Bang Your Head!!! 2013 – secondo giorno

foto: ALEŠ PODBREŽNIK 2013
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Luogo: Balingen / Messegelände (Volksbankmesse) / Germania
Data: sabato, 13.07.2013


Nonostante dopo due giorni a Balingen le teste fossero già pesanti, le gambe stanche e le facce arrostite dal sole, il programma del terzo giorno (contando anche la serata di riscaldamento con i Candlemass) non ammetteva compromessi! Già alle dieci del mattino (vabbè, qualche minuto dopo) hanno aperto le danze sul palco principale i Rebellious Spirit, giovani speranze hard rock di casa, accampati nell’area tende VIP a pochi metri dalla ciurma di RockLine. Conosco la band dall’anno scorso, quando l’ho beccata sul palco del festival fratello Rock of Ages, e da allora, a giudicare da quello che ho sentito, purtroppo non sono riusciti a fare nemmeno un passo avanti nella carriera. Anche se ce la mettono tutta per far crescere il gruppo, come si vede dalla forte campagna promozionale, sul palco sono sembrati fin troppo timidi e insicuri. I Rebellious Spirit seguono la scuola hard rock anni Ottanta, ma riff poco briosi e la voce da bambino di Janikk Fischer li tengono ben dentro le acque della mediocrità, così dal pubblico scarso non sono riusciti a tirare fuori molto più di qualche sguardo curioso in un’ora di set da lezione scolastica noiosa.

Mentre il sole cominciava appena la sua scalata pomeridiana verso la cima del cielo, sul palco sono saliti gli Alpha Tiger, heavy metaller tedeschi un po’ più rodati che, come i predecessori, badano parecchio anche al look. Le tonalità giallo-nere di bandane, chitarre e persino dell’asta del microfono li avvicinano a prima vista ai veterani americani dell’heavy rock Stryper, anche se la musica dei teutonici è ancora più dura e aggressiva. Anche loro cercano ispirazione nell’eredità degli anni Ottanta, frutto della quale è l’attuale album «Beneath The Surface», e a dimostrarlo ci sono le cover di W.A.S.P. e Riot finite in scaletta. Sul palco sono apparsi più sicuri di sé, con un frontman più convincente sia nell’esecuzione vocale sia nel dialogo con il pubblico, quindi gli Alpha Tiger si meritano una valutazione positiva per la loro esibizione.

Che strana sensazione quando uno dei momenti clou più attesi del festival arriva ancora prima di mezzogiorno! Terzi in scaletta, davanti a una folla ormai un po’ più numerosa sotto il palco principale del Bang Your Head!!! di quest’anno, si sono presentati gli Hell, veterani britannici dell’heavy metal che però ai tempi della loro attività classica negli anni Ottanta non erano riusciti a pubblicare nemmeno un album, così il loro nome è finito col tempo nel dimenticatoio più totale. La band si è riunita qualche anno fa e ha iniziato una nuova marcia, stavolta più prolifica: nel 2011 ha finalmente pubblicato il suo debutto «Human Remains», che da allora è il perno del loro repertorio live. Gli Hell hanno portato sul palco un vero show! La teatralità del nuovo frontman David Bower non conosce limiti! Gli altri membri hanno offerto al cantante una base strumentale affidabile, ma con il suo show curatissimo sono rimasti semplici comparse. Bower aveva il microfono fissato al viso, così da avere le mani sempre libere e pronte a risucchiare da ogni anima in prima fila tutto il bene che era rimasto! Ampia estensione vocale, personalità carismatica e un’esibizione rifinita, con tanto di giochetti col pubblico, hanno messo in ottima luce Bower e con lui tutta la band, e mi vengono i brividi a pensare che inferno scateneranno gli Hell in un club più intimo. Visto il forte sostegno di cui la band gode ora nel mondo del metal, l’etichetta potente (Nuclear Blast) e, non ultime, le buone conoscenze del celebre produttore e chitarrista degli Hell Andy Sneap, probabilmente non c’è da temere che gli Hell spariscano a breve dalla mappa del metal.

L’ora seguente il palco è toccato ai veterani britannici dell’heavy metal Angel Witch. A differenza dei predecessori, loro negli anni Ottanta erano riusciti a pubblicare tre album e per un breve periodo hanno fatto parte del giro dei nomi più popolari della new wave of British heavy metal. Da quello che si è visto, però, i loro anni d’oro sono evidentemente finiti, anche se l’album attuale «As Above, So Below», uscito l’anno scorso, è molto ma molto decente. Gli Angel Witch sul palco sono sembrati fin troppo statici, i pezzi suonati non avevano nessuna scintilla e, come se non bastasse, si sono beccati una collocazione sfortunata subito dopo gli Hell, quando la gente sotto il palco si stava godendo la forma primordiale dell’heavy metal, cosa che gli Angel Witch purtroppo non sono stati in grado di replicare. All’unico membro originale rimasto, Kevin Heybourne, a parte la posa annoiata sul palco non abbiamo nulla da rimproverare. Il tipo si sforza di tenere in vita la formazione anche a costo di continui cambi di line-up e, a quanto pare, con la formazione attuale e il nuovo album gli è riuscito di trovare di nuovo, se non una formula vincente, almeno una formula costante. La scaletta era di nuovo composta quasi esclusivamente da pezzi del leggendario debutto «Angel Witch»: White Witch, Sorcerers, Angel of Death…, in mezzo ai quali sono riusciti a infilare un solo brano più recente, Guillotine. Ai fan più fedeli della band, tra cui mi metto anch’io, dà sicuramente fastidio che nel repertorio non finiscano mai i pezzi del secondo e del terzo album, che pure da tre decenni stanno nell’ombra del debutto, ma sono altrettanto superbi. Gli inglesi hanno chiuso questa esibizione dalle sensazioni contrastanti con l’immortale classico Angel Witch, con cui sono finalmente riusciti a tirare fuori un po’ di energia dal pubblico, ma purtroppo hanno confermato la mia tesi dal loro concerto solista di Vienna di qualche mese fa: dovranno cambiare radicalmente qualcosa nella loro formula live, se vogliono tornare a servire ai fan qualche trionfo dal vivo.

A volte la sorpresa positiva arriva da dove te l’aspetti meno! A regalarla sono stati i Morgana Lefay, power metaller svedesi che nel nuovo millennio hanno congelato quasi del tutto le loro attività, sparendo in fretta dalla mappa del metal attuale. Fin dal brano d’apertura The Source of Pain la band ha tenuto sul palco una posa solida, che il frontman biondo Charles Rytkönen, oltre al chitarrista Tony Eriksson l’unico membro originale rimasto di un gruppo la cui storia risale al 1989, ha alzato di livello per tutto il tempo con un’esibizione sentita e un bel contatto col pubblico. In meno di un’ora di set, in pieno sole cocente, gli svedesi si sono presentati come un collettivo affiatato e di presenza interessante, perché nel loro stile uniscono due cose che nel mondo del metal spesso si escludono a vicenda: aggressivi riff di chitarra a due voci e una componente melodica, rappresentata al meglio da ritornelli maestosi. In mezzo al materiale per lo più vecchio hanno inserito una curiosa cover di In The Court of the Crimson King (King Crimson) e hanno chiuso il set di Balingen con il brano Maleficium, che a suo tempo è finito addirittura in programmazione su MTV.

Dopo lo scioglimento, nel primo decennio del nuovo millennio, dei popolarissimi Nevermore, la maggior parte dei loro fan ha trovato un parziale conforto per la mancanza dei Nevermore nei resuscitati Sanctuary, cult americani dell’heavy / power metal in cui suonano due ex membri della band, il cantante Warrel Dane e il bassista Jim Sheppard. All’inizio intorno alla formazione aleggiava un’aria di dubbio, soprattutto per la dipendenza di Dane dall’alcol e i conseguenti concerti scadenti, ma i Sanctuary la stanno scacciando piano piano, con costanza. A Balingen hanno messo in scena uno show da peccato mortale e, sulle ali di una forma vocale di Dane sorprendentemente buona, hanno ridato speranza nella band a chi, come noi, non li aveva ancora visti dal vivo. Oltre ai classici anni Ottanta ci hanno presentato un pezzo nuovo di zecca, Frozen, di cui la band, a giudicare da quanto sentito, può andare giustamente fiera, e con cui annuncia anche dal vivo il nuovo, attesissimo album. All’originale chitarrista Lenny Rutledge faceva compagnia alla chitarra Brad Hull, entrato nella band due anni fa. Il duo è stato efficacissimo nello stendere riff affilati e nel creare un’atmosfera cupa, anche se il vero verdetto sulla loro collaborazione potrà arrivare solo dopo l’uscita del già citato album in lavorazione, che ha come titolo provvisorio «The Year The Sun Died». Il sole cocente di quel giorno a Balingen, comunque, non è (ancora) morto, e non è riuscito a scacciarlo nemmeno il motivo psichedelico della cover di White Rabbit dei Jefferson Airplane, che per mettere il carico da novanta su questa riuscita presentazione della band è stata seguita dai classici di casa propria Soldiers of Steel e Future Tense.

I Rage, uno dei pilastri della scuola power metal tedesca, probabilmente non hanno bisogno di presentazioni. Il trio, composto da Peavy Wagner (voce, basso), Victor Smolski (chitarra) e Andre Hilgers (batteria), è popolarissimo in patria, e sotto il palco si è radunato un bel numero di anime giurate al nero. L’anno scorso i Rage hanno pubblicato il nuovo album «21», con cui dimostrano che, nonostante gli anni di esperienza sulla scena, dal punto di vista creativo non hanno ancora detto l’ultima parola. Con questo disco i Rage si sono allontanati dal sound sinfonico del predecessore «String To A Web», perciò anche il concerto di Balingen, il cui programma è stato riempito per metà con brani del disco attuale, era cucito su misura per tutti gli amanti del loro suono del nuovo millennio, a cui sono tornati stilisticamente. Anche se Peavy è l’indiscusso capo della band, è bello vedere che al guru della chitarra alla sua sinistra, Smolski, lascia mano libera nelle manovre chitarristiche occasionali, come quella messa in scena durante il pezzo veloce Soundchaser. È proprio la fruttuosa collaborazione del duo Peavy – Smolski, con uscite costantemente buone nel nuovo millennio, ad aver riportato il nome dei Rage dove merita. Il duo in prima linea stendeva linee velenose e mostrava un’intesa pazzesca, mentre alla batteria completava la chimica di questa macchina heavy metal dall’impostazione minimalista Hilgers, che dopo sei anni di militanza, tanti ne sono passati dal calcio in culo a Mike Terrana, è ormai da un pezzo un membro a pieno titolo.

Subito dopo sono saliti sul palco i Thunder, uno dei nomi (più) esclusivi dell’edizione di quest’anno! Dopo lo scioglimento i Thunder sono tornati in vita con un concerto al High Voltage festival di Londra nel 2011 e da allora con apparizioni sporadiche fanno felici i fan, anche se il loro giro si è ridotto parecchio rispetto alla fine degli anni Ottanta, quando facevano il diavolo a quattro nelle classifiche rock britanniche. I Thunder hanno messo in scena uno spettacolo hard rock fantastico, con l’accento sul loro album migliore «Back Street Symphony» (1989), da cui hanno suonato Dirty Love, Until My Dying Day e Back Street Symphony, mentre a sorpresa in scaletta non ha trovato posto l’attesissima hit Love Walked In. La figura centrale dello show era il frontman Danny Bowes, un tempo seducente con i capelli castani, oggi affascinante con i capelli grigi, che tra un pezzo e l’altro intratteneva la gente con un umorismo piccante alla britannica, in stile Monty Python. I Thunder sul palco sembravano completamente rilassati: tornati sulla scena (nella formazione classica!) senza contratti discografici a pendere sulla testa, hanno evidentemente deciso che la loro missione si limiterà a divertirsi senza pensieri sui palchi europei, e lo spirito rilassato e la cazzeggiata rock’n’roll si sono insediati con una facilità disarmante anche nell’aria sopra Balingen per tutta l’ora di concerto.

Se fino a quel momento il secondo giorno del festival era stato cucito su misura per gli amanti della tradizione heavy metal, alle sei e mezza del pomeriggio è finalmente arrivato il momento di gloria anche per i seguaci della scuola metal più aggressiva, perché a prendere d’assalto il palco sono stati gli At The Gates, rappresentanti della celebre scena melodic death metal di Göteborg. Rappresentanti, anzi, proprio uno dei suoi fondatori, insieme a In Flames e Dark Tranquillity. Gli At The Gates sono tornati in vita dopo lo scioglimento a metà anni Novanta con un’unica tttournée di reunion nel 2008. Ma l’odore del portafoglio pieno (leggi: la voglia di suonare) era evidentemente abbastanza magico da non fermarsi a una sola tournée, e nel 2010 gli At The Gates hanno rimesso in moto gli ingranaggi a pieno regime e hanno continuato a suonare, cosa che l’anno scorso li ha portati anche dalle nostre parti. In studio gli At The Gates restano fermi ai quattro album degli anni Novanta, perciò anche stavolta per tutti gli amanti del loro sound classico era tutto rose e fiori! La band è in forma live eccezionale: dal brano d’apertura Slaughter of the Soul gli svedesi hanno infatti spazzato via tutto il concerto con una marcia a tappe forzate senza retromarcia! Il frontman Thomas Lindberg gracchia ancora con la sua voce profonda, che mette addosso senza volerlo un senso di cupezza e oppressione, ed è ovviamente proprio quello il suo scopo! A metà set gli At The Gates hanno reso omaggio al chitarrista scomparso Jeff Hanneman con la cover degli Slayer Captor of Sin, e la passeggiata nel loro album più apprezzato «Slaughter of the Soul» (1995) l’hanno chiusa, nel loro vecchio stile, con la bomba tecnica Blinded By Fear. Le vertebre del collo scrocchiavano da scommessa quando la lezione di melodic death metal era ormai agli sgoccioli!

Secondo l’amico di sventura di ogni edizione del BYH!!!, Peter «Mungo» Gregorec, gli Iced Earth sono una delle band che, dopo l’inarrestabile addio dei dinosauri dell’heavy metal tipo Maiden, Priest, Purple e Sabbath, raccoglierà la fiaccola dei giganti del genere e diventerà uno dei principali portabandiera del metal. Probabilmente non si sbaglia di molto. Con ogni nuova uscita gli Iced Earth ampliano la loro base di fan, cosa di cui possono vantarsi in pochi tra i gruppi sulla scena da vent’anni e passa. Per Jon Schaffer e compagnia è un periodo turbolento. Dopo che dalla formazione se n’è andato, per il desiderio di una vita familiare, il primo usignolo e voce riconoscibile Matt Barlow, gli Iced Earth hanno dovuto cercargli una sostituzione adeguata. L’hanno trovata nel frontman canadese Stu Block, che a giudicare dall’ottima accoglienza dell’album «Dystopia» i fan hanno accolto alla grande. Proprio la sua prestazione era il bersaglio principale degli sguardi della maggior parte dei presenti. Il simpatico Block  ha di certo allenato la sua performance vocale ascoltando le registrazioni di Barlow, e si sentiva nelle esecuzioni dei classici più vecchi come Dark Saga e Burning Times, ma allo stesso tempo ha già cominciato a costruire una propria identità vocale, basata soprattutto su rapidi salti di tonalità dai bassi agli acuti e viceversa. Le braccia alzate in alto durante i pezzi più recenti Dystopia e Anthem sono la prova che la barca della band naviga nella direzione giusta! Il carismatico chitarrista Schaffer, sul lato sinistro del palco, la comandava con lo sguardo truce e deciso: a quanto pare è proprio la sua testardaggine senza compromessi, in tutto ciò che accade intorno alla band, il cavallo di battaglia che la trascina avanti. Tutti e cinque sul palco erano vestiti di jeans, cosa non proprio frequente nel mondo del metal, ma tanto sono mezzi perdonati, perché sono americani. Gli Iced Earth hanno costruito il repertorio per lo più su composizioni epiche dal pedigree marcatamente atmosferico: in questo senso A Question of Heaven e Watching Over Me si sono inserite bene nel set, ma con Pure Evil e Iced Earth ci hanno trovato il loro anche i seguaci del periodo iniziale, spiccatamente speed metal. Quando tra il pubblico avevano già buttato i souvenir, il pollice alzato dell’organizzatore capo ha fatto intendere che c’erano ancora un paio di minuti a disposizione, e così per salutarci hanno sparato anche The Hunter. Un’esibizione fantastica, a fine della quale Stu ci ha piantato in testa il celebre motto: «Each and every one of you is heavy fuckin’ metal»!!!

Il gran finale della diciassettesima edizione del Bang Your Head se lo sono preso gli Accept, indomiti rappresentanti della tradizione heavy metal più tradizionale. Il festival coltiva la tradizione che uno dei suoi headliner sia sempre di origine tedesca, e così per la seconda volta in tre anni quel posto è andato ai leggendari metaller di Solingen. Se due anni fa il concerto era stato filmato e (in parte) pubblicato su DVD, stavolta l’atmosfera era più rilassata: i cinque sul palco si sono sciolti senza pensarci due volte e davanti al pubblico di casa hanno letteralmente devastato il palco.

Negli ultimi tre anni gli Accept hanno fatto un percorso incredibile. Il loro ritorno ha superato ogni aspettativa, e i tedeschi nel 2013 funzionano come una macchina ben oliata, composta dai migliori ingranaggi di tutta la loro storia! Della loro vitalità giovanile sul palco, con protagonisti Mark Tornillo (voce), Wolf Hoffmann (chitarra) e Peter Baltes (basso), non si vergognerebbe nemmeno una band con la metà dei loro anni, quindi in combinazione con gli immortali riff da taglialegna delle marce Restless and Wild e Losers and Winners non c’è da stupirsi che il pubblico nelle prime file sembri aver perso il controllo della propria corteccia cerebrale! Oltre ai classici hit degli anni Ottanta, gli Accept hanno riempito buona parte del programma con i pezzi del materiale del ritorno. Dopo una serie di album un gradino sotto negli anni Novanta, la pausa è stata evidentemente abbastanza lunga da rinfrescare la parte creativa della band, che ha pubblicato due album super elogiati, «Blood of the Nations» (2010) e «Stalingrad» (2012), i cui pezzi, a livello di mood, durante il concerto aggiungono ulteriore carica all’energia primordiale che ruggisce dalle sei corde dell’accoppiata Wolf Hoffmann / Herman Frank. Uno dei momenti più monumentali di metà show è stata l’esecuzione di Stalingrad, quando alla fine della parte strumentale Tornillo è arrivato trafelato sul palco e ha sventolato sopra le nostre teste una bandiera degli Accept. Gli zii sul palco se la godono come se suonassero per l’ultima volta. I sorrisi di felicità, che iniziano già in fondo, dietro la batteria, sul volto di Stefan Schwarzmann, si sono trasmessi cronicamente al resto della ciurma, che con un’esibizione dinamica ha dato ai pezzi suonati ancora più vita. Il frontman Mark Tornillo è spassosissimo! Con la sua corporatura minuta ricorda il predecessore Udo Dirkschneider, ma rispetto alla sua presenza fastidiosa è lui stesso l’incarnazione dell’energia positiva, che in età avanzata è evidentemente diventata compagna fissa degli Accept. Comica è solo la situazione tra un pezzo e l’altro: il frontman di origine americana a parte singole parole non parla tedesco, quindi i discorsi del più grande gruppo metal tedesco (ok, lasciamo un attimo in pace gli Scorpions) nel cuore della Germania… sono in inglese. Durante i lunghi voli strumentali Tornillo si ritirava in secondo piano e lasciava di norma lo spazio al compagno d’armi sul lato destro del palco, Hoffmann, che sul pezzo Bulletproof, insieme a Baltes, ha messo in scena per la gente uno spettacolino un po’ ingenuo e goliardico. Intanto sul festival era già calata la notte, e gli Accept ne hanno approfittato come cornice per servire il loro repertorio d’acciaio, dove non sono mancate Fast as a Shark, Metal Heart e ovviamente Balls to the Wall. Vivere la marcia degli Accept davanti a dodicimila teste di pubblico tedesco: semplicemente impagabile!

Prima e dopo gli Accept, nella sala accanto hanno fatto bagarre anche i cult del thrash metal tedesco Exumer e i loro colleghi del gothic death metal Crematory, ma la calca indescrivibile e il pedaggio di stanchezza di tre giorni di festival hanno fatto il loro corso: alle band ci farci perdonare, ovviamente, alla prima occasione!

autore: Urban Bolta
foto: Aleš Podbrežnik

HELL:
1. Overture (Themes From ‘Deathsquad’)
2. Let Battle Commence
3. On Earth as It Is in Hell
4. The Oppressors
5. Blasphemy and the Master
6. Plague and Fyre
7. No Martyr’s Cage
—bis—
8. The Quest

MORGANA LEFAY:
1. The Source of Pain 
2. Rooms of Sleep 
3. Master of the Masquerade 
4. Another Dawn 
5. Hollow 
6. Angel’s Deceit 
7. I Roam 
8. In The Court of the Crimson King 
9. Maleficium

SANCTUARY:
1. Taste Revenge 
2. Seasons of Destruction 
3. Die for My Sins 
4. Battle Angels 
5. Frozen 
6. World is Wired 
7. The Mirror Black 
8. White Rabbit 
9. Soldiers of Steel 
10. Future Tense

RAGE:
1. House Wins 
2. Twenty One 
3. Forever Dead 
4. Straight to Hell 
5. Feel My Pain 
6. Soundchaser 
7. Refuge 
8. Higher Than the Sky

ICED EARTH:
1. Dystopia 
2. Dark Saga 
3. Pure Evil 
4. Burning Times 
5. I Died for You 
6. V 
7. A Question of Heaven 
8. Anthem 
9. Boiling Point 
10. Watching Over Me 
11. Iced Earth 
————
12. The Hunter

ACCEPT:
1. Hung, Drawn and Quartered 
2. Hellfire 
3. Restless and Wild 
4. Losers and Winners 
5. Stalingrad 
6. Breaker 
7. Shadow Soldiers 
8. Bucket Full of Hate 
9. Bulletproof 
(incl. Wolf + Peter Duel)
10. Pandemic 
11. Princess of the Dawn 
12. Up to the Limit 
13. Fast as a Shark 
————-
14. Metal Heart 
15. Teutonic Terror 
16. Balls to the Wall


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