MetalDays 2013 (quinto giorno): una chiusura da re per il festival!

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Autori: Aleš Podbrežnik, Sebastijan Videc
Foto: Nina Grad, Jerneja Jerak

Luogo: Tolmin / Slovenia
Data del concerto: 26.07.2013
Numero di spettatori: 15.000

I croati Rising Dream di Zara hanno dato una bella ventata d’aria fresca alla scena nel 2008, quando hanno pubblicato il loro album di debutto »Failed Apocalypse«. All’epoca hanno addirittura aperto per gli Iron Maiden a Spalato! Il tempo vola senza pietà, e nei cinque anni che separano quel momento dall’esibizione a Tolmin i Rising Dream sono cambiati parecchio anche a livello stilistico. Alla voce ora hanno la cantante Ines. E Ines sa essere una vera belva, perché la sua interpretazione, oltre al canto melodico pulito, comprende anche un vero growl da death metal, che i Rising Dream hanno innestato di brutto nella loro melodicità power metal originaria. I nuovi Rising Dream sono molto più incazzati e suonano molto più estremi! Inoltre la band ama le strutture complesse, quindi nella loro musica si agitano un sacco di riff e figure ritmiche che arrivano dritte dal thrash metal. Certo, la componente di death metal melodico ormai non si può più togliere. Ma sotto il palco il vuoto totale. Dieci, quindici persone, e probabilmente pure amici arrivati dalla Croazia. La band promette per quest’anno un nuovo album in studio intitolato »System Corrupt«. Gli Arch Enemy croati? Tranquilli. Nemmeno per sogno!

Gli sloveni Last Day Here, che nei giorni prima del MetalDays hanno partorito il loro secondo album in studio »A New Begining«, sono considerati una delle band più interessanti emerse dalle nostre parti negli ultimi anni. Quel caldo pomeriggio di venerdì i Last Day Here hanno dimostrato ancora una volta di vivere ogni giorno (e ogni concerto), fedeli al loro slogan, come se fosse l’ultimo. Lo slot delle due e mezza del pomeriggio era, a dir poco, brutale: sole a picco, temperature sopra i trenta gradi e solo qualche misero spicchio d’ombra attorno al main stage hanno fatto sì che a vederli ci fosse solo una manciata di spettatori. Ma, nonostante tutte le avversità, i ragazzi hanno dato il massimo. Un’esibizione energicissima, con un mix di pezzi di entrambi gli album, che non ci ha lasciati indifferenti. Se all’inizio del concerto eravamo una cinquantina a goderci lo show, alla fine il numero era raddoppiato, e vale la pena di citare anche la presenza di Stu Block (Iced Earth) tra il pubblico, che si divertiva un mondo a sentire l’energia che arrivava dal palco. Resta solo la domanda se non sarebbe meglio far suonare una band di questo calibro la sera su un palco più piccolo, o magari ancora meglio inserirla come rappresentante di casa tra i nomi più altisonanti delle serate.

I death metaller britannici Bloodshot Dawn hanno messo in scena il loro massacro con un’ottima sezione ritmica, articolata e tecnicamente solidissima. La conclusiva Godless nel finale ha offerto un vero mix di generi, da armonie celtiche rinforzate da »breakdown« moderni, che sapeva in maniera allarmante dei solchi moderni di certi loro connazionali come i Bullet For My Valentine. Insomma, i Bloodshot Dawn sono un quartetto rodatissimo che è arrivato senza alcuna pompa, ha sparato il suo materiale e ha scaldato a dovere il pubblico, non numeroso, sotto il palco, che a fine show non ha dimenticato di chiedere il bis.

E poi sono arrivati i Gravewrom. Il sole picchiava in testa. Senza pietà e senza riguardi. E si agitavano pure i Graveworm. I sudtirolesi hanno portato il loro volto di black metal sinfonico, che ama scivolare verso il »melodiare« di stampo death metal. La band, di Brunico, si è di nuovo imbattuta in un suono parecchio sfilacciato, le chitarre ronzavano come api e la voce le copriva di brutto. Il concerto si è aperto con la dinamicissima The World Will Die In Flames, poi con I – The Machine e Legions Unleashed i Graveworm hanno stretto sempre più spietatamente le loro viti sulle croci. Anche le tastiere, ovviamente, si sono »accorciate« nel mix. Ma pazienza. La band si è comportata in modo corretto, con un atteggiamento professionale, e anche se sotto il palco era inchiodato per lo più un bel mucchio di curiosi, ha di sicuro reso felice la manciata di fan scatenati che li incitavano durante il concerto. Peccato, tanto ronzio allegro. Resta il fatto che i Graveworm nelle loro composizioni non si staccano mai da una riconoscibilità musicale ben precisa.   

Una delle esibizioni più attese è stata sicuramente quella degli heavy metaller americani di vecchia scuola, Metal Church. Un piccolo, vero »piacere proibito« per tutti i buongustai dell’heavy metal delle origini. Niente kitsch, niente lustrini, niente scenografie. Per i Metal Church da sempre conta solo il riff di chitarra. La forza espressiva di quel riff! E ha sempre avuto carisma e fame di aggredire. La formazione composta da Kurdt Vanderhoof (chitarra), Ronnie Munroe (voce), Steve Unger (basso), Rick Van Zandt (chitarra) e Jeff Plate (batteria, ex-Savatage) è salita sul palco sotto la peggiore calura della giornata. E ha attaccato dritto ai denti con il pezzo da KO Ton Of Bricks. Ronnie Munroe si è rivelato un cantante eccezionale, che ricrea senza fatica l’atmosfera dei concerti classici dei Metal Church, quando dietro al microfono c’era il compianto Dave Wayne. Esecuzione sul palco eccellente. Dal primo all’ultimo secondo del concerto. Purtroppo però il caldo ha pesato sull’umore della band. Durante l’esibizione hanno portato sul palco addirittura delle stufette. Quello che soffriva di più era il capo della band, Kurdt Vanderhoof, che faceva smorfie di sofferenza per tutto il tempo, con il sudore che gli colava a fiumi sulla faccia. Nonostante un set eccellente, che comprendeva Gods Of Wrath, Watch the Children Pray, A Light In The Dark, Start the Fire, Fake Healer, Beloynd the Black, la band ha chiuso un po’ prima del previsto. Così non ha suonato il pezzo Metal Church, che in teoria deve esserci a ogni loro concerto. Nonostante tutto, ci siamo beccati un vero e proprio pugno di dinamite dritto in faccia dalla leggendaria band, che ha sfoderato una serie di riff indimenticabili, che oltreoceano hanno scritto la storia dei primi tempi del metal. Davvero uno dei concerti più interessanti del festival. Soprattutto per quelli di noi che amano i concerti rari. Chi ha il »bootleg« del 1986 intitolato »Live!«, uscito per SPV Records nel 1998, ha dovuto vivere una vera piccola replica di quello show, con i Metal Church che in mezzo a Tolmin rovesciavano addosso al pubblico un classico dopo l’altro. Fino a poco tempo fa il futuro dei Metal Church sembrava segnato. La band si era infatti ufficialmente ritirata nel 2009, poi l’anno scorso si è riunita e ha annunciato ufficialmente di essere al lavoro su un nuovo album. Speriamo che la promozione del disco li porti magari a un concerto in un club a Lubiana!

Gli irlandesi atipici Primordial per molti rappresentavano a pieno titolo la band del quinto giorno di festival che si aspettava con più impazienza di vedere sul palco. E hanno infatti consegnato una delle migliori esibizioni, non solo dell’ultimo giorno, ma dell’intero festival. Ottimi veterani e metaller estremi che calcano le scene dal 1987, propongono un mix musicale unico che da un lato parte dalle basi del black metal, aggiungendoci elementi tradizionali della musica folk irlandese. E lo fanno non con flauti, fisarmoniche e violini, ma più che mai attraverso il loro prisma unico di tempra di un suono sinistro e affilato dal metal, che non lascia dietro di sé né vivi, figuriamoci prigionieri. La band ha aperto il concerto verso le cinque del pomeriggio. E con il primo pezzo dell’ultimo album in studio »Redemption at the Puritan’s Hand« (2011), che si chiama No Grave Deep Enough. Dopo un attacco così, insomma, nessuno si aspettava un concerto pieno di gioia e allegria. Al MetalDays è calato il buio per un’ora. I Primordial si sono presi la giornata, hanno portato i corpi celesti a un’eclissi solare. Mancava solo che si scatenasse un acquazzone e la misura sarebbe stata colma. Il cantante Alan Averill (aka A.A. Nemtheanga) è un leader eccezionale. Uno dei migliori frontman del metal in assoluto. Ha portato al massimo il suo copione di palco e la sua recitazione. La presenza scenica e il carisma ricordano un altro cantante, David Bower degli Hell, band della NWOBHM. Ad Alan non manca mai l’arsenale per creare il dramma del momento. Appassionato, sentito, intransigente. Straordinaria capacità di adattare le caratteristiche vocali al messaggio dei versi! Band eccezionale! Sotto ogni aspetto! A marcia altissima hanno offerto una delle migliori performance del festival. Un concerto che ti passa davanti prima ancora che sia iniziato, e dopo il quale dici che devi assolutamente rivederli sul palco il prima possibile!

Ma è incredibile dove siano arrivati (una volta veri pagliacci kitsch in calzoncini corti) i Powerwolf. Sono power metaller che pescano le idee per il loro show da teatro-spasso e per le pose dalla leggenda del conte transilvano Vlad II, chiamato affettuosamente Dracula. Un’espressione musicale del tutto generica, ma rinforzata e confezionata in una favola di vampiri. E questo basta. Di band così ce n’è un mucchio, ed è l’unico modo per dirottare il pubblico e dissuaderlo dall’addentrarsi troppo nella tua musica, per non fargli scoprire quanto sei in realtà generico. Che la gente si preoccupi piuttosto della spettacolarità dei tuoi show. La logica americana si insinua dunque sempre più nei pori del vecchio continente europeo e deforma la sana mentalità europea, la sana cura, l’attenzione e il senso per l’arte. Purtroppo. La band ha pubblicato il suo nuovo album in studio »Preachers Of The Night« appena una settimana prima di arrivare a Tolmin. Ovviamente il protagonista del palco è il cantante Attila Dorn, che negli ultimi anni ha conquistato una sicurezza scenica pazzesca e per questo durante lo show è stato davvero convincente. La gente se la godeva e basta. Panem et circenses! Che dire. Mi ricordo l’esibizione dei Powerwolf al Bang Your Head!! Festival nel 2009. Erano le dieci del mattino, la band aveva 40 minuti a disposizione. Erano acerbi. Molto acerbi. In combinazione con i nomi che suonavano quel giorno, come tra gli altri Laaz Rockit, Cloven Hoof, Driver, Sacred Right, quindi di colpo fuori posto. Ma ai ragazzi vanno fatti i complimenti, perché con la loro testardaggine hanno portato il timone così lontano e, in fondo, così in alto.

I Wintersun erano la band più attesa della giornata. Dalla maggior parte di chi è venuto quest’anno al festival. Tutto il MetalDays si è stipato davanti al main stage. Tutto bello, parte l’intro registrata. Passa il primo minuto. Tutto bello. Tutto normale. Ma poi si sente un »crac«! E »pam«, salta tutto! Si spengono le luci, crepa tutto. Il pubblico fischia, il festival ammutolisce. È passato un bel po’ di tempo, una quindicina di minuti, prima che sistemassero le cose e la band potesse finalmente iniziare il concerto. Ma non è durato a lungo. Forse una ventina di minuti, e la storia si è ripetuta. E di nuovo si è aspettato e aspettato, e la gente era triste e incazzata. In realtà i Wintersun sono caldi e croccanti. Come panini appena sfornati. Metaller che, a quanto dicono, sono alla base death metal melodico, ma ci mescolano dentro tutti i sottogeneri metal possibili, dal power al folk, e c’è chi ci aggiunge pure l’etichetta di progressive metal. Insomma, i Wintesun hanno portato al pubblico del MetalDays sei pezzi e con questo hanno mostrato tutto il loro cuore, tanta buona volontà e rispetto per i fan, che non hanno voluto lasciare a piedi in nessun modo. Capita anche ai »migliori«. Speriamo che i Wintersun si facciano perdonare presto con un nuovo tour da tutti i fan che, affamati della loro musica, hanno lasciato il main stage!

E per il gran finale, un grande ritorno, un grande debitore e, da questo punto di vista, una delle sorprese più dolci di quest’anno. Il figliol prodigo sinistro del metal, perso e ritrovato, e autore dei racconti più agghiaccianti. King Diamond. King Diamond non è cambiato di una virgola. Tutto è rimasto uguale. Dalle scenografie al famoso face painting. Prima dell’inizio del concerto nell’aria c’era una tensione palpabile. Sembrava che alla gente non importasse proprio niente di quello che il King avrebbe tirato fuori sul palco, contava solo una cosa. Che suonasse. Che comparisse sul palco. In un modo o nell’altro. Ci era mancato davvero! In effetti per qualche anno si è pensato che il tipo si fosse ritirato e che non avesse più intenzione di esibirsi, né di pubblicare album. Soprattutto dopo che è arrivato novembre 2010. Proprio nei giorni in cui il suo bassista Hal Patino dava una mano in tour ai suoi connazionali e colleghi danesi Pretty Maids, che portavano in giro per l’Europa l’album »Pandemonium!«, sembrava quasi che avremmo perso King Diamond. Ha avuto una serie di infarti, poi con un’operazione andata bene gli hanno fatto addirittura un triplo »bypass« e gli hanno salvato la vita! E così King Diamond ha portato fortunatamente con sé se stesso e l’orrore. Ma non anche gli incantesimi. O forse sì?

King Diamond resta King Diamond. Vocalmente è superiore. Come su disco! Il suo falsetto riconoscibile a un miglio ha fatto un effetto pieno durante il concerto. Alla sua sinistra il sempre fedele suddito Andsy La Roque, alla sua destra prima il bassista Hal Patino e poi Mike Wead, e dietro la fortezza della batteria Mad Thompson!

Sul concerto non c’è bisogno di sprecare parole. Un improvvisato ingresso di casa con tanto di recinzione, piazzato proprio sul bordo del palco: quindi tutto il teatro del King lo dovevi guardare attraverso le sbarre. Da lì, ogni tanto, tra le sbarre spuntava la testa del King con la lingua penzoloni. Come sempre con il microfono fissato a due ossa incrociate. La scena si anima con il classico d’apertura The Candle (»The Fatal Portret«, 1985), e di lì a poco sul palco è sbucata anche una nonnina tostissima su una sedia a rotelle (i Saxon griderebbero in coro: »She’s got Wheeels, Wheels of Steel!!!«), quando la band attacca con Welcome Home (»Them«, 1987). Lo show da teatro-spasso scorreva veloce. Il concerto è stato una specie di passeggiata attraverso la discografia di King Diamond! In realtà, per il continuo cambio di scenografie, di inquadrature… gli eventi si susseguivano in fretta e i minuti volavano. In linea di massima la scaletta improvvisata a sinistra e a destra e il balcone li sfruttava King Diamond, gli altri ci salivano solo ogni tanto. La Roque durante il concerto ha fatto forse due passi a destra e a sinistra dalla sua posizione base sul palco, mentre l’iperattivo Hal Patino ha battuto il palco in lungo e in largo. L’ottimo affiatamento tra Wead e La Roque scintillava in alcuni riff indimenticabili della carriera di King Diamond. La setlist era ottima, composta in pratica dai pezzi su cui King Diamond ha costruito il suo monumento di culto nei mitici anni Ottanta. Come da previsione, e con grande entusiasmo del pubblico, la band ha piazzato anche due classici dei Mercyful Fate (Come to the Sabbath, Evil). L’unico pezzo »più recente« era Shapes Of Black dall’ultimo album »Give Me Your Soul« (2007), e King Diamond ha portato il set regolare alla fine relativamente in fretta, chiudendolo con The Eye Of The Witch (»The Eye«, 1990). Il King ci ha portati con la sua ciurma in un finale intenso con due classici di »Abigail« e ha salato il bis obbligatorio, di gusto per tutti, con il pezzo Evil dal debutto dei Mercyful Fate »Melissa« (1983).

Un set un po’ corto e l’assolo di batteria in mezzo fanno capire che King Diamond non è più fresco come una volta. Comunque, con la voce e il teatro sul palco ha creato esattamente quello per cui eravamo venuti. Ovviamente con l’ottimo contributo dei suoi fedeli collaboratori. Di scivoloni durante lo show non se ne sono sentiti, solo un po’ di risparmio di energie e un repertorio più corto di almeno 15 minuti. Il nuovo album in studio è in lavorazione. E poi aspettiamo un nuovo tour. Posso concludere che il concerto di King Diamond, a parte l’appunto sul risparmio di energie, ha rispettato le aspettative di uno dei momenti clou del MetalDays 2013.

Gli headliner della serata sul secondo palco erano invece gli svedesi doom metaller Candlemass. I membri originali Leif Edling (basso) e Mats Björkman (chitarra), insieme a Jan Lindh (batteria), al chitarrista Lars Johansson e all’ultimo arrivato, il cantante Mats Leven, tengono le redini in mano, mentre come sesto membro ai concerti aiuta il tastierista Per Wiberg (ex-Opeth). I Candlemass non mollano e al festival hanno portato sicuramente uno dei migliori concerti dell’intera settimana. Una scelta azzeccata per la band giusta, a cui spetta l’onore di chiudere il festival! L’anno scorso i Candlemass hanno pubblicato il nuovo album in studio »Psalms For The Dead« (2012) e hanno aperto la serata con il primo pezzo del disco, intitolato Prophet!

Il minimalismo delle luci di palco calzava a pennello alla natura della band. Ancora di più calzava l’ambiente. Il boschetto. Soprattutto quando hanno attaccato con il pezzo Under the Oak. Mats Leven purtroppo non sarà mai Messiah Marcolin, ma il suo canto ha comunque ripreso benissimo la storia dell’atmosfera che sanno creare solo i Candlemass. Leven è un uomo vissuto. Con Björkman aveva già collaborato nei Krux, e in più ha nel mignolo il senso della teatralità. In precedenza infatti ha lavorato con i Therion. Un artista esperto, insomma. Naturalmente il carisma della sua presenza scenica è impastato di un’altra pasta rispetto a quello di Marcolin, ma in primo luogo conta l’esecuzione. E gli svedesi sul palco sono veri nei loro gesti e perfetti nell’esecuzione! Il manifesto del vero perfezionismo scandinavo irradiava da qualche parte nel sottosuolo la sincera passione dei musicisti, che hanno fatto i conti senza pietà con i riff del repertorio. Sia con quelli dei pezzi più nuovi (Prophet, Waterwitch, Psalms For The Dead, Black As Time), sia con quelli più attesi, che hanno offerto versioni beffardamente »pater noster« dei classici Emperor of the Void, At The Gallows End, Bewitched, Dark Reflections, Crystal Ball e, nel finale, com’era prevedibile, Solitude. L’esibizione al MetalDays 2013 ha oscurato quella di Balingen, nell’ambito della giornata di riscaldamento del Bang Your Head!!! Festival. Semplicemente per l’ambiente in cui i Candlemass hanno suonato a Tolmin. Si sentivano a loro agio. Irradiavano ancora più rilassatezza e ancora più comunicativa, ovvero apertura verso il pubblico, che riempiva ogni singolo angolino davanti al palco. Era infatti l’ultimo concerto del festival, che si spegneva piano piano in silenzio. E con i Candlemass, che nome comodo per una band, si è spenta anche l’ultima candela del festival. Un concerto e un’atmosfera brillanti, in cui la chimica tra pubblico e band viveva un’omogeneità straordinaria e in cui si sentiva che il saluto sarebbe stato difficile. Il saluto al MetlaDays di quest’anno. Alla prossima!

Scaletta

METAL CHURCH:
1. Terminator 2 Main Title (intro)
2. Ton of Bricks
3. Start the Fire
4. A Light in the Dark
5. Fake Healer
6. Gods of Wrath
7. Badlands
8. Watch the Children Pray
9. Beyond the Black

SVART CROWN:
01. Intro
02. Apocalyptic Triumph
03. Into a Demential Sea
04. In Utero: A Place of Hatred and Threat
05. Nahash the Temptator
06. Profane
07. Ascetic Purification
08. Revelation: Down Here Stillborn

PRIMORDIAL:
01. No Grave Deep Enough
02. Gods to the Godless
03. Bloodied Yet Unbowed
04. As Rome Burns
05. Traitors Gate
06. The Coffin Ships
07. Empire Falls

POWERWOLF:
01. Lupus Daemonis (Intro)
02. Sanctified With Dynamite
03. We Drink Your Blood
04. Amen & Attack
05. Werewolves of Armenia
06. In the Name of God
07. Resurrection by Erection
08. Coleus Sanctus
09. All We Need Is Blood
10. Kreuzfeuer
11. Raise Your Fist, Evangelist
12. Lupus Dei
13. Wolves Against the World (outro)

WINTERSUN:
01. When Time Fades Away
02. Sons of Winter and Stars
03. Beautiful Death
04. Death and the Healing
05. Winter Madness
06. Starchild

AURA NOIR:
01. Upon the Dark Throne
02. Blood Unity
03. Abbadon
04. Hades Rise
05. Deep Tracts of Hell
06. Black Deluge Night
07. Hell’s Fire
08. Shadows of Death
09. The Stalker
10. Black Metal Jaw
11. Conqueror
12. Sons of Hades

KING DIAMOND:
01. The Candle
02. Welcome Home
03. At the Graves
04. Up from the Grave
05. Voodoo
06. Sleepless Nights
07. Drum Solo
08. Dreams
09. Come to the Sabbath
10. Shapes of Black
11. Eye of the Witch
—bis—
12. The Family Ghost
13. Evil
14. Black Horsemen

CANDLEMASS:
01. Marche Funebre (intro)
02. Prophet
03. Bewitched
04. Dark Reflections
05. Waterwitch
06. Emperor of the Void
07. Under the Oak
08. At the Gallows End
09. Psalms for the Dead
10. Black as Time
11. Crystal Ball
12. Solitude

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