Metaldays 2014 (secondo giorno) – sopra Tolmin si accende il pentagramma!
Autore: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data del concerto: 22.07.2014
Spettatori: 12.000
I primi artisti interessanti della seconda giornata sul secondo palco del festival sono stati i folk metaller sloveni Zaria. Il sestetto, formato da Gašper Pesek (tastiere), Miha Merc (chitarra), Jakob Konda (chitarra), Nika Kos (batteria), Rok Ražman (basso) e dal nome più riconoscibile della band, la cantante e flautista Inez Osina, fin dagli esordi punta con decisione su una musicalità accessibile. In pratica si tratta di una sorta di prosecuzione del percorso musicale dei Brezno, in cui Inez aveva già cantato e suonato il flauto. La mezz’ora di concerto ha mostrato una band potente, a cui non è estraneo il fascino di unire la grinta del symphonic power metal alla melodia accessibile del teatro folk (un pezzo come Modro obzorje), mentre per tutto il tempo l’attenzione è stata catturata dal carismatico soprano di Inez. Il pubblico si è scaldato per bene, e non ha dimenticato di portarsi sotto il palco giochi e canotti gonfiabili. I testi in sloveno danno al gruppo un importante tratto di riconoscibilità, all’interno di un genere altrimenti dai confini piuttosto rigidi.
La curiosità non è calata nemmeno durante il concerto del quintetto di Kranj Armaroth. Il pubblico si è rinnovato in fretta: più ascoltatori »seri«, più headbanging che con gli Zaria, o diciamo piuttosto qualche »dondolio« di chiome ancora asciutte e ben ingellate. La band ha scaricato una tonnellata di bombe a grappolo sull’area concerti, dando corpo ai brani dell’EP in studio »False Vision«. Il gruppo mostra un’intesa e una sensibilità straordinarie, frutto di una maturazione graduale e dell’esperienza sul palco. A impressionare è stato soprattutto il cantante Fifs con il suo growl death metal brutale e profondissimo, che, stretto nella morsa grassa dei riff delle due chitarre ruggenti e dei ritmi movimentati di un death metal crudo e brutale, ha »maledetto« da cima a fondo tutta la realtà percepibile dell’universo. Questa band ha assolutamente bisogno che un produttore esperto la »prenda in mano«, perché riportare in vita la lezione di gruppi old school come Cannibal Corpse e/o Dying Fetus gli riesce maledettamente bene, quindi in futuro questo gruppo promette davvero tanto. E per giunta è sloveno!
Martedì a sverginare il palco principale ci hanno pensato i death metaller di Jesenice Within Destruction, che nonostante il primo pomeriggio sono riusciti a richiamare sotto il palco un pubblico già bello numeroso, affamato di death metal moderno tinto di black. Ed è esattamente quello che i ragazzi di Jesenice hanno servito, anche se il palco grande sembrava averli un po’ intimoriti. Pur avendo già esperienza internazionale, i Within Destruction hanno infatti deluso soprattutto per la staticità dei chitarristi, che per la maggior parte del tempo sono rimasti con lo sguardo fisso sul manico dei loro strumenti. Il loro lavoro l’hanno comunque fatto in modo impeccabile, con riff ispirati al death metal americano moderno alla The Black Dahlia Murder che volavano minacciosi da tutte le parti. Di pigrizia, invece, nemmeno l’ombra nel cantante Rok, che ha macinato chilometri sul palco per tutto il tempo, regalando senza fatica un grugnito brutale e ottimo, dannatamente vario e movimentato grazie all’alternanza tra growl profondi e scream più acuti. Oltre a Rok, a rubare più attenzione è stato senza dubbio il batterista Luka, tecnicamente incredibile, che ha sfoggiato un ampio ventaglio di abilità, dai blast beat a passaggi dinamici e fantasiosi. In poco più di mezz’ora i Within Destruction hanno suonato la parte del leone del debutto From the Depths, aggiungendo anche il nuovo singolo Bloodbath, che promette molto bene. Il difetto più grande del concerto dei Within Destruction è stato semmai la sovrapposizione con gli Armaroth sull’altro palco, che ha reso impossibile vedere entrambe le band per intero.
Davanti al secondo palco il pubblico cambia di nuovo, e al vapore acqueo dell’aria umida del primo pomeriggio si sono aggiunti in abbondanza anche i vapori di birra »bollente«. Il motivo dell’ebollizione? I festaioli svizzeri del pagan folk metal Abinchova. Il settetto, armato di violino e flauto, a dire il vero non porta nulla di nuovo nella tradizione del genere. Nel contesto del Metaldays, però, il loro concerto ha sicuramente messo un po’ di cerotto sulle ferite di chi sentiva la mancanza della sfilza di band folk metal più popolari (e più grosse) che negli anni passati avevano frequentato il festival con maggiore assiduità. Gli Abinchova si rifanno alla tradizione della goliardia pagana di gruppi come Turisas e i più recenti Finntroll. Ovviamente non mancano i travestimenti con colori di guerra pagani e pelli di capra scuoiata, che fanno parte del teatrino scherzoso del gruppo. La band ha fatto saltare il pubblico in un attimo con contagiosi inserti di melodie folk e, davanti a una platea così scatenata, si è divertita un mondo pure lei. Nella mezz’ora a disposizione ha presentato il debutto in studio »Versteckte Pfade« (2011), a cui si sono aggiunti due pezzi nuovi di zecca, ovvero Wegweiser e Wandlung.
La varietà di generi delle band sul secondo palco nella seconda giornata del Metaldays non accennava affatto a calare. Per la mezz’ora successiva il palco è degli italiani Roxin’ Palace. Hard rocker melodici con una spruzzata di sleaze, attivi dal 2011 ma formati da musicisti che hanno già parecchia esperienza alle spalle. L’unico vero pivellino del gruppo è in realtà il cantante Axel Lessio , che si è presentato proprio così. Con un po’ di tremarella. Gli italiani hanno radunato sotto il palco un bel po’ di gente agghindata di tutto punto. In effetti rappresentavano una rara deviazione di genere per un festival votato rigorosamente a far rivivere l’eredità del metal in tutte le sue forme. Pose classiche, marche di chitarre classiche, jeans strappati e ovviamente una buona dose di lustrini e pose. Due chitarre. In qualche momento la sensazione è scivolata di sfuggita verso le influenze degli Skid Row, anche se i Roxin’ Palace restano ancora a qualche anno luce dal modello citato. La band ha proposto in abbondanza il debutto in studio »Roxin’ Palace« (2013), ma si sente che deve ancora macinare parecchi palchi per crescere in compattezza e mettere a fuoco le sue esibizioni dal vivo. Anche il vago »flirt« del gruppo con l’arroganza punk non si è sposato granché bene con tutto il resto visto e sentito.
I primi stranieri a salire martedì sul palco principale sono stati gli olandesi Gold, sotto l’ala dell’etichetta Van Records, che ha un ottimo fiuto per le band underground (The Devil’s Blood, Castle, Year of the Goat, Vanderbuyst) e un catalogo orientato soprattutto verso tutto ciò che sa di occulto e “vintage”. I Gold non sono certo dei feroci adoratori del diavolo, ma il loro approccio retrò al rock è molto vicino a dinosauri come Led Zeppelin e Jefferson Airplane. Un rock melodico, arricchito da momenti heavy metal da una parte e da ritornelli quasi pop dall’altra, che dal vivo viene impreziosito dalla voce seducente di Milena Eva, che sul palco, tra balletti e movenze, sembrava sì sotto acido, ma alla band la cosa calza a pennello. I ritornelli contagiosi sono stati inoltre arricchiti da buone trovate chitarristiche, soprattutto del principale autore Thomas Sciarone, che ricordiamo dai The Devil’s Blood. Durante il concerto dei Gold le nuvole si sono aperte sul serio per la prima volta (e purtroppo non l’ultima), ma in mezzo al rock etereo degli olandesi la pioggia ha avuto un effetto purificatore, tanto che Milena è scesa dal palco per prendersela addosso.
La prima sorpresa davvero piacevole e positiva l’hanno portata sul secondo palco gli alfieri ungheresi del power metal da Budapest Crossholder. Come suggerisce il nome stesso, i ragazzi sono votati a un’ispirazione da cliché all’epopea storica delle crociate (i pezzi Illuminati, The SIege of Jerusalem, ecc…). La teatralità dei costumi va ovviamente di pari passo con la performance sul palco. Proprio durante questo concerto ha ricominciato a diluviare senza ritegno, ma il gruppo non se n’è fatto un gran cruccio. Voce ottima e curata, esecuzione compatta. Si sente che la band crede fermamente nel suo personaggio e nel suo lavoro. Anche se si tratta di una riproposizione generica della collaudatissima tradizione delle band heavy metal old school, i Crossholder ci mettono un sacco di cuore e di impegno sul palco, come ha dimostrato tra l’altro la versione accelerata dell’inno d’assalto Crossholder Army, con cui creano con l’ascoltatore quel magnetismo e quella contagiosità »di presa immediata« che il genere richiede.
Siamo rimasti in Olanda ancora per un po’, perché sul palco ai Gold sono succeduti i connazionali Vanderbuyst. A differenza dei primi, questi non sono degli sconosciuti dalle nostre parti: si sono presentati da noi per la prima volta come gruppo spalla dei Saxon, e ai Gold li lega anche il fatto che il chitarrista Willem Verbuyst ha prodotto il debutto dei Gold, Interbellum. Comunque sia, i Vanderbuyst si sono assicurati che su Tolmin si abbattesse una bella dose di hard ‘n’ heavy, con cui il trio olandese ha inzuppato il pubblico almeno quanto il cielo, che verso la fine del loro concerto ha avuto finalmente un po’ di pietà di noi, anche se per poco. Nonostante la pioggia, il potente power trio è stato seguito da un pubblico già piuttosto numeroso, che si nutriva dell’energia esplosiva della band (e viceversa). Jochem si è preoccupato con sicurezza di far volare pomposamente verso il pubblico i ritornelli melodici e contagiosi, e la combinazione di semplici riff hard rock, un elementare tempo in quarti e qualche incursione heavy metal più veloce ha scatenato il pubblico in balli vivaci tra le pozzanghere sotto il palco. I Vanderbuyst sono lontani dall’originalità, ma attraverso di loro la tradizione dell’hard rock classico respira a pieni polmoni, e la loro energia è così semplice, sincera, positiva e contagiosa che durante il concerto gambe e teste si muovevano da sole.
Ma questo era solo il preludio al primo atto di vera ferocia tra i gruppi della seconda giornata sul palco piccolo. Una band egiziana del Cairo di nome Scarab. Con i volti dipinti d’oro. Death metal epico e oscuro, condito con la magia di melodie arabeggianti. Genuino e sincero da morire. Dovrebbero sentirlo per forza anche Karl Sanders e i suoi compari dei Nile. Ottimo growl death metal. Funesto, sinistro, demoniaco. Tutto in uno. 40 minuti di »vivace mortorio«, di carne mesopotamica in putrefazione, di sciami brulicanti di scarabei sacri e altri insetti, nonché di maree letali di sabbie mobili delle infinite dune sahariane sotto la furia rovente degli ottimi Scarab, hanno mostrato uno dei gruppi più originali e particolari non solo del secondo palco, ma dell’intera seconda giornata del festival. Una band che tutti voi che puntate su un’atmosfera malvagia e originale, condita con un tocco teatrale di melodie arabe, dovete assolutamente andare a sentire.
Dopo i ritmi hard rock, anche il palco principale si è vestito del pesante fracasso death metal dei redneck della Florida Obituary. I leggendari floridiani pubblicheranno entro quest’anno l’attesissimo nuovo disco, ma prima hanno annunciato il loro immancabile Necrologio anche a Tolmin. Non ho mai visto gli Obituary in cattiva forma e anche stavolta i bifolchi americani hanno confermato il loro status di uno dei più grandi nomi del death metal di tutti i tempi. Dall’ultima esibizione dalle nostre parti (i »Threatening Skies« li avevano evocati due anni fa al Mostovna) gli americani hanno rimescolato per bene la setlist, aggiungendo anche qualche pezzo che non si sentiva da tempo. Da questo punto di vista il loro concerto è stato una vera prelibatezza da leccarsi le dita insanguinate: hanno infatti salutato il pubblico direttamente con il marciume di Stinkupuss da Slowly We Rot. Del resto la band ha pescato la maggior parte dei brani dalla triade di culto Slowly We Rot, Cause of Death e The End Complete, per cui ci siamo goduti una vera lezione di storia del death metal, e gli Obituary hanno presentato anche la title track del disco in arrivo, Inked In Blood. Alla setlist fenomenale, al suono eccellente e alla prestazione infernale non è stato da meno il pubblico, che dal primo istante ha pogato come un forsennato senza sosta, e i crowd surfer non finivano più. Ma non si è risparmiata nemmeno la band: la leggendaria chioma di John Tardy ha svolazzato in aria per tutto il tempo e da sotto John ha tirato fuori dalle corde vocali, ancora una volta, uno dei growl dal suono più disgustoso in circolazione, che sulla scena non ha eguali; la sua voce animalesca, riconoscibile perfino dai sordi, Pablo Francisco la descriverebbe così: »He sings like a creature.« La batteria di Donald Tardy suona ancora come ossa che si spezzano nei vecchi film di botte asiatici, mentre la chitarra di Trevor Peres, grazie a un suono potentissimo, ruggiva come un elicottero. Gli Obituary sono la prova vivente che niente può fermare i vecchi marpioni del death metal, cosa che si è puntualmente confermata già il giorno dopo.
Molto meno interessante quanto offerto da uno dei pochi rappresentanti del deathcore al festival. Brutality Will Prevail. A dire il vero oggi il pianeta è pieno di gruppi del genere ed è difficile che qualcuno sorprenda davvero, a meno che non si tratti di una perfezione tecnica impeccabile, di una buona dose di virtuosismo e ovviamente di un’ispirazione creativa che dosi nel proprio linguaggio la giusta misura di originalità. Purtroppo i Brutality Will Prevail sono tutto fuorché questo. Né le due chitarre, né il nitrire degli strumenti accordati più bassi, né il basso lacerante che ogni tanto bucava il suono della band sono riusciti a distogliere l’attenzione dal tipico »sportivo« core urlante, vestito all’ultima moda del negozio »Intersport«. Costui saltellava sul palco a destra e a sinistra, faceva il duro senza risultato e cercava con la sua presenza di »intimidire« la folla che seguiva l’esibizione. Soporifero e dimenticabile.
Si faceva buio e del sereno in cielo non c’era più traccia da un pezzo. La pioggia continuava a lavare senza la minima pietà orde di metallari pur resistenti. Proprio per questo il palco piccolo ha preso a ronzare piacevolmente quando ci sono saliti i black metaller francesi Nocturnal Depression. La Francia è nota per sfornare volentieri artisti »fuori di testa«. Beh, i Nocturnal Depression non sono poi così fuori di testa, quanto piuttosto riconoscibili, ovvero particolari per l’originalità della loro scrittura. Dosano il loro black metal con passaggi lunghi, dal suono »cavernoso«, che fluttuano sul fracasso di strutture ritmiche che picchiano lente e dove, dal punto di vista tecnico, non succede proprio nulla di speciale. In compenso la band riesce davvero, in modo diabolico, a creare un’atmosfera ipnotica, che è poi l’essenza di tutto nella missione musicale del gruppo. La depressione funziona! Che sia in Kings Of Black Metal, in Nostalgia o nell’opener We Are All Better Of Dead. Il vulcano della depressione ha fatto davvero il suo effetto. Quando vedi la mano sinistra del cantante/chitarrista ti vengono i brividi, perché il suo »moncherino a due dita« ricorda l’uncino di Capitan Uncino, ma il suo modo di suonare, come l’esibizione dell’intera band, è risultato impeccabile.
Dopo i Nocturnal Depression la strada portava al palco principale, dove era annunciata l’esibizione dei Borknagar. La band black metal norvegese di culto, nella quale è da poco tornato ICS Vortex, è considerata una squadra di maestri navigati del black metal, abbondantemente speziato di melodie folk. Nonostante le grandi aspettative, però, il concerto dei Borknagar non è stato all’altezza. A disturbare è stato soprattutto un suono disastroso. Strumentalmente i Borknagar se la sono cavata piuttosto bene, ma nel mix del suono le voci sono risultate sorprendentemente scadenti. La band ha proposto una setlist old school incentrata sui primi quattro album, a eccezione dell’opener The Genuine Pulse (»Empiricism«, 2002) e dell’unico brano tratto dall’album attuale »Urd« (2913), Epochalypse. Una setlist cucita su misura per i fan dei vecchi Borknagar, che dopo le ultime uscite in studio della band non si chiedono nemmeno più perché i Dimmu Borgir abbiano »cacciato« ICS Vortex dal gruppo, ma che quasi certamente non ha appagato i loro cuori. Nell’atmosfera mancava un pizzico di qualcosa in più, quella »ciliegina sulla torta« che chiamiamo »magia«. Sicuramente per colpa della resa vocale mediocre, che ha rovinato il quadro complessivo del concerto. I Borknagar hanno quindi deluso sul palco principale della seconda giornata del festival, nonostante abbiano abbastanza esperienza da poter girare alla larga da problemi del genere. Sul fronte vocale dovranno sistemare le cose. È inammissibile che alzino il volume di ICS Vortex al punto che il suo urlo copre perfino le chitarre, quando al suo confronto Vintersorg, sia nel cantato pulito che nel growl, è un »pivellino«. Forse era malato o aveva una giornata storta. Pazienza. L’allarme è scattato e la band dovrà prendere provvedimenti prima di altre figuracce dal vivo. Come si serve il suono giusto lo hanno mostrato, subito dopo i Borknagar, i loro connazionali norvegesi Satyricon, che hanno raddrizzato di colpo la misera impressione lasciata dai predecessori, giustificando così il ruolo di headliner della seconda giornata del festival.
Se gli Obituary nel death metal non conoscono riposo da un quarto di secolo, questo vale ancora di più nell’heavy metal per la band americana di culto Manilla Road, ovvero per il suo leader e unico membro originale rimasto, Mark »The Shark« Shelton. Negli ultimi due anni gli organizzatori si sono impegnati davvero e hanno arricchito il secondo palco con alcuni nomi davvero leggendari, e anche i ragazzi del Kansas hanno pienamente onorato la loro fama. In più di trent’anni di attività hanno pubblicato ben sedici album in studio e per quest’anno ne annunciano il diciassettesimo. È un dato di fatto, quindi, che comporre la setlist ideale sia impossibile, anche perché la qualità degli album non ha grossi alti e bassi, ma i Manilla Road ci hanno guidato con abilità attraverso la loro storia di (proto) heavy metal primordiale, pieno di momenti epici e di temi fantastici, mitologici e orrorifici che, con tutta la loro pomposità ed epicità, ti spingono a iscriverti a un club di LARP appena finito il concerto. Mark sarà anche salito sul palco con l’aria di un hippie sfiorito e invecchiato, ma ha macinato assoli con la facilità e la destrezza di uno squalo nell’acqua, come ha dimostrato già con il virtuosismo d’apertura in Flaming Metal Systems. La maggior parte delle parti vocali se l’è presa Bryan »Hellrodie« Patrick, che dal vivo suona molto meglio della voce nasale di Mark sui dischi, anche se stavolta quest’ultimo, come seconda voce, ha condito per bene la classica voce heavy metal di Bryan con il suo tipico timbro petulante e con growl quasi death metal. Un suono crudo, ma alto e nitido al punto giusto, ha mostrato come dovrebbero suonare i Manilla Road su disco (invece della pessima produzione che li accompagna fin dagli esordi); una setlist eccellente piena di classici d’acciaio come Crystal Logic, Open the Gates e Death By the Hammer, il pubblico (anche se diradato dalla pioggia) e una band in gran forma sono senza dubbio il motivo per cui i Manilla Road hanno rappresentato uno dei momenti clou del festival. Heavy Metal to the World!
Come headliner del palco principale, per ultimi ci sono saliti i pionieri norvegesi del black metal Satyricon, che davanti a un’area gremita hanno suonato un concerto quasi identico a quello al Kino Šiška lo scorso dicembre. Dalla scaletta hanno comunque tolto un po’ delle lungaggini dell’album ancora attuale, e per questo il concerto è filato molto meglio ed è stato più vivace. I norvegesi conoscono il fatto loro e anche il suono stavolta era perfetto: le chitarre tagliavano come bisturi e il drumming di Frost rimbombava come i cannoni di cent’anni fa. Ai Satyricon è riuscito senza troppa fatica di creare un’atmosfera diabolica ed epica, che la pioggerella non ha fatto che amplificare. Proprio per questo ci sarebbe stato a pennello qualche devastante pezzo black metal purosangue in più dai primi tre dischi; invece abbiamo avuto di nuovo l’inno, peraltro fantastico, Mother North e in chiusura, come sempre, K.I.N.G. Satyr ha ancora un carisma senza pari, Frost picchia sulla batteria come Animal dei Muppet, ma l’unica cosa che ha distinto questa esibizione dei Satyricon da quella al Kino Šiška è stata che si è svolta a cielo aperto. Solido, ma senza particolari picchi.
Dopo l’ottima esperienza con i Satyricon, il secondo palco ha proposto l’esibizione dell’ultimo artista della seconda giornata del festival: gli eccellenti veterani del death metal polacco Vader. Una band leggendaria che, sul piano creativo, non ha mai sbagliato un colpo in tutta la carriera e dà sempre il massimo. I concerti dei Vader sono sempre garanzia di un’esperienza eccellente, grazie alla visione musicale lucida e tagliente del loro primo condottiero, unico membro originale della formazione, il cantante e chitarrista Piotr Wiwczarek. La band, che a fine maggio di quest’anno ha pubblicato il suo decimo album in studio, intitolato »Tibi Et Igni« (recensione di RockLine QUI), stavolta non si è preoccupata più di tanto di promuoverlo, visto che ha nella manica un sacco pieno di splendide messe da requiem death metal, con cui i Vader hanno distribuito senza sosta sonori ceffoni a chi era affamato di brutalità. Lo spazio davanti al palco era pienissimo e, nonostante la pioggia, con un’atmosfera del genere nessuno se n’è minimamente curato. I Vader hanno schierato la loro tipica formazione musicale, che non ha risparmiato nessuno sulla faccia della Terra e ha abbattuto senza sforzo gli angeli dal cielo. Anche la nuova Where Angels Weep si è inserita alla perfezione nel resto del repertorio, segno che i Vader restano fedeli alla loro inconfondibile visione musicale. Esecuzione eccellente, grande intesa, assoli, compattezza nei passaggi di transizione e un »growl« di Piotr potente e perfettamente funzionante. Un’eruzione di energia estrema che invocava il cataclisma, e Piotr non si è scordato di caricare più volte il pubblico con fragorosi ringraziamenti per tutto il sostegno ricevuto. Anche i Vader hanno condito la scaletta con qualche momento antichissimo della loro carriera. Già in apertura la band ha fatto salire la tensione con foga: dopo l’apertura megalomane con il classico Sothis da »De Profundis« (1995), ha attaccato Vicious Circle, per poi tornare all’album »De Profundis« con Silent Empire e Reborn in Flames. Già l’inizio ha soddisfatto i palati dei fan dei Vader della vecchia scuola, e più tardi dal debutto in studio sono risuonate anche Chaos, a metà concerto, e, poco prima della fine, dopo l’ultimo discorso di Piotr al pubblico, il classico Dark Age. Una scheggia definitiva in piena fronte per tutti i fuori di testa, insomma, giusto per un sonno sereno dopo la seconda giornata del festival!
Nina Grad (foto): Within Destruction, Vanderbuyst, Obituary, Manilla Road,
Sebastijan Videc (foto, tutti i video): Zaria, Armaroth, Gold, Borknagar, Satyricon
Aleš Podbrežnik (testo): Zaria, Armaroth, Abinchova, Roxin’ Palace, Crossholder, Scarab, Brutality Will Prevail, Nocturnal Depression, Borknagar, Vader
Rok Klemše (testo): Within Destruction, Gold, Vanderbuyst, Obituary, Manilla Road, Satyricon
Scaletta
GOLD:
1. The Waves
2. North
3. Love, the Magician
4. Antebellum
5. One of Us
6. Ruby/Machine Gun
7. Lucky Day
BORKNAGAR:
1. The Genuine Pulse
2. Oceans Rise
3. Epochalypse
4. Ruins of the Future
5. Ad Noctem
6. The Eye of Oden
7. Dauden
8. Frostrite
9. Universal
10. Embers/The Dawn of the End
11. Colossus/Ved steingard
SATYRICON:
1. Voice of Shadows/Now, Diabolical
2. Black Crow on a Tombstone
3. Our World, It Rumbles Tonight
4. Tro og Kraft
5. Forhekset
6. Possessed
7. Die By My Hand
8. Nekrohaven
9. The Infinity of Time and Space
10. The Pentagram Burns
11. To the Mountains
12. Fuel For Hatred
13. Mother North
14. K.I.N.G.
VADER:
1. Sothis
2. Vicious Circle
3. Reborn In Flames
4. Silent Empire
5. Fractal Light
6. Return to the Morbid Reich
7. Come And See My Sacrifice
8. Triumph of Death
9. Where Angels Weep
10. Carnal
11. Chaos
12. Wings
13. Sword of the Witcher
14. Helleluyah!!! (God Is Dead)
15. Dark Age
16. This Is the War
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