Steve Hackett in stato di grazia tra i vecchi amici ungheresi (2018)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: St. Veit a. d. Glan / Herzogburg / Austria
Data del concerto: 09.06.2018
Spettatori: 120
Prezzo del biglietto: 28,00€
Nell’idilliaca cittadina austriaca di Sankt Veit an der Glan è passato, come ospite speciale della band ungherese jazz rock fusion/world music Djabe, nota in tutto il mondo, il leggendario maestro della chitarra Steve Hackett, esploso come membro dei mitici Genesis, culto del progressive rock inglese, e capace poi di costruirsi una splendida e quanto mai variegata carriera solista. Il signor Hackett collabora con i Djabe a intermittenza dal 2002. Insieme hanno già registrato una vera pletora di album dal vivo e hanno partecipato a due progetti in studio dei Djabe, tra cui l’attuale album in studio »Life is a Journey – The Sardinia Tapes« (2017).
Nel 2009 i Djabe si sono esibiti anche in Slovenia, a Slovenj Gradec, ed è stata sia la prima visita di Steve nel nostro paese sia la nostra prima volta insieme a lui, con cui prima del concerto abbiamo passato per lo più il tempo vicino alla fontana del posto. Stavolta Steve non era l’unico ospite speciale dei suoi vecchi amici ungheresi: sul palco gli teneva compagnia anche il poliedrico batterista/percussionista islandese Gulli Briem, che su due diverse postazioni di batteria e percussioni si alternava con il batterista dei Djabe Peter Kaszás, con cui formava un duo ritmico a dir poco dinamico. Nei rari momenti senza Steve sul palco, la chitarra principale è toccata al chitarrista dei Djabe Attila Egerhazi, che quella sera è stato per lo più alla ritmica, ma ogni tanto si è occupato anche di qualche percussione e di un synth aggiuntivo. Ci ha pure intrattenuti presentando i singoli brani dei Djabe, in inglese e con un forte accento ungherese.
Per scaldare l’atmosfera, i Djabe, che stavolta suonavano in uno spazio piccolo ma idilliaco in mezzo alle mura del castello, hanno proposto il loro pezzo »Flow«, dopodiché sul palco, per l’interpretazione di uno degli evergreen meno celebri dei Genesis, »In That Quiet Earth«, li ha raggiunti Steve alla chitarra con il suo immancabile scialle, che ai pochi sloveni in mezzo al pubblico, in maggioranza austriaco, ha ricordato anche la lunga abitudine del nostro Lado Leskovar. Gli evergreen dei Genesis e della carriera solista di Hackett, nell’interpretazione congiunta dell’icona della chitarra inglese e dei Djabe, risultano sempre estremamente interessanti, perché questi ottimi musicisti, uniti, ci aggiungono tantissimi elementi di jazz e world music, soprattutto grazie alla tromba di Áron Koós e alle tante percussioni più varie. Dopo il riscaldamento iniziale è salito sul palco Briem per il suo numero di percussioni intitolato »Hang Drum Song«, sorprendendo tutti suonando uno strumento particolare, che sembrava il coperchio metallico di una gigantesca conchiglia. Nel mezzo Briem ha infilato con abilità il motivo ritmico del classico di Bowie »This Is Not America«, e tra l’altro con la compianta leggenda della musica condivide anche una certa somiglianza fisica.
Il pubblico, poco numeroso, si è fatto sentire un po’ di più per la prima volta quando la bravissima squadra di vecchi compagni di musica si è messa a ‘rielaborare’ il classico solista preferito di Steve, »The Steppes«, che i Djabe, grazie agli elementi di world music, suonano sempre con particolare passione quando ospitano la leggenda della chitarra. È seguita la presentazione del brano »Life is a Journey«, scritto per l’omonimo progetto in studio di cui sopra dal bassista dei Djabe Tamas Barabas, che durante l’esecuzione ha preso in mano anche la voce principale. Poco dopo ci ha sorpreso un altro classico, di rock più recente, dal tesoro solista di Hackett, cioè l’esecuzione del brano »Last Train to Istanbul«, che aveva creato per l’album »Out of the Tunnel’s Mouth« (2009).
Il signor Hackett si è concesso anche un breve momento solista alla chitarra acustica, che all’inizio gli ha riservato una brutta sorpresa: durante l’attacco dello strumentale dei Genesis »Horizons« si è fuso il cavo che collegava l’amplificatore della sua chitarra. A Steve è passata purtroppo la voglia di ricominciare »Horizons« da capo, così, risolto il problema tecnico, ha preferito suonare lo strumentale solista »Walking Away from Rainbows«, con cui ha chiuso la prima parte del concerto a St. Veit. Dopo una pausa di quindici minuti, la banda internazionale è tornata sul piccolo palco del castello in grande stile con il brano dei Djabe »Lava Lamp«. Il momento che alcuni aspettavano con ansia è arrivato con una versione insolita dell’epico capolavoro dei Genesis »Firth of Fifth«, dove il tastierista János Nagy ha steccato più di una volta prima di allinearsi agli altri musicisti, mentre il celebre assolo di chitarra di Steve in questo classico ha fatto di nuovo il pieno di applausi. Sempre imperturbabile, Steve non si è scomposto minimamente per gli sbagli di Kovacs, e meno male.
Uno dei momenti migliori della serata è stato senza dubbio il passaggio dall’evergreen dei Genesis »Fly on a Windshield« allo standard solista di Hackett »Please Don’t Touch«, che non suona proprio così spesso. Steve e la sua compagnia ungaro-islandese hanno chiuso il concerto nel modo più atteso, con l’indimenticabile delizia dei Genesis »Los Endos«, dove è emersa ancora di più l’impronta jazzistica di questo capolavoro, mentre a prendersi la scena è stato il duo batteria-percussioni, anche se ovviamente non ha messo in scena un duello di batterie come quello che ai tempi i Genesis facevano tra Phil Collins e Chester Thompson.
Al concerto dei Djabe a St. Veit ci siamo goduti un’atmosfera eccezionale, come succede sempre quando sul palco sale il grande Steve Hackett, che ci ha di nuovo conquistati con le sue perle chitarristiche e la sua varietà musicale. Che si tratti di composizioni dei Djabe, dei suoi pezzi solisti o dei classici dei Genesis anni Settanta, non fa differenza: Steve si diverte allo stesso modo a ogni esecuzione e la suona al meglio. Prima del concerto qualcuno temeva che il volume sarebbe stato troppo alto per un posto così piccolo, ma alla fine nessuno si è lamentato dell’impianto. Stavolta va detto anche che il signor Hackett non è solo un musicista eccezionale, ma anche una persona incredibilmente gentile e alla mano, che trova il tempo per ogni fan, tanto che prima e dopo l’esibizione è rimasto sempre a disposizione per due chiacchiere o un autografo, passeggiando liberamente tra gli spettatori. Durante le pause, quando non era sul palco, si è perfino seduto più volte accanto al pubblico sulla panca in prima fila. A fine concerto ha firmato dischi insieme ai membri dei Djabe e ha scambiato due parole con qualche fan della sua musica, una prassi che porta avanti da sempre e da cui più di un suo collega chitarrista del mondo del progressive rock avrebbe parecchio da imparare.
Scaletta
1. Flow
2. In That Quiet Earth
3. Hang Drum Song / This is Not America
4. The Steppes
5. Life Is A Journey
6. Buzzy Island
7. Last Train To Istanbul
8. Walking Away From Rainbows
—pausa di 15 minuti—
9. Lava Lamp
10. After Limoncello
11. Firth Of Fifth
12. Fly On A Windshiled / Please Don’t Touch
13. Angklung
14. Clouds Dance
15. Los Endos
—bis—
16. Distant Dance
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