Vulture Industries stavolta hanno costruito la loro torre al MC Pekarna! (2014)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: MC Pekarna, Maribor
Data del concerto: 31.05.2014

Un anno e mezzo fa all’Orto bar di Lubiana si è fermato il tour And Now For Something Completely Different, che metteva insieme… beh… band diverse. Band che se ne fregano delle etichette di genere e il cui comune denominatore è la sperimentazione sfacciata, senza freni. Krakow e Virus hanno fatto impazzire l’Orto bar, mentre i teatrali norvegesi Vulture Industries hanno dimostrato ancora una volta perché sono diventati i beniamini del pubblico sloveno e dei nostri palchi. Stavolta i norvegesi sono tornati da noi con il tour Branches, in cui presentano il loro ultimo disco The Tower. E, come si è visto, anche il titolo era più che azzeccato: le radici di almeno tre dei quattro gruppi in cartellone si intrecciano tra un sacco di generi musicali, e nell’ultima data del tour quelle radici hanno messo su casa saldamente anche al MC Pekarna.

Per ragioni logistiche la scaletta dell’ultimo concerto del tour è stata completamente rivoltata, visto che dopo lo show i Vulture Industries avevano ancora una lunga strada fino all’aeroporto di Francoforte. Così sul palco, poco dopo le sette, sono saliti per primi gli svizzeri Blutmond, che hanno iniziato la carriera come black metaller ortodossi, per poi trasformarsi in fretta in tutt’altro. Oggi i Blutmond sono una formazione completamente avanguardista che qua e là lascia intravedere le sue origini nelle acque dell’extreme metal, ma per il resto è una band che alla propria creatività non mette nessun muro davanti. All’inizio la maggior parte del pubblico guardava gli svizzeri un po’ di traverso, ma una band spalla capace di lasciare un’impressione così buona e una sorpresa così inaspettata non si vedeva da un pezzo. I Blutmond hanno suonato il loro set come se fosse l’ultimo, soprattutto i due cantanti, che sul palco facevano certe mosse da kung fu da far restare tutti lì ad aspettare che uno dei due volasse giù. Oltre a un’esibizione energica, che eruttava come un vulcano, la band ha convinto con i pezzi più sporchi che ricordavano gli inizi del gruppo, chitarre a sette corde ruggenti, una batteria devastante, voci sguaiate e un sassofono. Sì, i Blutmond infilano il sassofono nella loro musica almeno bene quanto i norvegesi Shining. Per finire gli svizzeri si sono buttati giù dal palco, mentre il chitarrista, in puro stile spinaltap, ha spazzato il pavimento del Pekarna con la propria schiena.

I Vulture Industries sono saliti sul palco a un orario insolitamente presto, ma non ha dato fastidio a nessuno, e la loro esibizione ha comunque avuto il pubblico più numeroso della serata. Come per gli altri gruppi, si vedeva che era l’ultimo concerto del tour e la stanchezza non si poteva nascondere, ma questo non ha impedito alla band di sfornare un altro concerto da urlo. Stavolta l’attenzione è andata soprattutto all’ultimo disco The Tower, e giustamente, visto che è una delle migliori uscite dello scorso anno. Il pubblico sloveno è stato salutato ancora una volta proprio con la title track, e a rubare tutta la scena è stato di nuovo lo psicotico cantante Bjørnar, che trasuda carisma da tutti i pori. Alla sua fantastica presenza scenica ha aggiunto un’ottima prestazione vocale, e non è mancato nemmeno l’abbattimento della quarta parete, con Bjørnar che salta giù dal palco e sceglie un innocente spettatore a cui si appiccica letteralmente in faccia. Stavolta purtroppo non ha usato la corda da impiccato e la luce che si infila intorno alla testa, ma ha trascinato sul palco una valigia, ci è salito sopra e ha distribuito al pubblico i suoi sguardi alla Dr. Jekyll /Mr. Hyde. I Vulture Industries hanno dedicato al pubblico sloveno anche l’ep di otto minuti Blood Don’t Eliogabalus, un fantastico »tribute« ai mitici Devil Doll, e durante una lunga parte strumentale Bjørnar ha fatto girare il pubblico su un diabolico otto volante. Purtroppo la logistica ha presentato il conto anche sui minuti, e i Vulture Industries hanno salutato il Pekarna con una versione fenomenale di A Path To Infamy (dialogo schizofrenico incluso), mentre il tempo è mancato almeno per Pills of Conformity. Ciononostante i norvegesi hanno suonato un concerto che a fine anno sarà sicuramente ricordato come uno dei migliori da noi, e sono pure riusciti ad aumentare l’attesa, già alle stelle, per il live dei Turning Golem ai Metaldays.

È vero che chiunque fosse salito sul palco dopo i Vulture Industries avrebbe avuto un lavoro maledettamente difficile, ma i Panychida avrebbero faticato a convincere chiunque anche se fossero stati i primi. La formazione pagan metal ceca ha infatti servito solo riff generici e un death metal (melodico) noioso, ogni tanto »nobilitato« da un elemento black metal o due; l’unica cosa che permette di appiccicargli l’etichetta pagan erano un po’ di tastiere e dei flauti da matrice. I Panychida, che in ceco significa aspersione e che erano comunque la band più fuori posto del tour, alla fine si sarebbero anche potuti digerire, visto che la parte strumentale tutto sommato non era così male, ma qualsiasi impressione positiva è stata rovinata da un cantante disperatamente antipatico, con un inglese zoppicante, un growl monotono e il carisma della valigia su cui stava in piedi Bjørnar.

Dopo un lungo allestimento del palco e un soundcheck, sono saliti sul palco anche i rumeni Dordeduh, che proseguono il loro cammino dopo la scissione dei Negura Bunget. I ragazzi hanno aperto l’esibizione mistica con il soffio atmosferico di lunghi corni da pastore, per poi far crollare la psichedelia ambient in feroci attacchi di black metal. I Dordeduh hanno impostato il suono in modo ottimale, perché si sentivano e suonavano bene sia gli strumenti folk/etnici (una specie di cimbali, corni e toaca) sia i classici strumenti metal. L’attacco vocale brutale di Hupogrammos è venuto fuori alla grande, brillando soprattutto nelle parti più veloci, mentre per il resto la band ha dondolato per lo più su ritmi più lenti, quasi ambient. Ai Dordeduh non si può rimproverare niente, hanno fatto la loro esibizione, come ci si aspettava, alla grande, ma stavolta io non sono riuscito a immergermi nel loro mondo come al solito. La stanchezza primaverile ha evidentemente presentato il conto.   

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