Intervista a Ian Anderson, leggendario vagabondo in tour dal 1968 sempre sullo stesso giro

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Autore: Peter Podbrežnik

Data dell’intervista: 06.07.2007

Il leggendario flautista e cantante Ian Anderson è senza dubbio una delle più grandi personalità della storia del rock. Dalla fine degli anni ’60 la sua band, i Jethro Tull, si è costruita lo status di una delle formazioni rock più apprezzate e longeve di tutti i tempi, che sotto la bacchetta di Ian, anche nel quarto decennio di vita, non smette di entusiasmare con live fenomenali, nonostante lui stesso abbia perso il conto dei membri che in tutto questo tempo sono arrivati e se ne sono andati. Ho avuto l’onore di fare due chiacchiere con Ian in hotel, quattro ore e mezza prima del suo concerto all’Orpheum di Graz. Ian non è famoso solo come musicista straordinario e intrattenitore da palco, ma anche come interlocutore carismatico, divertente e tosto, da cui traspaiono in ogni istante un professionalismo fuori dal comune, una visione chiara della creatività e della vita e un cuore d’oro. Tutto questo si unisce a una simpatia alla mano e a zero arie da star, che pure potrebbe tranquillamente permettersi. Intanto non smette mai di divertire chi ha davanti con il suo umorismo unico, pieno di sarcasmo, che a questo gentiluomo scozzese non manca mai. Se qualcuno non si fosse inventato quella cosa chiamata tempo, questa intervista potrebbe andare avanti fino alle prime ore del mattino. Un interlocutore fantastico come il signor Anderson, infatti, si può solo sognare, tanto che faccio una fatica enorme a trovare le parole giuste per tutte le emozioni che dopo questo incontro mi attraversano ancora. È stato un evento che non dimenticherò di certo finché campo.

Rockline: Ciao Ian, per me è un onore intervistare una leggenda della musica come te. Ieri mi sono visto il vostro concerto al Lovely Days festival a St. Pölten, dove mi avete fatto impazzire con un’esibizione eccellente, come al solito.

Ian: Grazie. Quindi eri a quel festival? A proposito, bellissima maglietta degli Uriah Heep.

Rockline: Grazie mille. Per cominciare: come ti trovi con l’andamento del tour?

Ian: Quale tour? Intendi quello del 1968, in cui siamo ancora adesso?

Rockline: Sì, proprio quello (risate).

Ian: Beh, in fondo è sempre lo stesso tour (risate). Mentre le altre band si sciolgono, si salutano e si rimettono insieme, noi in un certo senso siamo nello stesso tour dal 1968. Noi organizziamo semplicemente dei concerti. Non ci identifichiamo mai con un tour specifico, di solito legato all’uscita di un album. Mentre per esempio certe band vanno in tour in America e lo chiamano “tour di tutta l’America”, noi facciamo qualche data e poi torniamo a casa, senza tante pompe. Un tour è un tour. È una parte della nostra vita e il modo in cui ci guadagniamo da vivere. Ogni tanto cambiamo qualche pezzo in scaletta o aggiungiamo qualche nuovo arrangiamento, ma il nostro ritmo di tour fin dall’
inizio è rimasto invariato. È sempre lo stesso, unico, lungo tour.

Rockline: Però, se do un’occhiata alla lista dei pezzi che suonate negli ultimi concerti, mi sembra che la maggior parte sia pescata dalla vostra recente uscita “The Best Of Acoustic Jethro Tull”. Secondo me c’è anche più enfasi del solito sui brani a impronta acustica.

Ian: Beh, non sono proprio d’accordo. È vero che il mese prossimo abbiamo
in programma qualche concerto più orientato all’acustico, tra cui due festival in Inghilterra, ma nei concerti attuali la scaletta mi sembra piuttosto equilibrata, e anche stavolta i pezzi elettrici sono più di quelli acustici.

Rockline: Potresti dirci qualcosa di più sui due nuovi membri della band, David Goodier e John O’ Hara, che al basso e alle tastiere hanno preso il posto di Jonathan Noyce e Andrew Giddings? Quali sono i loro pregi e cosa significa il loro arrivo per il linguaggio musicale dei Jethro Tull?

Ian: Suono con entrambi da cinque anni, sia nei concerti acustici solisti in America sia nelle serate con l’orchestra, quindi conosco bene i loro talenti. Negli ultimi anni ho collaborato tanto con tutti e due e sono riuscito a inserirli senza problemi, e con successo, nelle mie visioni musicali, perché sono musicisti molto versatili. Credo di averli usati bene anche nei concerti orchestrali, perché padroneggiano un sacco di arrangiamenti orchestrali e sanno come lavorare con un’orchestra. Tutti e due sono molto più utili dei loro predecessori quando si tratta di suonare musica eclettica. Intanto per il nostro storico batterista Doane Perry questa sera sarà l’ultimo concerto fino a ottobre, perché parte per le vacanze, di ritorno nella sua California. Per il tour americano sarà già di nuovo qui. La settimana prossima lo sostituirà per tre mesi James Duncan. I Jethro Tull sono come una squadra di calcio che ogni tanto cambia i suoi giocatori.

Rockline: L’anno prossimo la band compie 40 anni. Per l’occasione state preparando per caso qualche evento speciale o un tour particolare per festeggiare questo traguardo tondo?

Ian: No, a dire il vero non ho intenzione di organizzare niente di speciale. Non sono mai stato un grande fan degli anniversari. Comunque l’anno prossimo nei tour cercheremo di promuovere in modo adeguato il fatto che hai appena citato, così da vendere più biglietti possibile. Allo stesso tempo, questo anniversario non avrà alcun effetto sulla scelta dei pezzi che suoneremo. Come al solito suoneremo una scelta varia dei nostri brani dal 1968 a oggi. Non credo che l’anno prossimo sarà diverso. E non c’è nemmeno modo che torniamo a suonare con qualcuno degli ex membri. I tre membri più importanti della band degli anni ’70 hanno smesso del tutto di suonare e di fare musica, quindi una reunion del genere non avrebbe alcun senso.

Rockline: Interessante, la mia prossima domanda andava proprio in questa direzione. Quindi non hai mai pensato di registrare un progetto speciale con ex membri dei Jethro Tull?

Ian: No. Quei musicisti non coincidono più con le mie visioni musicali di oggi. La maggior parte degli ex membri, per esempio la formazione originale, che era per lo più radicata nel blues, ammetterebbe lei stessa di non avere chissà quali grandi talenti, soprattutto per creare musica eclettica. A parte qualche eccezione come Dave Pegg, Peter-John Vettese ed Eddie Jobson, non penso ci siano tanti musicisti con cui potrei collaborare di nuovo con successo. E comunque anche quelli che ho appena nominato hanno ormai visioni musicali completamente diverse. Quindi le possibilità di una reunion sono pari a zero.

Rockline: Se ripercorriamo tutta la carriera dei Jethro Tull, quali sono secondo te gli album più importanti?

Ian: Al primo posto c’è sicuramente “Stand Up” (1969), un album molto eclettico, in cui abbiamo cominciato a infilare con più decisione anche elementi di jazz, musica classica e folk. Anche “Aqualung” (1971) è un album importantissimo per noi, perché è il nostro primo disco più impegnato sul piano sociale, tocca temi religiosi e dominano testi più seri. Allo stesso tempo è un album con tanti pezzi acustici, quindi io non lo vedo come un tipico disco rock, ma come un disco che porta un grande contrasto tra riff hard rock e acustica. Devo citare anche “Songs From the Wood” (1977) , che è stato un altro album molto importante, quello che ha messo in risalto gli elementi folk della nostra musica. “Crest Of A Knave” (1987) è un altro album chiave, con un posto importante nella nostra storia. E non posso dimenticare “Roots To Branches” (1995). È un altro disco che ha portato tante idee musicali nuove, l’uso di diversi tipi di flauto e soprattutto tantissime influenze di musica orientale. Direi che questi sono gli album chiave della mia carriera musicale.

Rockline: Spendiamo ancora due parole sulla tua carriera solista. Com’è stata l’ultima volta che hai suonato con un’orchestra?

Ian: Per me i concerti con l’orchestra sono soprattutto un’esperienza acustica, perché dentro di solito ci sono tanti musicisti acustici. Già da adolescente ero molto più appassionato di musica acustica che di rock. Non sono mai stato un grande fan del rock. La musica orchestrale per me è un modo di portare le trame orchestrali nella musica che arrangio o scrivo. Fare musica così è sempre emozionante, ma molto impegnativo, perché quando lavori con un gruppo più grande di persone non puoi aspettarti un successo al cento per cento. C’è sempre un compromesso, quindi qui non puoi mai trovare la perfezione assoluta. Finora ho collaborato con alcune orchestre davvero ottime, per esempio quella dell’Islanda e anche quella di Budapest. In America, poi, ho scoperto un gruppo di studenti di Boston tra i 20 e i 23 anni con cui ho fatto una serie di concerti bellissimi. Posso dire che si sono rivelati i migliori accompagnatori dei miei live. Per loro è stata di sicuro un’esperienza fantastica, perché hanno conosciuto un mondo di musica molto più movimentata dal punto di vista ritmico. Curioso che nella formazione ci fosse un solo ragazzo, tutto il resto erano ragazze. Anche quando abbiamo fatto le audizioni si sono presentati solo tre ragazzi, e uno solo è stato preso come bassista. Le ragazze si sono comportate benissimo per tutto il tour. Non so però cosa succedesse sul bus, dove stavano insieme a quel bassista. Io non c’ero. È possibile che ormai siano tutte incinte (risate).

Rockline: Ian, per molti sei rispettato anche come uno dei migliori e più importanti musicisti della storia del rock progressivo. Come la vedi e che ne pensi del rock progressivo moderno e delle band che oggi suonano questa musica?

Ian: I Jethro Tull sono stati sicuramente una band prog rock, ma il rock progressivo l’abbiamo suonato solo in un certo periodo della nostra carriera. Devo ammettere che non eravamo male e che sono orgoglioso di quello che abbiamo creato allora. Potete dire che nel ’72-’73 eravamo una band di rock progressivo. Credo però che bisogni sempre distinguere tra rock progressivo e prog rock. Quest’ultimo si è formato a metà anni ’70, soprattutto attraverso band come Emerson, Lake & Palmer, e ancora oggi si porta dietro una connotazione piuttosto negativa. Tante definizioni della musica dei Jethro Tull usano anche il termine folk rock, che nemmeno quella è la definizione migliore della nostra musica, perché non ci siamo mai tenuti dentro i confini dei generi. Però sarei molto più d’accordo con quella che con l’etichetta prog rock. Per me il prog rock lo facevano band come Yes, i primi Genesis ed ELP. Quanto al prog moderno, so che in giro ci sono tante band prog più giovani, che per lo più coltivano un grande entusiasmo per i primi Genesis. Il prog rock è ancora vivo, ma in termini commerciali non ha più tutto questo successo. Tra le rare eccezioni, secondo me, ci sono per esempio gli svedesi The Flower Kings e la band di cui dimentico sempre il nome, i Porcupine Tree. Sono due delle poche band solide e piacevoli, che però secondo me non hanno nessuna possibilità di diventare mai ricche e famose. Io penso che sia una forma di musica che va bene soprattutto per ragazzi che portano magliette nere. Come te, per esempio (risate). Il prog rock secondo me è un lontano cugino dell’heavy metal, perché attira soprattutto un pubblico maschile, mentre ai concerti noterete a malapena qualche ragazza. A dire il vero mi fa ridere vedere quasi solo uomini ai concerti di band che per lo più contengono tante provocazioni e messaggi sessuali. Io preferisco di gran lunga suonare per un pubblico misto, per sesso ed età, che rispecchia meglio la società in generale. Un sacco di uomini sotto il palco mi irrita. Il 50% va bene, il resto è troppo. Le ragazze non devono mancare. Da flautista, per me è importante e bello risvegliare certe sensazioni nelle ragazze. È divertente vedere con che rapidità, in questo modo, puoi far ingelosire il suo ragazzo (risate).

Rockline: Pare che stiate registrando un nuovo album dei Jethro Tull. Come procedono le cose e cosa dobbiamo aspettarci?

Ian: Durante questo tour abbiamo già cominciato a registrare qualcosa, ma al momento ci manca di nuovo il tempo. Torneremo a registrare verso la fine dell’anno. A gennaio o febbraio del prossimo anno, secondo le previsioni, sarà tutto finito. Penso che non sia bene registrare gli album di fretta. D’altra parte è sempre bello fare concerti, perché sono consapevole di non essere più giovane. Per questo suono tanto e con piacere finché posso. Comunque, ecco qualche pezzo che sarà nel nuovo album e che suoniamo in questo tour, come “Donkey And The Drum”. Anche “Pastime With Good Company (King Henry’s Madrigal)” uscirà nel nuovo album come bonus track. Ho in programma tre, quattro bonus track che non saranno tipiche creazioni dei Jethro Tull. Con tutti i tour, soprattutto ad agosto, l’album uscirà con ogni probabilità solo il prossimo febbraio.

Rockline: Cosa fai nel tempo libero, quando non sei in tour o non stai creando musica?

Ian: Do da mangiare ai gatti, coltivo peperoncini, mi occupo del giardino e sto seduto in ufficio, perché mi occupo in prima persona dell’organizzazione dei nostri tour. Voglio tenere sotto controllo più cose amministrative possibile legate alla band, quindi spesso sono parecchio impegnato nel mio ufficio. Mi occupo molto della gestione e della promozione dei nostri tour. A casa ho addirittura due uffici. Penso che a tanti musicisti farebbe bene approfondire in prima persona l’organizzazione del business in cui lavorano.

Rockline: Esiste per caso un flautista, nel mondo del rock o fuori, con cui ti piacerebbe suonare insieme, come hai fatto con Tinkara Kovač?

Ian: Di solito incontro altri flautisti durante i concerti con l’orchestra e ogni tanto suono con loro anche qualche duetto. Ho fatto anche alcuni concerti con flautisti del mondo della musica orchestrale e con un flautista indiano che suona musica tradizionale indiana. Lo ammetto apertamente: preferisco di gran lunga suonare con musicisti che suonano altri strumenti piuttosto che con flautisti. Troppi flauti non vanno bene. Mi accorgo che al momento nel mondo del rock non ci sono molti flautisti famosi che potrei citare. Ray Thomas dei The Moody Blues ha smesso di suonare anni fa, Chris Wood dei Traffic è morto, Herbie Mann, il famoso flautista jazz funk, è morto anche lui, Peter Gabriel nei primi anni con i Genesis suonava pure il flauto, ma poi l’ha lasciato. Poi c’è Thijs Van Leer degli olandesi Focus, di cui non so nemmeno se sia ancora attivo o no. Gli unici flautisti che incontro nella musica folk/rock sono di solito i membri dei vari tribute band dei Jethro Tull (risate). Penso che un flauto nella musica che suono sia più che sufficiente e che due sarebbero decisamente troppi.

Rockline: Nei Jethro Tull avete suonato con un sacco di musicisti diversi, che sono venuti e andati. L’unica costante, e il musicista con cui collaborate alla grande quasi dagli inizi della band, è il chitarrista Martin Barre. Come vedi il suo contributo alla band?

Ian: Sì, Martin è un pezzo importante dell’eredità dei Jethro Tull fin dal 1969. Quest’anno ci sono alcuni concerti a cui non potrà partecipare, perché va in vacanza in Canada con la famiglia. Poi tornerà, ovviamente. Martin garantisce alla band una certa continuità. Dopo di me è sicuramente il membro più importante della formazione e penso che il pubblico ne sia ben consapevole.

Rockline: Secondo me Martin nella coscienza collettiva è più conosciuto per i suoi riff hard rock.

Ian: Sì, è vero, anche se a Martin piace molto suonare anche musica acustica. Ma siccome è più noto come chitarrista elettrico, rock, mentre io suono la chitarra acustica, viene riconosciuto molto di più in quel ruolo. Da quel che so, al momento sta registrando un nuovo album a impronta acustica che uscirà nei prossimi mesi. Anni fa gli ho regalato un bouzouki, che suona anche in alcuni concerti con i Jethro Tull. Quindi anche lui è un grande amante della musica acustica.

Rockline: Dall’ultima volta che siete stati in Slovenia sono passati già sette anni. C’è qualche possibilità che torniate presto dalle nostre parti?

Ian: È vero. Ci piacerebbe molto venire, ma dipende tutto dai promoter locali. La possibilità c’è sempre, ma non possiamo mica salire su un aereo e presentarci. La probabilità c’è nel 2008, quando faremo parecchi concerti in Europa dell’Est, di sicuro in Repubblica Ceca, Polonia, Bulgaria, Romania, magari anche in Slovenia. Mi piacerebbe poter venire anche da voi. Credo che la Slovenia sia uno dei paesi più interessanti di quell’area, che per il resto è piuttosto assimilata allo stile di vita dell’Europa occidentale. Sono stato a Lubiana un paio di volte e in generale mi sembra una città molto rilassata e tranquilla. In questo senso mi pare che la Slovenia abbia parecchie affinità con la sua cugina del nord, l’Estonia.

Rockline: Poco tempo fa vi abbiamo visti a un concerto a Pordenone, in Italia, dove ha piovuto un sacco e avete dovuto chiudere prima il concerto per via di un’interruzione di corrente. Ti ricordi?

Ian: Sì, è stato quel concerto in cui ha piovuto davvero tanto. Più o meno lo stesso è successo anche con alcune date in Germania, dove non siamo stati più fortunati. Con la maggior parte dei concerti dei giorni scorsi
col meteo siamo stati comunque fortunati, perché poteva andare molto peggio.

Rockline: Ieri, quando avete suonato nella sala a St. Pölten, avete suonato al chiuso, mentre fuori pioveva di nuovo.

Ian: Ah, giusto, eravate a St. Pölten. Avete visto per caso il concerto dei Riders On The Storm? Come se la sono cavata?

Rockline: Non sono proprio un grande fan della musica dei The Doors, e poi secondo me quel cantante non c’entra niente con quella band. Il concerto non l’ho nemmeno guardato fino in fondo, perché me ne sono andato a casa prima.

Ian: Appunto, come pensavo, è in sostanza l’ennesimo tribute band. I The Doors sono sempre stati incentrati su un’unica personalità centrale e insostituibile. Questa mossa mostra che la band ha deciso di monetizzare la vecchia gloria in un modo non troppo onesto. Un caso simile è un’altra band che si è esibita ieri e che mi sembra anch’essa un tribute band: Blood, Sweat & Tears. È una band che si è comprata il nome e non ha nemmeno un membro originale, il che mi pare poco onesto verso il pubblico. Lo stesso vale per i Queen e per tanti altri. D’altra parte, se i Led Zeppelin si riunissero con Jason Bonham, figlio del batterista originale, sarebbe del tutto credibile. Tutte queste sono band in cui c’era una figura centrale di enorme importanza. D’altro canto, se Freddie Mercury fosse ancora vivo e gli altri tre morti, e lo stesso per Jim Morrison e i The Doors, e le band si chiamassero ancora allo stesso modo, di sicuro nessuno avrebbe niente da ridire sulla loro credibilità. Del resto di casi così, in cui i tribute band portano in giro il pubblico, ce ne sono parecchi. Per esempio The Jimi Hendrix Experience senza Jimi Hendrix o la James Brown band senza James Brown. Penso che la gente dovrebbe pensarci bene prima di dare i propri soldi per un concerto. Quindi state attenti ai vari tribute band (risate)!

Rockline: Grazie, Ian. È stato un onore particolare poterti intervistare. Un sacco di fortuna per le prossime date del tour estivo.

Ian: Grazie, ragazzi. Sono contento di avervi conosciuti. Auguro un sacco di fortuna anche a voi con la vostra parte musicale.

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