Sesso, droga e punk’n’roll, ma stavolta con un intoppo (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Orto Bar, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 08.11.2013
Numero di spettatori: 40 – 50
Prezzo del biglietto: 5 €
Le repliche dei piaceri sono rare: così come qualcosa ci colpisce la prima volta, non è detto che ci faccia girare altrettanto bene la seconda o la terza, e la quarta solo per eccezione. È anche vero, però, che quando qualcosa ti si attacca al cuore, ci resta anche dopo qualche scivolone, e non serve tirare fuori critiche feroci o pratiche spartane per crocifiggere qualcuno o chiamarlo a rispondere di qualcosa. Nella musica roba del genere non ha motivo di esistere e direi che capita anche ai migliori, ma stavolta un po’ di questa roba e un po’ di amaro si insinueranno anche nella retrospettiva di venerdì sugli eventi andati in scena sulle assi del palco, con vittime i protagonisti principali – la formazione di Ribnica Golliwog – mentre insieme a loro sul palco si sono messi alla prova anche Project One e Gužva u bajti (G.U.B.). Stavolta non parlo del massimo dei massimi, ma di un momento di sobrietà che, in un evento dal nome così eloquente come Drunk In Public, può ribaltare a favore di ciò che nella musica dovrebbe essere la cosa più essenziale – parlo di coerenza, trasparenza, cuore e di tutto ciò per cui la musica la amiamo, la rispettiamo e speriamo che si manifesti, in senso fenomenologico, in una certa coordinata di spazio e tempo. Lasciamo perdere la filosofia e passiamo ai fatti.
Nell’aria stantia di novembre, con lo smog che soffoca come un abbraccio, davanti all’Orto, dove già verso le nove si era radunata una bella gruppetta di gente assetata di buona musica punk, non si respirava altro che ottimismo e voglia di divertirsi. Il punk sta vivendo ultimamente un vero e proprio revival e, dopo tanto tempo, grazie all’iniziativa di visionari eccezionali e amanti della musica vera, i ragazzi e fratelli d’anima del collettivo Dirty Skunks, Matej e Črt, puoi vedere dal vivo anche quei volti che 10, 15 o 20 anni fa magari ti eri perso. Con il suo lato critico, in tempi di recessione e crisi il punk è una valvola di sfogo più che benvenuta, uno sfiatatoio mentale per le sensazioni che ti si accumulano nell’anima, ma a volte anche un modo per spegnere il cervello, farsi qualche birra e, davanti a una combinazione suggestiva di durezza, velocità e melodia primordiale, buttarsi pure in un pogo adatto al momento, se ti va.
L’occupazione del palco dell’Orto, prima dell’arrivo delle stelle della serata, in questa sbornia autunnale in pubblico è toccata a un po’ di fatica e sofferenza. Per primi sono stati chiamati sotto il palco dei tizi con radici musicali tra Lubiana e Ribnica, membri di Not Looking Pretty (N.L.P.), Aktivna porpaganda e Golliwog, che rispondono al nome di Project One. Aspettatevi, anche se non conoscete la band di nome, un punk-rock ultraveloce di cui i ragazzi dicono che non ne avete sentito uno così dai tempi di Simone Weiss, e quel »Das Hardkoa mit ein bisschen TuliLuli« ha stuzzicato parecchio la mia curiosità, così, al loro secondo concerto insieme sotto il nome Project 1, ho dato volentieri il mio sostegno ai ragazzi da sotto il palco. Il gruppo è fatto di tipi divertenti cresciuti a pane e calipunk fin da piccoli: il bassista e voce principale Žiga Eržen, il duo di chitarre Vid Trdan e Jakob Ivanetič e Jernej Premru dietro i tamburi, tutti insieme su una carica di spirito del cuore ultrapositiva a dimostrare che di melodia, con loro, non se ne manca. L’HC punkeggiante e tagliente, su base californiana, combina salve di chitarre al punto giusto ruvide, e dopo l’introduzione strumentale del pezzo Metalac i ragazzi aggiungono un po’ di canto roco, che porta nel concetto ancora un po’ di quella freschezza genuina e di quell’odore di garage dove nasce la musica vera. Vecchi gatti punk con un breve periodo di creazione in comune, servono Dark Dildo senza preliminari, dritto nell’addome del pubblico. Chitarre e basso suonano compatti, la batteria è solida e sicura, ma la voce di Žiga, nonostante l’impegno e l’energia messi in campo, con la sua pronuncia inglese rigida e la ricerca roca dell’intonazione giusta sul palco non mi convince. Alla maniera di Fat Mike (degli inizi di carriera), i Project One suonano più come i NOFX del periodo dell’album Liberal Animation che come i tipi che ti servirebbero Punk In Drublic, Ribbed o qualcosa di nuovo, ma di divertimento sotto la superficie ce n’è abbastanza perché i primi ballerini punk si lascino andare al primo sfogo di frustrazione sotto il palco. Poi i Project One passano a un po’ di scherzo nella forma del pezzo Caged Dick, e dopo Time Took arriva il momento di smontare l’asso nella manica della franchigia – con il pezzo Tuliluli dimostrano che quel poco di seme HC ha messo radici che legano la band in un unico gruppo compatto, unito dall’amore per le stesse cose – la musica (anche se i ragazzi dicono di essersi buttati nella musica per le ragazze, la droga e la gloria, ma per ora si direbbe che per la gloria è troppo presto, di ragazze sotto il palco per ora non ce n’erano troppe e sull’intossicazione non saprei dire niente …), mentre la logica D.I.Y. promette a breve perfino la prima vera registrazione, dopo la quale il rinascimento dei fiori punk per i vecchi veterani è davvero in arrivo. Penso che nel frattempo serviranno anche un po’ di limatura e di rielaborazione per le strutture costruite alla buona, a cui al momento manca quel qualcosina in più che renderebbe i pezzi ancora più efficaci, e la band deve anche rilassarsi un po’ di più sul palco e lasciar uscire i propri demoni, i piccoli Loki, così che la festa sia ancora migliore e il sorriso sulle labbra del pubblico scosso e leggermente brillo ancora più largo. Il resto è comunque roba senza senso e senza importanza, come i titoli dei pezzi che mi sono scivolati sottopelle e hanno indicato il vero potenziale musicale della band, con l’accento sul fatto che nel collettivo bisogna anche chiarire se cercheranno un altro membro al microfono o se Žiga comincerà a mettere un po’ più spesso la sua voce in primo piano. Con questa lieve critica mi riferisco solo alla qualità della formazione, ovviamente, e in senso buono.
Dopo un rapido cambio al volo, gli elementali del palco si danno il turno e Gužva u Bajt (G.u.B.), con la loro visione dello street punk lubianese, offrono un pizzico della loro natura decadente e un’alternativa ai punkettari alla moda e ai fighetti, ma anche agli attivisti politici. La dottrina biafriana dei Dead Kennedys, quella dell’insubordinazione anarco-punk, si vede, si sente e si percepisce, ma tra le staffe, ovviamente, si sente ancora un po’ di quella rivolta di strada che spinge sulle barricate in difesa della propria integrità. Il quartetto con il timoniere punk vecchio stampo e all’antica è composto dall’eccellente e sicuro Vladimir al basso e alla chitarra, accompagnato sullo sfondo con una forza del cazzo e senza pietà dal giustamente carico Tulio; senza Ferenc »Kenjac« e Kosmo alle chitarre, i G.u.B. sarebbero una ruspa senza il suo indispensabile esplosivo. I G.u.B. finora non ero ancora riuscito a consumarli, ma resta il fatto che i ragazzi sono tutto fuorché un accessorio di moda da cliché per la scena underground slovena. Sono più vicini all’idea che il punk sia sempre stato un dito medio bello alto contro tutte le norme, i modelli e le convenzioni; con pezzi potenti come Narkoman, la mescolanza di conteggi 1243, Debelolična gospodična e anche Ismeta je punk posso solo ammettere che sono veri calibri, che non ti accarezzano le guance con i guanti, ma ti sbattono senza guardare al domani, che magari un giorno non ci sarà mai. È dannatamente vero che siamo Prokleti brez sreče e che è ora di rivolta e rivoluzione, ma è anche vero che una White Riot che profuma di Lubiana, più che dei Clash, fa pensare che il pubblico con la sommossa aspetterà ancora un po’, anche se il feeling sotto il palco era in sintonia con il nome del concerto …
Il meglio arriva sempre alla fine e ammetto che verso l’Orto ci sono andato di filato proprio per gli attivisti d’urto di Ribnica per la giustizia, il veganismo e la non violenza verso il mondo che ci prendiamo per nostro senza alcuna carta firmata che giustifichi tali azioni. Golliwog quest’anno li avevo già sentiti e vissuti tre volte, e ogni volta mi hanno scosso in positivo, riempito di ottimismo e felicità e di voglia di aggiunte e di passi avanti. L’HC melodico dall’angolo denutrito e svantaggiato della Slovenia, da Ribnica, ha le palle e i contenuti, dopo l’ultimo disco Plague Allegiance, che ha superato perfino le impostazioni di riferimento degli album More Than Meets D.I.Y. e, su quest’ultimo dovrò fidarmi sulla parola, perché il disco semplicemente non lo trovi più da nessuna parte, Gandhi Fans Against Gun Defence. Il nuovo ordine mondiale è sul tavolo e il fanculo a tutti gli ismi, alle ingiustizie e alla divisione dell’umanità in noi e gli altri è tanto più azzeccato. La rivoluzione i Golliwog, oltre che con la musica, l’hanno cominciata anche nei piatti, e io l’iniziativa vegana la rispetto ancora di più, perché il mondo lo puoi cambiare davvero proprio su quel pezzo di porcellana su cui sazi il tuo appetito. Stavolta all’Orto sono venuto a sostenere Saša, Matej, Vid e Boogie perché apprezzo l’intelletto, la brava gente e soprattutto la buona musica, che i Golliwog servono a modo loro, a colpi secchi, da ben 15 anni. Quella sera, però, nell’aria si sentiva qualcosa di speciale. La scaletta stavolta un po’ rimescolata rispetto a quella di marzo di quest’anno: i Golliwog attaccano con il pezzo My Philosophy dal disco precedente. La potenza d’urto della mandria D.I.Y. di chitarre solide è qui, Vid e Saša, Matej e l’ultraveloce Boogie (a tratti perfino così tanto da accelerare pezzi già veloci nell’originale) dietro i tamburi arano a tutto gas in terra vergine, mentre il colpo melodico della durezza calipunk stavolta è un po’ impastato, perché Saša nel monitor non si sente granché, il che però non ferma le falangi dei fan del ritmo dei Golliwog. È il momento di continuare con Places You Have Never Seen, ma il cortocircuito tecnico dà fastidio anche più avanti. I Golliwog si mettono in difesa dei propri standard di qualità con un nuovo accordo delle chitarre e un nuovo bilanciamento del suono nel monitor, mentre sul palco io percepisco una leggera tensione, una rigidità, qualcosa che prima tra i quattro non avevo mai sentito. Per questo gli standard del piacere Mask Of Sanity e Antiheroes, l’eccezionale Solitary Confinement, ma anche Xanax e Optimus Prime risultano meno lucenti e scintillanti di prima, e nel cuore sento che non era né nei piani né nel repertorio di una band che dava il massimo, ma che a quel noto altopiano di piacere e di nirvana sonica personale non poteva in qualche modo salire, per fattori ormai irrilevanti. La gente all’Orto ha comunque avuto la sua dose di buona musica solida, anche se in qualche modo a disturbare il rilassamento c’era il rumore di comunicazione sul palco, quella mezza tonalità di differenza tra la cassa sinistra e quella destra, quei paio di sguardi autocritici tra i membri della band, che del set servito e proposto non erano soddisfatti fin dal primo istante; verso la fine il mio umore è crollato così tanto che Vid, visibilmente agitato e in rivolta per l’immagine sonora incrinata della band, ha lasciato il palco in anticipo, e dopo le richieste del pubblico per il bis non ci è tornato, così Matej, Saša e Rok hanno sfregato da soli una versione approssimativa del pezzo Sixpack, mentre Linoleum e Cause Lubiana stavolta non le ha sentite. Il palco si svuota, i ragazzi e la ragazza vanno dietro le quinte e da quel che ho visto e sentito la band si mette ingiustamente davanti al muro, a fucilare sé stessa.
Di rimproveri sulla qualità se ne sono sentiti di più tra i membri stessi della band, il che, se uno ha giurato di difendere la qualità, è una cosa necessaria; il pubblico invece era soddisfatto e appagato dallo shock dell’ubriachezza e della durezza punk. Il concerto non ha offerto il suono ottimale, questo è vero, ma sarebbe stato assurdo, dopo 15 anni, interrompere l’attività per una battaglia persa, sciogliere i ranghi e lasciarsi andare allo sconforto. I Golliwog sono e saranno una band che mette al primo posto l’onestà verso sé stessi e verso il pubblico sotto il palco, perciò sono perfettamente consapevole che un solo passo falso non è un fattore per calcolare la probabilità di una ripetizione simile in futuro. Una battaglia persa, miei cari, non significa una guerra persa; nonostante un gioco di nervi forse un po’ teso, i malumori, la stanchezza e una bussola interiore smarrita per un po’, posso dire, a consolazione di tutti, che nessuno vi ha rinfacciato il momento di debolezza e nessuno lo farà, perché parte del voler bene a qualcuno (e del voler bene a ciò che crea) è anche il perdono, il fatto che non tutto è sempre perfetto come dovrebbe essere nello scenario da sogno. Dopo la pioggia torna sempre il sole, e questo concerto, credo, verrà sostituito da un’esperienza migliore alla prossima occasione, che laverà per sempre il sapore amaro negli abissi dell’oblio; ed è giusto imparare dai piccoli errori e imparare ciò per cui la ricetta hegeliana, secondo cui la cosa la prima volta si presenta come tragedia e la seconda come farsa, è qualcosa che con i Golliwog non collegheremo mai e poi mai nella stessa frase.
Scaletta
PROJECT ONE:
1. Metalac
2. Dark Dildo
3. Caged Dick
4. Time Took
5. Tuliluli
6. Shelter
7. Secrets
8. Foux.Int.
9. Nations
10. Music & Shieet
11. Bam Bam
G.U.B.:
1. Intro
2. Narkoman
3. Pissed & Proud
4. 1243
5. Debelolična gospodična
6. Mozak nam je pun
7. Kozlanje
8. Tamna sila
9. Ismeta je punk
10. Generacija ekrana
11. Prokleti brez sreče
12. White Riot (The Clash)
GOLLIWOG:
1. My Philosophy
2. Places
3. Deception
4. Mask Of Sanity / Antiheroes
5. Solitary Confinement
6. Serotonin Fix / Corporate Puppet
7. Blue On Blues
8. Make My Day
9. Rain Of Ruin
10. Factory Of Neo-Con Stomping Boots
11. Vietnam
12. Devil
13. Optimus Prime
14. Xanax
15. Lovers / Tomorrow
17. Chess Pawn
18. Sixpack*
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