Tyrannosaurus Rex: My People Were Fair And Had Sky In Their Hair…But Now They Are Content To Wear Stars On Their Brows

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Data di uscita: 05.07.1968
Etichetta: Regal Zonophone
Produzione: Tony Visconti
Durata: 33:18
Genere: psychadelic folk
Voto: 5/10

Prima che Marc Bolan, uno dei musicisti più unici e controversi di tutti i tempi, imbracciasse la chitarra elettrica, imparasse a strimpellarla più o meno decentemente, mettesse su una band vera e propria e la ribattezzasse T. Rex, cominciasse a truccarsi sotto gli occhi e diventasse famoso come il «guerriero elettrico» del glam rock, con hit pop da teenager tipo «Children Of Revolution», «20th Centruy Boy», «Jeepster» e «Telegram Sam», e soprattutto con quei live glamour-narcisisti che facevano urlare e svenire frotte di ragazzine isteriche (la Rexmania è esplosa all’inizio dei ’70 come la nuova ondata di febbre rock adolescenziale subito dopo la Beatlemania, e oggi è difficile credere che Bolan, col suo carisma, sia riuscito a trasformare un gruppo di fatto di seconda fascia in un fenomeno così popolare, ma ne parliamo un’altra volta), esistevano i Tyrannosaurus Rex, senza dubbio una delle band psichedeliche folk rock più bizzarre degli anni ’60.

Dopo una breve avventura con la band proto-punk John’s Children, dove per un po’ aveva suonato anche la chitarra elettrica, Bolan decise di cambiare totalmente strada e fondò una band tutta sua, composta da due soli membri, in cui si buttò completamente sulla chitarra acustica e con cui voleva «raccontare» i suoi testi surreali e fantasy, più opera di uno rimasto allo stadio sociale di un bambino di nove anni che di un poeta della musica, come invece amava credersi. Il duo acustico psichedelico-folk-rock era formato, oltre a Bolan, da percussionista, batterista e poi anche bassista occasionale – Steve Peregrin Took, un altro musicista eccentrico che viveva in un mondo tutto suo e che si era scelto il soprannome da uno degli hobbit del classico letterario di Tolkien, Il Signore degli Anelli. Nonostante una montagna di fantasia e una certa dose di talento naturale, che compensava la loro più che evidente carenza di abilità musicali e compositive, i due eccentrici «cantastorie» agli inizi suonavano terribilmente stonati, e il loro esordio è tutto fuorché un boccone facile in fatto di ascoltabilità e accessibilità per il grande pubblico, ma di sicuro piaceva alla maggior parte degli hippy, il pubblico di riferimento di Bolan all’epoca.

»My People Were Fair and Had Sky in Their Hair… But Now They’re Content to Wear Stars on Their Brows«, un titolo lunghissimo per un musicista che evidentemente aveva un sacco di messaggi per i suoi ascoltatori, ma che alla fine di solito lasciava poco che potesse rimanere in testa a lungo, fu l’esordio di Bolan col nome Tyrannosaurus Rex. Lo stile dell’album è a chilometri di distanza dal glam rock/pop successivo: è fatto di brevi brani acustici, definibili come folk rock psichedelico con testi surreali, frutto dell’ossessione di Bolan per Tolkien e la mitologia antica (si considerava un grande poeta romantico e si paragonava addirittura a William Blake; il commento credo sia superfluo).

Il disco risente parecchio di vari contemporanei psichedelici, mentre sul piano dei testi è senza dubbio sotto l’influenza del modello e collega di Bolan, Syd Barrett (ex-Pink Floyd), a cui in seguito «ha soffiato» non solo l’immagine, ma anche la ragazza. Per lo più si tratta di una combinazione della chitarra acustica di Marc (in genere due o tre accordi ripetuti, o più spesso forme libere e sconnesse, una specie di strimpellio spontaneo sulle corde), del suo vocione «miagolante» (un fattore decisamente repellente, che a molti farà passare la voglia di ascoltare già dopo due minuti) e delle percussioni, dei tamburi e dei cori di Took. Le sue percussioni suonano per lo più così monotone che ci si chiede se non fosse fatto apposta, un particolare «effetto» psichedelico per farti addormentare come con una ninna nanna dopo la favola della buonanotte.

Non serve sprecare troppe parole sui singoli pezzi, visto che nelle loro fantasticherie psichedeliche folk rock, nello «strimpellare» acustico del duo di cantastorie e nei titoli assurdi si somigliano spesso come due gocce d’acqua. «Hot Rod Mama», per dire, si «distingue» per l’introduzione a colpi di gong, seguita da uno strimpellio stonato su due accordi di chitarra acustica (come già detto, fino al 1970 nei suoi dischi c’è sempre e solo l’acustica) e dalla voce di un «gufo raffreddato», così eccentrica e grottesca da essere spesso l’elemento più interessante della maggior parte dei brani. «Scenescof» è il classico piagnisteo miagolante da «trip hippy», con ritmo costante di percussioni e strimpellate su corde a caso. «Child Star» (già dal titolo si capiva dove voleva arrivare) è un’altra «filastrocca» su bonghi e gong, con martellate su un’unica corda e cori. Il pezzo contiene perfino un cambio di parte: «impressionante», non c’è che dire.

«Strange Orchestras» è un’altra bambinata da «filastrocca per l’asilo», con voci così scemotte che la maggior parte degli ascoltatori avrà voglia di darsi una martellata in testa. Chi capisce cosa borbotta Bolan qui si merita il cappello da mago di Gandalf. «Chateau In Virginia Records» è un piagnisteo psichedelico così patetico che tanto di cappello a chi lo apprezza. «Dwarfish Trumpet Blues» è il peggior «blues» possibile che sentirete mai, se resisterete fino alla fine, visto che il duo di cantastorie suona così stonato come se ognuno tirasse da un lato una gallina. Lo stesso vale per «Mustang Ford», dove il borbottio e il ritmo monotono non vogliono saperne di finire.

In «Afgan Woman» il duo mostra per la prima volta di avere perfino un certo senso della melodia. Marc suona addirittura qualche accordo decente, anche le percussioni sono sorprendentemente più dinamiche, e alla fine i due riescono pure a imbastire un inaspettato finale orientaleggiante. «Knight» è un altro tentativo fallito di creare folk rock psichedelico con atmosfera celtica. Nonostante una melodia solida e persino qualche improvvisazione di chitarra, l’impossibile «belato» di Bolan rovina di nuovo tutto. «Graceful Fat Sheba» è un altro folk noioso senza capo né coda, che non va da nessuna parte. «Weilder Of Worlds» ha perfino una struttura melodica e qualche buona soluzione di chitarra, oltre a inattesi cambi di tempo con variazioni di melodia, ma nel momento in cui Marc comincia a picchiare a forza sulle corde, il tutto risulta troppo forzato e patetico.

«Frowning Atahualpa (My Inca Love)» è il pezzo più interessante del disco. Dopo un testo disperato su un sovrano inca e dei borbottii vocali da trip, nasce una bella melodia di chitarra acustica, la migliore dell’album. Ben presto però il lamento di Bolan comincia a stufare sul serio, degenerando in un nevrotico «hare krishna, hare, hare….» che a mio avviso non ha nulla da fare su un disco rock, a prescindere dalle sue convinzioni religiose. In mezzo sorprende la recitazione di una favola di Bolan sulla talpa, affidata al popolare DJ John Peel, all’epoca grande mecenate di Bolan. In chiusura arriva ancora un finale da ballata folk/blues.

Alcune ristampe, oltre alla versione mono aggiuntiva dell’album, contengono come bonus anche il singolo «Debora». Se questo brano fosse uscito sul disco, sarebbe stato addirittura il migliore, perché, nonostante il solito «belato» vocale, è una ballata folk melodica piuttosto digeribile.

«My People Were Fair…» non ha assolutamente superato la prova del tempo: suonava già retrogrado pochi anni dopo l’uscita, nel momento in cui Bolan è passato alla chitarra elettrica e ha scoperto il glam rock, proprio mentre la scena psichedelica andava in declino. Oggi suona addirittura datato quanto certe ideologie/mitologie superate. Bolan e Took erano senza dubbio due compagnoni divertenti, perfino simpatici, che la sera amavano starsene davanti al fuoco, arrostire castagne, spaccare noci a martellate e giocare agli hobbit con le spade, ma bravi musicisti e compositori in quel periodo di certo non erano, e la cosa si sentiva bene nella loro musica, che nel migliore dei casi sarebbe andata bene per un asilo, se non per una malga.

Se il disco fosse stato giudicato all’epoca dell’uscita, probabilmente lo si sarebbe potuto bollare come un disastro totale e uno scherzo di cattivo gusto. Oggi invece bisogna elogiare chiunque riesca ad ascoltarlo due volte di fila. Allo stesso tempo bisogna quasi ammirarne l’ingenuità infantile, l’approccio musicale completamente libero e il fatto che qualcuno, a quei tempi, abbia pensato anche a una cosa come un duo di folk rock acustico. Potete immaginare com’era per i due innocui «cantastorie» dal vivo, quando venivano sovrastati dalle altre band rock, distorte e molto più energiche.

L’album sarà interessante, e solo con riserva, per gli esploratori del rock psichedelico e magari per qualche fan fanatico di Bolan, mentre tutti gli altri alla larga, e in fretta. Agli inizi, prima del grande salto di qualità, Bolan era un chitarrista sotto la media, un cantante ancora più sotto la media e un paroliere quasi patetico, spinto avanti soprattutto da un ego sfrenato e da una fantasia ricchissima, che alla fine, dopo una sfilza di dischi psichedelici più o meno mediocri, gli hanno portato anche il tanto agognato successo.

Autore della recensione: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Hot Rod Mama (3:09)
2. Scenescof (1:41)
3. Child Star (2:52)
4. Strange Orchestras 1:47)
5. Chateau in Virginia Waters (2:38)
6. Dwarfish Trumpet Blues (2:47)
7. Mustang Ford (2:56)
8. Afghan Woman (1:59)
9. Knight (2:38)
10. Graceful Fat Sheba (1:28)
11. Wielder of Words (3:19)
12. Frowning Atahuallpa (My Inca Love) (5:55)

Tyrannousaurus Rex:
Marc Bolan – voce, chitarra
Steve Peregrine Took – percussioni, cori

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