Rumore, risate e un sacro Tarassaco purosangue: uno dei picchi del Trnfest (2013)
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Trnfest (KUD France Prešeren) / Slovenia
Data del concerto: 03.08.2013
Numero di spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 0.00€ (ingresso libero)
Amo il tarassaco! Come insalata, certo, ma un posto speciale nel mio cuore ce l’ha anche una band di eccentrici lubianesi che risponde al nome di Dandelion Children. In realtà, fino a poco tempo fa il gruppo lo conoscevo soprattutto per il nome altisonante, mentre la loro musica sui miei scaffali era ben poca roba. Probabilmente perché giuro sui CD originali e per me contano sia il design sia l’essenza musicale sul dischetto tondo, mentre ai Dandelion l’aspetto finanziario, almeno fino a oggi, non ha permesso di spingere più attivamente la loro musica, diciamo così, atipica per il nostro angolino di paradiso sotto le Alpi. Eppure qualcosa ha cominciato a muoversi, e di brutto. Prima mi ha spazzato via del tutto il loro album Dandelion Children So Pičke, poi il disco Dandelion Children e il fatto che l’indomabile trio in appena cinque o sei anni di vita abbia sfornato sei lavori in studio fatti e finiti, che irradiano un carattere così sfaccettato e una varietà tale che faccio fatica a liberarmene con un semplice »alternativi« o »post grunge«. Come gli Intimn Frizurn anni fa, anche i Dandelion Children sono un tritacervello totale, un »mindfuck« se vuoi, e di roba così nelle acque musicali sono sempre felice. Mi piace quando pensi di aver capito il punto e invece il punto sta tutta un’altra parte. Come suonino dal vivo ho deciso di verificarlo al Trnfest di quest’anno, a quanto pare l’ultimo, dove hanno diviso il palco con una band che non conoscevo nemmeno, i World::Within.
Sorprendentemente, dietro un nome piuttosto metallaro si nasconde un esperimento tutto particolare, che muove i primi passi nel 2005 e il cui estratto musicale tra Domžale e Lubiana è ben descritto proprio dal disco Lucidream, uscito l’anno scorso. La fusione di generi promessa dal sestetto avrebbe dovuto portare sul palco una ventata di freschezza, e sotto l’etichetta di breakbeat rock sperimentale mi aspettavo parecchio di diverso da ciò che ci è toccato. Il piazzale davanti al KUD France Prešeren verso le otto era ancora piuttosto vuoto quando sul palco è salita la sestina di sperimentatori della Slovenia centrale. La formazione, dopo numerosi cambi al volo in passato, oggi è composta dal duo di chitarre formato da Anže Črnak, uno dei Dandelion, e da Gašper Mandelc, che prima non conoscevo. Anche il batterista Damjan Lebeničnik ha un legame con i Dandelion, visto che in passato si è occupato della produzione, il cantante Jan Jenko è il colpevole dell’ultima copertina dell’album della band, e il sestetto sul palco è completato dal tastierista Uroš Makarič e dal fratello del batterista, nonché bassista della band, Grega Lebeničnik. Insomma, un coro di amici di famiglia dei protagonisti principali, penso, ma mi incuriosiva cosa avrebbe offerto la compagnia che doveva scaldarci prima dei Dandelion. Sample e beat di batteria incolonnati sulla matrice dopo un paio di battute dei pezzi dei World::Within ricordano i Linkin Park, ma quando aprono i registri anche le corde vocali di Jan e si mostrano in tutta la loro forza le chitarre, per il resto molto trattenute, nel minestrone musicale si infilano pure associazioni con i Nightwish e altro ancora. Il centro dell’attenzione se lo prende l’oratore della band, in forma smagliante, il talentuoso cantante Jan Jenko, che con il suo baritono colorato al punto giusto e una voce vellutata tinge a dovere i contorni dei racconti sui mondi paralleli. Quasi quasi mi trovo d’accordo con il paragone tra Jan e Andrew Eldtrich dei celebri The Sisters Of Mercy, perché nella voce si avverte un pizzico di teatralità, oscurità e malinconia gotica. Il suono sarebbe potuto essere migliore se i due chitarristi sul palco fossero stati più rilassati e meno ossessionati dalla metrica, e la presenza scenica piuttosto statica è stata più un riscaldamento per le orecchie che per gli occhi. I World::Within costruiscono su ritornelli melodici, e con la fusione di gothic moderno e tentativi di svecchiamento elettronico, tra sample sempre presenti e ritmi spezzati, l’esibizione, a cui mancano per esempio delle proiezioni, diventa piuttosto tiepida e, almeno per me, piena di riempitivi. Può darsi che io sia ingiusto con i ragazzi, ma dopo aver letto salve di lodi su Lucidream e definizioni da superamento dei superamenti, sul palco mi aspettavo una vera esplosione di emozioni e di attributi musicali fuori dal comune. Il concerto, suonato in modo corretto, ha offerto comunque quasi tutti gli assi del disco d’esordio, e tra i pezzi più incisivi c’erano senza dubbio Mind Scar, A Void e Soulotion. Anche se il goth rock ipnotico e tendenzioso può offrire un sacco di belle melodie e con la sua matrice industrializzata saziare più di un fan dei suoni sintetici, io qui ho sentito la mancanza di uno sfogo emotivo più sincero. Il set è stato suonato, com’è giusto per il nome del disco, in modo lucido, sobrio, con la testa e non tanto col cuore; i ragazzi, vista la rarità delle loro esibizioni, vanno comunque solo lodati per aver servito in poco più di mezz’ora un set di brani di qualità, suonato in modo credibile, e il merito maggiore va al centro vitale della band, il carismatico Jan, dotato di una voce splendida. Forse era più impazienza per quello che veniva dopo che altro, perché aspettavo con grande gioia il finale dell’apertura, il brano DisEase. Poi i World::Within hanno salutato il pubblico con correttezza, e sul palco sono partiti i cambi veloci di strumentazione per un seguito più succoso.
Del seguito posso solo scrivere che i figli del tarassaco sono tutto fuorché una band convenzionale, ingabbiabile nei canoni della normalità. Quando sul palco salgono il chitarrista Anže visto prima, che stavolta imbraccia il basso, la batterista Katja che si siede dietro i tamburi e infine, davanti al microfono, ciondola Jure, con un berretto in testa e una peluria rada a mo’ di baffi, che borbotta nel microfono qualcosa di simile a un saluto: »Ehi! Ciao! No?« non ti aspetteresti mai che dalle casse parta una simile salva di idee brillanti, ottimi cambi musicali e gemme che non conoscono generi. Il ragazzo e la ragazza aprono il set, evidentemente, con qualcosa di nuovo – il brano Indistinct Frames, un’esibizione di forza del trio. Chitarra e basso si fondono in un pacchetto potente, compatto e carico di elettricità, di musicalità articolata. Su tutto, fin dal primo colpo di bacchette sulle pelli, si staglia la batteria chirurgicamente precisa di Katja. Il suono è perfetto, e dopo una breve intro, con cui il trio evidentemente testa l’attenzione del pubblico e la potenza dell’impianto, la provocazione scenica e il vero pasto per occhi e orecchie cominciano solo ora. Il fatto che siano entusiasti delle »kmetavzarije«, come le chiamano loro, non è il miglior biglietto da visita per gli amanti del rock che speravano nel grunge, ma chi conosce Jure meglio da qualche concerto precedente o dai dischi sa che il tipo ama tirarsi addosso il pubblico a modo suo, pieno di sarcasmo, cinismo e apparente intelligenza demente. Di recente ha visto la luce il sesto, eccezionale disco del trio lubianese, e il sigillo di produzione su brani straordinariamente equilibrati e dotati di vero mojo stavolta l’ha lasciato nientemeno che l’eccezionale virtuoso dei Srečna Mladina, Peter Dekleva. I figli del tarassaco, in combutta con il felice mladinec, tessono qualcosa di meglio di quanto negli ultimi anni abbia mandato ai miei recettori uditivi, e tra gli assi più riconoscibili c’è anche il brano Never Handled, con cui i Dandelion Children proseguono il set. L’intro ricorda Neil Young, e la splendida voce rauca alla Cobain di Jure dà al pezzo un bel movimento. Country? No! Un pezzo rock pieno, con le palle e una dinamica splendida che nulla limita, nemmeno il fatto che sul palco ci siano solo tre persone, che però sanno bene cosa fanno. Il culmine del brano, con un bridge distorto e un ritornello che col rinforzo verbale »Never Handled!« sostiene la storia di un amore perduto; al posto di malinconia e ballata, Jure, Katja e Anže scelgono un finale più crudo, con cui spazzano via ogni dubbio sul fatto che il concerto sarà davvero come si preannuncia. Al saluto fragoroso e al sincero applauso Jure risponde con parole mordaci e umoristiche: »Porca miseria, qui siete proprio tutti contadini!«, senza inutili scuse, visto che nessuno gliene fa una colpa, e la provocazione scenica continua.
Torn Conclusion That Never Happened è di nuovo qualcosa di nuovo per le mie orecchie, perché il brano non l’avevo mai sentito; al rock’n’roll incisivo, fatto di microfonia stridente, distorsioni e sfogo scenico rilassato di demoni interiori e frustrazioni, Anže e Jure aggiungono un sottotono più accattivante, scambiandosi basso e chitarra durante il giro di batteria, in stile cambio al volo, e invertendo i ruoli con sicurezza. Anže dimostra di essere un chitarrista eccezionale: a differenza dell’esibizione tiepida con i World::Within, stavolta dalle sue dita escono riff veri, succosi e marinati al punto giusto, mentre Jure tratta il basso come un vero bassista di calibro stellare. In effetti il concerto era pieno di perfette incognite, creazioni nuove o almeno a me sconosciute finora, più vicine alla definizione di splendide impressioni, collage sonori e perfetta esecuzione scenica del trio lubianese; sullo stile di nomi come White Stripes, Muse, Queens Of The Stone Age e di un’intera tavolozza di semidei del grunge e idoli musicali, i Dandelion hanno intrecciato nell’insieme un ventaglio di stili, svolte improvvise, sorprese e umorismo alla Monty Python, che credo comprendano fino in fondo solo loro, mentre il pubblico è la materia con cui giocano. I colori dell’ultimo lavoro li ha difesi Mr. Evaluator, che getta sul ceppo tutti i valutatori, i critici, tutti i cravattari che ipotecano il nostro futuro e scrivono note di un avvenire per nulla luminoso. Un brano così lo capiscono almeno i miei neuroni, visto che ricevono insieme un testo ambiguo e un colpo compatto e solidissimo dell’alleanza fraterno-sororale tra ritmo e melodia. Smiley Face Bullets e F1ee4, due novità piuttosto fresche o magari pezzi non ancora archiviati su disco, B-side, preparano il terreno per un Never Fine nemmeno lui più consolidato. Solo con il brano Goalless Confessions, con le confessioni senza meta di un White Stripes ossessionato, a dose psicotica di melodica quasi carnevalesca e di garage rock purosangue insieme. La versione del brano, che aveva debuttato già con il disco »Dandeloid«, nel 2013 è molto più articolata e incisiva, e nonostante queste variazioni su un tema già sentito e noto i Dandelion Children sono sarti sovrani del proprio destino. I figli del tarassaco non riconoscono nulla di proibito né di sacro. Né limiti all’improvvisazione e alla verifica delle proprie capacità. »Sky is the limit«, aggiungerei, e sulla scia psicotica di Dandeloid resta anche la versione ska del brano Don’t Bother The Goat, più vicina alla fattanza totale degli Intimn Frizurn che a dei Toasters qualsiasi. Sexy! Riciclo di cliché? Si potrebbe dire anche così, mentre il singolo molto melodico dell’ultimo disco, la raffinatissima zombiata del brano Smitten, dà di nuovo al pubblico un po’ di terreno solido sotto i piedi. »The roads that I struggle to pass and get by now / The danger the risk no / No fear’s not the factor / Well this time it’s not the same / No this time it’s not that way / Well this time it’s not the same / But you are the most beautiful / Girl I’ve ever seen / The most beautiful,« urla a squarciagola Jure, e dopo il saluto fragoroso del pubblico ben caldo, »Oleeee! Oleee! Oleee! Dandelion! Dandelion!«, con un’ode a Maki, ovvero all’ammollo, il brano Ne Maki Ga, la parata di provocazioni alle signore e ai signori di Trnovo, che di recente hanno presentato una petizione per ridurre il »rumore« del loro vicinato, prosegue in uno stile multispettrale di eccezionalità. Jure si arrampica su un box e regala un po’ di vivacità scenica con un vero salto da rockstar sul palco, poi si sposta sulla batteria, in un’estasi che manda il pubblico fuori di testa, e lo show è tanto più vissuto e dannatamente bello! History Of Fail si trasforma poi nelle salve di commiato di Mutilator Compensator, dopodiché il ragazzo e la ragazza svelano le ultime sfumature di perfezione della loro bellezza »pičkoide«, volgare (tra l’altro con il penultimo disco lo dicono forte e chiaro anche loro stessi, che »Dandelion Children so pičke«, ma che non temono nulla!). Un estratto grungeggiante e molto metallizzato di rumore splendido è un vero balsamo per le mie orecchie, affamate di buona alternative con le palle! E i Dandelion sono più di un semplice cerotto superficiale sulla mia anima! Poco dopo ancora il bis, che è volato via troppo presto e troppo in fretta, e poi è scoccata l’ora dei saluti e delle lodi al trio sudatissimo.
Pero Lovšin canta che tre è la coppia perfetta. Con i Dandelion sono dannatamente d’accordo, e al contempo spero che in futuro, almeno da parte loro, ci siano più repliche di un divertimento di livello così alto. Mi prenderei in prestito un po’ della già citata provocazione lirica di Dandeloid. »Ne Maki Ga!« o »Namakaj ga!« (ammollalo!) – fino in fondo e oltre, ragazzo e ragazza! Il crollo e il fallimento, almeno secondo la mia modesta opinione, per voi non sono un’opzione. Successo e gloria stanno dalla parte degli audaci, e a voi di certo non mancano! Il bene non è mai troppo, e così, tutto viziato e affamato di prossimi seguiti e rivelazioni, non vedo l’ora di vedere il futuro e la futura chimica, in studio come dal vivo, del trio lubianese dei figli del tarassaco. Le lucine del tarassaco sono state soffiate via per bene a ogni battuta e a ogni brano, e sui prati dell’adorazione germogliano sempre più fedeli, che nei Dandelion vediamo qualcosa di più di un attimo di ispirazione, di un caso o di creatori di singoli hit isolati. Stavolta non potete negare che il forse ultimo Trnfest ha ricevuto uno dei primi sfoghi di bellezza orgasmica proprio da una band nostrana, che padroneggia benissimo lo stile anglosassone della botta demolitrice, a dispetto di tutte le sue radici sotto le Alpi! I Dandelion sono troppo grandi, troppo abbondanti e troppo bravi solo per il nostro letamaio da galline. Pronostico loro successi anche all’estero, anche se resta da vedere se il passo oltre i confini della nostra madre Gallina oseranno farlo anche loro. In ogni caso, il dominio totale delle classifiche alternative e l’abbattimento dei tabù sulla scena alter piuttosto sonnolenta dei prudentoni dell’Europa centrale se li meriterebbero più che ampiamente, e non guasterebbe nemmeno un buon contratto, bello grasso e sostenuto dai soldi, con una qualche etichetta di qualità. Forse proprio la fame di dimostrare e la gioia per il lavoro che svolgono più che egregiamente sono l’unica vera sostanza su cui i Dandelion Children prosperano meglio e restano fedeli ai propri principi, ai propri sogni, alla propria passione e a linee guida note solo a loro. Comunque sia – per lo spettacolo visto e sentito stavolta si meritano una standing ovation e richieste di un bis più forte e ancora più abbondante!
Scaletta
World Within:
- World Within
- A Void
- Sin
- Repul Desire
- Soulotion
- Balsamour
- Mind Scar
- Dis Ease
Dandelion Children:
- Indistinct Frames
- Never Handled
- Torn Conclusions That Never Happened
- Mr. Eveluator
- Smilley Face Bullets
- F1ee4
- Never Fine
- Goaless Confession
- Don’t Bother The Goat
- Smitten
- Ne Maki Ga
- History Of Fail
- Mutilator Compensator
- That Color
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