuta vedere una scena niente male: crowd surfing su un gommone. Un inizio divertente per la giornata, non c’è che dire!

I death metaller melodici messicani Imperium non hanno offerto altro che una versione ammorbidita di questo ramo del genere, ammesso che li si possa metterli lì dentro. Parecchie voci pulite, parecchie frasi già masticate e rimasticate e soprattutto uno sviluppo monotono e prevedibile. Il seguito è stato simile, quando sul palco sono saliti i baschi Ravenblood. Riff di chitarra agghindati con arrangiamenti orchestrali, epicità e bombast, più qualche growl. L’inserimento di ritmi da marcia al galoppo sul rullare della doppia cassa è roba che appartiene più o meno alla tradizione del power metal. Di nuovo, nessun vero effetto di aggressività. Fino ai Meta-stasis. Questi folli oscuri psico-alieni arrivati dalla Gran Bretagna hanno portato sul palco una vera superstizione grind e hanno fatto colpo con un’ottima alchimia tra brutalità estrema e affiatamento. Voci di terrore ruvido, come se uscissero da cadaveri in putrefazione! Un massacro senza pietà. Cinque pazienti da palco con una diagnosi di cancro, ovvero cinque creature in decomposizione che mutando si trasformavano piano piano in mostri di disgustosa ripugnanza, come li conoscono solo gli scenari più malati dei film di fantascienza dell’era umana.

Se il giorno prima alle tre e mezza del pomeriggio erano saliti sul palco i ciprioti Stormcast, il giorno dopo quest’onore è toccato ai loro connazionali ciprioti Blynd. La somiglianza e la parentela sono evidenti. Il death metal melodico cipriota è in marcia, insomma. Bel suonare, bell’affiatamento, ma più o meno una replica della replica. Di questa roba il MetalDays, nonostante alcune band molto interessanti salite sul palco del festival, ne ha offerta altrettanto in abbondanza. Purtroppo. Viene da chiedersi dove sia il tetto e quanta replicazione il death metal melodico sia ancora in grado di reggere sul mercato. Di band simili ai Blynd oggi in Europa ce ne sono a palate. Suonano bene, ma di nuovo prima di tutto in modo poco interessante e generico.

I belgi Herfst hanno portato sul secondo palco di nuovo un po’ più di vera chimica e di sensazioni autentiche. Il quintetto definisce la propria musica metal «negromantico». Salgono sul palco tinti di bianco e di rosso »crema«. Il rosso è il sangue e il bianco allude ai morti viventi (gli zombie). Gli Herfst camminano più o meno su due materassi di genere e uniscono elementi di black metal e death metal. La voce estrema ricorre ogni tanto a melodie pulite. La band è affiatatissima e si sente che la squadra ha già un bel chilometraggio live alle spalle. Quindici anni di resistenza sulla scena. Il più interessante tra lo squadrone di rozzi e negromaniaci belgi è stato il chitarrista di destra, che si era »sapientemente« conciato la faccia di rosso al punto da sembrare che sorridesse in continuazione. Sicuramente un parente del Joker!  

Mentre il secondo palco era già bello vivace da un’ora e mezza, sul main stage hanno aperto le danze i power metaller italiani From the Depth, che l’anno scorso avevano suonato sul secondo palco del »defunto«  MetalCamp. I ragazzi picchiano in modo efficace e, anche se sono generici come il diavolo in persona, nel corso dello show hanno già presentato qualche pezzo nuovo che stanno preparando per il nuovo album, che dovrebbe uscire nell’inverno del prossimo anno. Per il resto, il repertorio era composto dai brani dell’album »Back To Life«. Il quintetto è ambizioso. L’anno scorso in Italia ha aperto i concerti dei Rhapsody Of Fire e degli svedesi Seventh Wonder, band di progressive metal. I croati Cold Snap, difficili da digerire, sono presto affondati nell’oblio con il loro strumento di tortura metalcore, e dopo di loro sul palco sono saliti i post metaller islandesi Solstafir. Il caldo estremo non ha impedito alla gente di radunarsi in buon numero e di offrire alla band un sostegno granitico. Il gruppo, armato fino ai denti di una pletora di effetti e di suono di chitarra compresso, ha accatastato collage di soundscape uno sull’altro. Sviluppo lento. Un’atmosfera che richiede di staccare il cervello. Testi in islandese, voce altissima che ti trapana le orecchie, ogni tanto singhiozzante ma abbastanza fastidiosa, che starebbe bene in una band new wave/post punk degli anni Ottanta. Pezzi lunghi circa dieci minuti. Quindi c’era posto giusto per quattro. Ascolti cinque minuti di repertorio, li hai ascoltati tutti. Così funziona nella musica con il prefisso »post«.

Venti minuti prima delle cinque del pomeriggio sul palco sono saliti i veterani del metal medievale, anzi i primi cavalieri di questo genere »insolito« nato in Germania, i Subway To Sally. La formazione è esperta e ha un lungo chilometraggio alle spalle. Se il MetalDays fosse un festival tedesco, a questa band spetterebbe sicuramente il ruolo di headliner della serata. Il gruppo ha avuto un’ora di tempo per la sua esibizione. Perché abbiano suonato in mezzo al giorno non si sa; forse hanno chiesto loro stessi quell’orario, perché gli andava bene così. I Subway To Sally hanno rafforzato il loro show, come al solito, con un tocco teatrale fatto di salve di fumo, scintille crepitanti ed eruzioni di fuoco. Vestiti con abiti di pelle di confezione medievale e armati di strumenti tradizionali. Il frontman Eric Fish si è preso la maggior parte della scena con una recitazione rodata e un teatro ben studiato, nel quale si è ritagliata di nuovo un posto speciale la violinista Silke “Frau Schmitt” Volland, senza la quale un vero concerto dei Subway To Sally non esisterebbe. Esibizione eccezionale. Piena! Si sente che il gruppo è davvero rodato. A dirla tutta, i Subway To Sally avrebbero dovuto suonare proprio alla fine del programma del main stage.

Siccome con la frase precedente non posso proprio essere d’accordo, anzi, per legge dovrebbero vietare di ficcare il folk nel metal, il resto del programma di giovedì mi andava a pennello. Il programma di giovedì ha offerto in realtà parecchi headliner, la cui posizione sul main stage si sarebbe potuta tranquillamente invertire. Prima ancora del trio dei più grandi, però, il main stage è stato lasciato per una buona ora in gestione ai norvegesi. E per giunta a due band. Per primi sono saliti sul palco i progressive metaller Leprous, che in autunno potremo vedere all’Orto bar, ma più emozionante è stato il seguito, quando si è unito a loro l’ex mastermind degli Emperor, oggi geniale artista solista, Vegard Svere Tveitan – Ihsahn. Nella sua carriera dopo la fine degli Emperor Ihsahn ha messo in fila già quattro dischi solisti, brillanti esemplari di metal audace, o se preferite avanguardistico e progressivo. La sua esibizione di giovedì era attesissima, ma Ihsahn non è riuscito a realizzarla del tutto. A influire è stato probabilmente il caldo infernale, il suono pessimo che ha dato fastidio al suono possente e massiccio delle chitarre a otto corde, e una setlist scelta in modo un po’ maldestro. La maggior parte dei pezzi che Ihsahn ha suonato con l’aiuto dei Leprous era infatti piuttosto lenta, e la vera complessità della sua musica era evidentemente troppo per un giovedì rovente.

Se la sono cavata meglio, nello stesso momento sul palco piccolo, i nichilisti britannici Anaal Nathrakh, ma purtroppo la sovrapposizione con Ihsahn è stata una delle più infelici e rognose di tutto il festival. Ma una delle band più misantropiche in assoluto, la formazione britannica guidata dal duo V.I.T.R.I.O.L. (Dave Hunt) e Irrumator (Mick Kenney), se ne frega di questo, di tutti gli standard e di tutti i dogmi, e intanto si pulisce il culo e caga sull’umanità in quanto tale. Che suoni depravati, caotici, demoniaci e nichilisti, estratti dalle qualità umane più profonde, marce e sporche, riescano a tirare fuori gli Anaal Nathrakh, è incredibile! Ma non si tratta solo del tipico atteggiamento metallaro da »fuck off«, perché in Anaal Nathrakh misantropia e nichilismo sono sostenuti da dottrine filosofiche e da un pensiero nietzschiano. Purtroppo stavolta la musica che suonerà di sicuro alla fine del mondo e al naufragio dell’umanità, a causa del suono scadente e davvero caotico, è risultata un po’ poco convincente. Nel mix si perdevano di continuo sia la voce psicotica di Hunt sia le sinistre linee di chitarra grind/black metal. Ma vaffanculo, evidentemente anche il suono si è spaventato della mostruosità degli Anaal Nathrakh e il tutto ha dato all’esibizione un fascino particolare. Se la parola fascino si può usare in abbinamento agli Anaal Nathrakh. Gli inglesi hanno preso a calci il pubblico riducendolo a una poltiglia sanguinolenta, soprattutto grazie all’incredibile Hunt, che è esploso su tutto il palco. Che energia ha quest’uomo! E in più un urlatore disumano, dolorosamente disgustoso (nel senso più positivo possibile), urla demoniache altissime e allo stesso tempo una fantastica voce pulita per ritornelli epici che dicono quanto siamo in realtà senza valore noi esseri umani, più una conduzione pazzesca dello show e un incitamento continuo al pubblico. Energico, sparato, sincero, psicopatico e rumoroso!

Di tempo per riposare però non ce n’era granché, perché il palco grande chiamava già con una delle maggiori attrazioni del festival di quest’anno! Era il momento dell’attacco di thrash metal canadese velenoso, atteso con impazienza da una bella folla. Con quindici minuti di ritardo, le leggende canadesi Annihilator hanno benedetto le nostre orecchie con dell’ottimo thrash metal, partendo dal nuovo pezzo Smear Campaign (dal prossimo quattordicesimo album in studio Feast). Una band che con i suoi primi due album Alice in Hell (1989) e Never, Neverland (1990), tra i momenti più luminosi del thrash metal, aveva fatto intravedere la scalata al trono del thrash, ma con le uscite successive purtroppo non ha soddisfatto le grandi aspettative e speranze ed è lentamente affondata nell’oblio. Ma i tempi, a quanto pare, finalmente cambiano anche per gli Annihilator, e se c’è qualcuno che se lo merita, è uno dei metallari più instancabili, Jeff Waters. Con l’album di due anni fa, Annihilator, ha dimostrato che il fiato e la carica non gli sono ancora venuti meno, e gli estratti del nuovo disco promettono altrettanto. Gli Annihilator hanno dimostrato di essere dal vivo velenosamente carichi in puro stile thrash e una delle migliori live band in assoluto! Il leader e unico membro originale rimasto, il grande Jeff Waters (di nuovo rasato a zero), ha guidato con energia tutto il set di tre quarti d’ora, saltando di qua e di là, e ha incitato e infiammato il pubblico di continuo, arrivando fino al bordo del palco e sparando sulla folla con la sua classica bellezza rossa in stile Steve Harris. Anche Dave Padden, uno con la faccia da membro di una boy band, si è fatto valere dal vivo: la sua voce è maturata e funziona benissimo anche nei pezzi dell’era Rampage/Pharr/Randall, e lo aiuta in modo generoso, con convincenti backing vocals, l’unico e inimitabile Jeff Waters. Purtroppo, a causa dei problemi tecnici iniziali, il set degli Annihilator è stato accorciato di ben quindici minuti, e una band di questo calibro si sarebbe meritata una durata decisamente più lunga. Durante i classici finali The Fun Palace e Alison Hell avevamo appena cominciato a sentire male al collo, ed era già tutto finito. Peccato, ma gli Annihilator dal vivo picchiano ancora a piena potenza! “Listen to Annihilator, eh!”

Purtroppo, a causa di sovrapposizioni infelici, bisognava fare qualche scelta rognosa e qualche calcolo su cosa convenisse vedere, ma i concerti eccellenti sul palco grande sono stati un cerotto sulla ferita (anche se, purtroppo, a scapito dei Lock Up e degli Onslaught sul palco piccolo).

Giusto in tempo, è calato il buio e sopra Tolmin sono comparse strane luci extraterrestri. Sul main stage sono infatti saliti i suoi vecchi conoscenti, i giganti svedesi Hypocrisy, sotto l’eterna guida di Peter »The Alien« Tägtgren. L’allestimento del palco per la loro esibizione era una gioia per gli occhi, soprattutto per la gigantesca pedana per la batteria di Horgh (Immortal), che sembrava davvero una piattaforma di atterraggio per oggetti volanti non identificati, ma stavolta agli Hypocrisy è riuscito di potenziare l’aspetto visivo anche con quello musicale. Gli svedesi hanno colpito con l’epica title track del nuovo disco End of Disclosure e già dalle prime note hanno dimostrato che, nonostante prodotti in studio un po’ ripetitivi, dal vivo picchiano ancora a tutta forza. Peter ha avuto bisogno di qualche verso per scaldare la voce, ma poi ha urlato e ringhiato come se ci fosse una scommessa in ballo, e alla band è stato d’aiuto soprattutto un suono chiaro e pulito, che tagliava i timpani. È stato davvero bello sentire Tägtgren in ottima forma vocale: ringhiava benissimo, ma fantastici sono stati soprattutto i suoi tipici scream altissimi, che Peter mette in risalto alla perfezione nei pezzi, e che si sono visti benissimo con il grido animalesco all’inizio di quella che era prima una sorta di artiglieria militare, Warpath. I pezzi del nuovo album hanno già fatto bella presa sui fan e si sono ancorati saldamente tra gli altri, ma stavolta gli Hypocrisy hanno entusiasmato soprattutto con alcune sorprese inattese, e perciò ancora più dolci: Left To Rot da Penetralia, Necronomicon da Osculum Obscenum ed Elastic Inverted Visions da Hypocrisy! Wow, da applausi! Nel bis non sono mancati gli immortali hit Roswell 47 e l’immancabile Eraser, ma prima di quelli bisognava scappare sul palco piccolo, dove per la prima volta nella storia del festival si sono esibiti i veterani norvegesi Enslaved.

E che concerto hanno fatto! Un suono fenomenale, una band in splendida forma che dal palco sputava energia a getto continuo, e che il pubblico si è preso subito, uno splendido gioco di luci e una buona scelta dei pezzi sono stati la vittoria perfetta del palco piccolo. Probabilmente di tutti i giorni! Gli Enslaved, che nel corso della carriera hanno percorso una lunga strada evolutiva da band black metal purosangue a quello che sono oggi – progressive/psychedelic black/viking metal – fino a qualche anno fa erano ospiti frequenti dei palchi sloveni, ma è passato parecchio tempo dalla loro ultima visita. In questo tempo gli Enslaved sono diventati uno dei nomi più rispettati del genere, o meglio dei generi, e continuano a entusiasmare con un’evoluzione costante e dischi in studio di qualità. I norvegesi sono stati così convincenti che sembrava che sul palco fosse sceso un intero stormo di divinità nordiche e che la band avesse ricevuto la benedizione dello stesso Asgard. Chitarre cristalline scorrevano come i fiumi più puri, la batteria rimbombava e rullava come la peggiore furia della natura, e l’intreccio di voci ruvide e pulite suonava alle orecchie così armonioso che dopo gli Enslaved il festival avrebbe anche potuto finire lì. Gli Enslaved ci hanno avvolti per lo più nelle radici dell’album attuale RIITIIR, e non sono mancati nemmeno il classico incendiario As Fire Swept Clean the Earth e il capolavoro black metal conclusivo Allfǫðr Oðinn. L’onnipotente padre Odino ha sicuramente annuito con approvazione a questo concerto, e spero che gli Enslaved attacchino presto di nuovo la Slovenia con un concerto da soli.  

Sul palco grande intanto era già pronto l’headliner di giovedì nel vero senso della parola. Iced Earth, chiaro! Schaffer e i suoi ragazzi avevano incoronato la loro ultima apparizione al MetalCamp includendone la registrazione nel DVD live Festivals of the Wicked e mettendo così la Slovenia sulla mappa dei DVD live; stavolta le leggendarie star americane sono tornate con una nuova formazione e un nuovo cantante, lo splendido canadese Stu Block. Con il nuovo disco Dystopia, dopo un lungo vagare nel buio, gli Iced Earth hanno ritrovato la luce, che significa un ritorno alle radici della band, cioè a un mix di prima qualità tra influenze Iron Maiden e thrash metal, per cui gli Iced Earth erano famosi fin dall’inizio della carriera. La prima ascia nel miele per Schaffer è Stu Block, che con un lavoro così potrà oscurare del tutto sia Matt Barlow sia Tim »Ripper« Owens. Gli Iced Earth hanno dimostrato fin dai primi momenti di essere di nuovo pieni di rabbia e aggressività da una parte, e di un’epicità indimenticabile che ti si infila subito sotto la pelle dall’altra, e in più Stu ha dato loro anche quel calcio di energia giovanile e sfrenata di cui c’era un gran bisogno. Gli Iced Earth hanno dedicato gran parte della setlist all’album attuale Dystopia e con la title track del disco ci hanno accolti nelle loro file ribelli. I ragazzi hanno giustificato fin dai primi istanti le enormi aspettative, perché la band non era così in forma da un bel pezzo! Solo il nuovo batterista Raphael Saini, che ha sostituito da poco Brent Smedley nel gruppo, ha faticato un po’ a ingranare, ma anche i suoi (piccoli) errori sono sbiaditi di fronte alla possente prova vocale di Stu. Quando Stu ha aperto le corde vocali, potevi dimenticarti facilmente anche che sul palco non ci sarebbe stato più Matt Barlow. Stu ha brillato dalla prima all’ultima linea vocale, ha interpretato in modo brillante anche i pezzi emotivamente più pesanti e, tecnicamente parlando, ha spazzato via tutti gli scettici con un baritono profondo e falsetti acuti con cui supera persino Ripper. Come se non bastasse, ha restituito agli Iced Earth la figura di un vero frontman, che potrebbe insegnare a Ripper come si sta davvero su un palco. Gli Iced Earth, sulle ali dell’entusiasmo giovanile di Stu e di una sorgente inesauribile, hanno volato alto, senza cadute di livello. Stavolta, durante l’esecuzione del classico I Died For You, la band ha ricevuto aiuto dal piccolo Jadran, che per tutta la settimana sul Beach stage, al karaoke, aveva sbucciato instancabile, sicuro e spavaldo questo brano (oltre a Enter Sandman e Sweet Child O’ Mine); se n’erano accorti anche i membri della band e l’hanno invitato sul palco. Un bel momento spontaneo. Di livello altissimo sono risultati poi soprattutto V, A Question of Heaven, Dracula, Prophecy e la ballata sempre magica e sentita Watching Over Me, durante la quale chiunque ricorda facilmente i propri cari che non ci sono più. Stavolta i ragazzi non hanno chiuso il set con il classico inno Iced Earth, ma hanno dovuto accontentare le richieste di un pubblico insaziabile che ne voleva ancora. E alla fine ci è toccato anche lo splendido My Own Savior! Nella società distopica degli Iced Earth non c’è il controllo del Grande Fratello, non c’è repressione totalitaria, non c’è lavaggio del cervello, non c’è dipendenza dalla tecnologia e non c’è la sensazione che la vita umana valga solo quanto le concede il potere distopico. No! Nel regno degli Iced Earth contano solo riff taglienti come seghe, ritornelli fenomenali e indimenticabili e una sezione ritmica da cannone! Una chiusura indimenticabile per la giornata di giovedì, anche se dopo sono seguiti ancora Legion of the Damned e Shining.

Scaletta

SOLSTAFIR:
1. Ljos i Stormi
2. Svartir Sandar
3. Fjara
4. Goddess of the Ages

ANAAL NATHRAKH:
1. Drug-Fucking Abomination
2. The Blood-Dimmed Tide
3. In the Constellation of the Black Widow
4. In Coelo Quies, Tout Finis Ici Bas
5. Of Fire, and Fucking Pigs
6. More of Fire Than Blood
7. The Lucifer Effect
8. Todos Somos Humanos
9. Between Shit And Piss We Are Born
10. Volenti Non Fit Iniuria
11. The Destroying Angel
12. Forging Towards the Sunset

IHSAHN:
1. On the Shores
2. Arrival
3. The Paranoid
4. Frozen Lakes On Mars
5. The Barren Lands
6. A Grave Inversed
7. The Grave

ANNIHILATOR:
1. King of the Kill
2. Clown Parade
3. No Way Out
4. Set the World On Fire
5. W.T.Y.D.
5. The Fun Palace
6. Alison Hell

HYPOCRISY:
1. End of Disclosure
2. Tales of Thy Spineless
3. Fractured Millennium
4. Left to Rot
5. The Eye
6. Fire In the Sky
7. Necronomicon
8. 44 Double Zero
9. Elastic Inverted Visions
10. Warpath
 — bis —
11. The Gathering/Roswell 47
12. Adjusting the Sun
13. Eraser

ENSLAVED:
1. Riitiir
2. Ruun
3. The Watcher
4. Roots of the Mountain
5. Thoughts Like Hammers
6. Convoys to Nothingness
7. As Fire Swept Clean the Earth
8. Allfaðr Oðinn

ICED EARTH:
1. Dystopia
2. Dark Saga
3. Pure Evil
4. Burning Times
5. I Died For You
6. V
7. A Question of Heaven
8. Dracula
9. Prophecy
10. Anthem
 — bis 1 —
11. Boiling Point
12. Watching Over Me
13. Iced Earth
 — bis 2 —
14. My Own Savior

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