Steve Hackett in intervista per RockLine (2009)

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Luogo: Slovenj Gradec, Slovenia
Data dell’intervista: 17.07.2009

Steve Hackett è diventato famoso soprattutto come chitarrista dei Genesis, band in cui è entrato nel 1970 e con cui ha registrato sei album in studio. Dopo Wind and Wuthering ha mollato tutto e ha lasciato il gruppo, e da lì è partita una carriera solista varia e sfaccettata che va avanti ancora oggi. Nel frattempo ha fatto parte anche del supergruppo GTR (con Steve Howe) e da poco suona insieme alla band ungherese Djabe. Non c’è dubbio: stiamo parlando di uno dei chitarristi più grandi e influenti di sempre. È stato un onore poterci parlare prima del suo concerto con i Djabe a Slovenj Gradec.

RockLine: Come stai?
Steve Hackett: Ok. Molto bene, grazie.

RockLine: Puoi raccontarmi qualcosa dei Djabe? Cosa ti ha colpito della loro musica?
Steve Hackett: Per cominciare ho collaborato con Attila, che distribuiva un mio album solista in Ungheria. Quando sono venuti a suonare a Londra, ho suonato con loro. È stato tutto molto leggero, libero, e l’esperienza mi è piaciuta. Ho pensato che sarebbe stato bello rifarlo. Più tardi mi hanno chiamato perché il loro percussionista (Sipos Andras) era morto. A Budapest hanno fatto un concerto in suo onore e ho suonato anch’io. Ho suonato chitarra elettrica e classica. Sul palco c’era un sacco di gente che andava e veniva di continuo. Il concerto è stato davvero bello. Un’esperienza splendida, con un’atmosfera carica di emozioni. Con loro mi diverto anche a suonare l’angklung. Ogni concerto è diverso. A volte suono e non so cosa succederà dopo. È davvero imprevedibile. In pratica improvvisiamo, quindi abbiamo tantissima libertà. Nella loro musica si sente jazz, world music, fusion, un po’ di progressive. Secondo me nello spirito è jazz, ma si sente anche la musica rom e l’improvvisazione. Tutte cose che abbiamo in comune.

RockLine: Quindi ti diverti a suonare con loro?
Steve Hackett: Sì. Suoniamo insieme ormai da un bel po’. Ho fatto parecchi concerti con loro. Di recente ero in tour con la mia band e ho suonato anche in quelle date. Con la mia formazione la settimana prossima parto per un tour in Italia. Con i Djabe suoniamo ancora a Graz, in Austria. A Dubrovnik ci siamo già stati ed è stato bellissimo, visto che non c’ero mai stato.

RockLine: Eri già stato in Slovenia?
Steve Hackett: No, è la prima volta?

RockLine: Nemmeno con i Genesis?
Steve Hackett: No, nemmeno con loro.

RockLine: Ho notato che suoni spesso in Italia. Vuol dire che hai un legame particolare con l’Italia?
Steve Hackett: Sono molto legato all’Italia, e penso che gli italiani rispettino non solo quello che suoniamo oggi, ma anche le idee che avevamo con i primi Genesis. È stata la prima area a rispondere davvero ai Genesis. Lì sono diventati famosi prima che in qualsiasi altro posto.

RockLine: Un po’ come i Van Der Graaf Generator.
Steve Hackett: Direi di sì.

RockLine: Ti dà mai fastidio che la gente parli ancora di te come del chitarrista dei Genesis?
Steve Hackett: No, anzi, mi fa piacere. È stata una parte importante della mia crescita e la musica che ho suonato con i Genesis mi sta ancora molto a cuore. C’erano buone idee, bravi musicisti, belle canzoni e anche ottimi amici.

RockLine: Quindi non vi siete lasciati male?
Steve Hackett: No, per niente. Penso che all’epoca fossimo tutti convinti fosse la mossa giusta. Ci rispettiamo tutti, come musicisti e come persone.

RockLine: E la reunion dei Genesis? Sei andato a vedere qualche concerto?
Steve Hackett: No, non li ho visti, ma ho sentito che erano molto buoni. Sono contento che sia successo. Con Peter Gabriel abbiamo parlato della possibilità di rifare The Lamb Lies Down on Broadway. Magari un giorno, ma per ora siamo troppo presi da altre cose.

RockLine: Secondo te è una buona idea tornare indietro di 35 anni o preferiresti andare avanti e fare qualcosa di completamente nuovo?
Steve Hackett: È una questione interessante, no? Penso che per i musicisti che devono rimettersi in gioco il nuovo sia sempre la scelta migliore. Il musicista guarda sempre avanti, ogni volta cerca di creare qualcosa di nuovo. Il pubblico invece vuole sempre avere di nuovo sedici anni, quindi l’accento è sempre sul passato, per godersi la musica che ascoltavi quando eri giovanissimo. Anch’io ascoltavo certi artisti da ragazzo e quella musica per me vale più di qualsiasi cosa potrebbero fare oggi, perché voglio tornare all’adolescenza, quando gli ormoni impazziscono e sogni a occhi aperti di continuo.

RockLine: E la musica dei Genesis c’entrava qualcosa con gli ormoni?
Steve Hackett: Beh, tutto quello che facevamo con i Genesis era completamente asessuato. Prendevamo tutto dai libri, senza passione.

RockLine: I vestiti di Peter Gabriel, poi, erano particolarmente asessuati.
Steve Hackett: Esatto.

RockLine: So che all’epoca ci furono parecchi scontri per i costumi di Peter. Tu eri tra quelli contrari a quello che faceva?
Steve Hackett: Non mi sono mai lamentato. Penso che fosse necessario che lo facesse, perché suonavamo una musica molto ostica che non piaceva quasi a nessuno, finché lui non ha iniziato a travestirsi e a quel punto, di colpo, la musica è piaciuta a tutti. È fondamentale avere un frontman capace di parlare agli ormoni del pubblico, e anche di mandarli in confusione.

RockLine: Però i Genesis non sono mai stati popolari con Peter come lo sono stati con Phil alla voce.
Steve Hackett: Con Peter non eravamo così popolari. In quattro siamo andati un po’ meglio, e in tre il successo è stato ancora più grande. Ma oggi, quando la gente si interessa ai Genesis, è soprattutto curiosa di sapere cosa facevamo quando eravamo in cinque. L’interesse è concentrato su quel periodo per via delle capacità dei singoli. Oggi lo si apprezza di più di quando era attuale, come succede spesso in tutti i rami dell’arte creativa.

RockLine: Non trovi ironico che abbiate avuto il massimo del successo dopo esservi separati? Peter è stato popolarissimo da solista, tu hai avuto un bel successo con i GTR e i Genesis hanno raccolto altrettanto con album come Invisible Touch.
Steve Hackett: Se vuoi avere dei successi, di solito ti becchi anche il gioco che ci va dietro. E di solito significa compromessi, ma io i compromessi in musica non li sopporto, altrimenti faremmo tutti cose approvate dalle corporation. Penso sia importante restare aperti al nuovo. Interessante, vero? Hai a che fare con mitologie in continuazione. A volte il pubblico abbraccia il lavoro di un artista, a volte lo rifiuta. A volte sono gli artisti stessi a dire: “Ho fatto questo album ed era una schifezza. Non ha funzionato niente.” Il pubblico può pensare che sia divino, mentre l’artista lo vive come un inferno. Succede lo stesso con i concerti dal vivo, perché nessuno sa cosa pensa la gente mentre sei sul palco. Ma tu suoni?

RockLine: Ogni tanto sì, ma sono piuttosto scarso.
Steve Hackett: Ma ti diverti?

RockLine: Io sì, ma credo che non si diverta nessun altro.
Steve Hackett: Davvero? Beh, secondo me la cosa più importante è divertirti tu in quello che fai. Io mi sono divertito di più con la chitarra quando sapevo suonare solo tre accordi. Non avevo tecnica, ma già solo le basi mi entusiasmavano da morire. Più sai fare, più vuoi saper fare. È una ricerca infinita. Non riuscirai mai a fare tutto quello che vorresti. È impossibile.

RockLine: Prima parlavi di compromessi. Ne hai dovuti fare tanti nelle band in cui hai suonato, come i Genesis e i GTR?
Steve Hackett: Credo di sì. Penso che i compromessi ci siano stati perché cerchi di lavorare in situazioni dove alcune personalità sono più difficili di altre. Ho sempre sentito di dover essere io il collante e di dover tirare fuori il meglio dagli altri. Quando si tratta dei miei contributi nel gruppo sono sempre stato per niente competitivo, perché se sento qualcuno suonare qualcosa di fantastico, glielo dico. Credo sia molto importante, a prescindere dall’età dei musicisti.

RockLine: Quindi non proveresti mai a sostituire qualcosa con una tua parte?
Steve Hackett: No. Almeno spero di no. Penso che una band sia forte solo quanto lo sono i singoli. Ognuno deve lasciare agli altri abbastanza spazio perché possiamo brillare tutti insieme.

RockLine: E la tua carriera solista? Hai suonato con un sacco di musicisti. Come ti adatti al modo di suonare di ciascuno?
Steve Hackett: Penso che nella musica sia sempre questione di adattamento. Di recente ho registrato un album di chitarra classica, Tribute, dove suono composizioni di Bach. Sono stati i pezzi più difficili che abbia mai suonato, ma ne è valsa la pena, perché la musica è spettacolare. Per Bach ho una passione che dura da una vita, e quello che cerco di ottenere con i miei progetti classici lui l’aveva già raggiunto tanti anni fa. È una musica meravigliosa perché la puoi usare ovunque. Non importa su che strumento la suoni. Suona benissimo su qualsiasi strumento. Credo che tutti i musicisti aspirino a comporre cose così.

RockLine: Nei Genesis eri conosciuto soprattutto come chitarrista elettrico. Come hai scoperto l’amore per la chitarra classica?
Steve Hackett: Sono cresciuto con i Beatles, gli Stones e l’r’n’b, poi a 15 anni ho sentito Segovia suonare Bach con la chitarra classica, e così ho sempre avuto due interessi nella musica. Uno era la possibile carriera, cioè la roba elettrica, ma non pensavo che una band potesse integrare influenze classiche, roba medievale, perfino un po’ di flamenco, che ultimamente faccio più spesso, soprattutto nel nuovo album. Con le band che hanno cominciato a spuntare tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 ho visto che influenze del genere erano possibili. In una sola band si potevano mettere insieme classica, jazz, pop, rock, blues e persino umorismo. Mi ritengo fortunato a essere nato in un’epoca in cui la musica non veniva banalizzata. Negli anni ’50, quando crescevo, il mix di generi nella musica non esisteva proprio. O avevi l’opera, o avevi la musica leggera. Il rock stava appena nascendo dal blues. Ho avuto la fortuna di vivere in un periodo in cui non sembrava sbagliato infilare in una sola canzone tutta la storia della musica e per giunta sfiorare anche il futuro. In un certo senso era surreale e magico allo stesso tempo.

RockLine: I Genesis hanno soddisfatto per te entrambi questi aspetti?
Steve Hackett: A dire il vero non sono mai del tutto soddisfatto, e non lo sono mai stato con nessuna band. Quando hai sogni musicali, li rincorri sempre, e posso essere fiero di tanti album che ho fatto, con i Genesis, da solo e con altri, ma ho un’anima inquieta e nomade, quindi sento sempre il bisogno di viaggiare e di vivere culture diverse in posti diversi. Voglio studiare l’ambiente, la cultura, le differenze musicali. Mi sento sempre attratto verso Oriente. Anche con i Djabe c’è qualcosa del genere, un retrogusto, soprattutto con Feri, il violinista, che suona anche la tromba.

RockLine: Influenze rom.
Steve Hackett: Sì, nel suo modo di suonare c’è davvero qualcosa di rom, e registra album molto interessanti di musica rom, con un violino appassionato e selvaggio. È molto interessante e quando suono con loro ogni concerto è diverso. A volte mi sembra di aver suonato benissimo, altre di non aver azzeccato niente. Mi giudico sempre in modo molto umano. Sono sempre alla caccia della perfezione musicale.

RockLine: Prima parlavi di un album solista. Si profilano due progetti, giusto?
Steve Hackett: Faremo un album rock con tanti stili diversi. Uscirà anche in un’edizione speciale con del materiale dal vivo, ma sarà con la mia band. Sono sicuro che continuerò a collaborare anche con i Djabe. Ci saranno tante cose diverse. Non riesco a pensare a un altro album.

RockLine: E il progetto Squackett?
Steve Hackett: Ah già, la cosa con Chris Squire (Yes). Abbiamo lavorato insieme a parecchie cose. Spero che lavoreremo insieme ad agosto, quando lui verrà in Inghilterra. Anche lui adesso è preso da un tour in America. Viviamo in paesi diversi, ma abbiamo già creato insieme della musica ottima. Non vedo l’ora.

RockLine: Di recente sono uscite le ristampe degli album dei Genesis. Come ti sembrano quelle dei dischi in cui hai suonato?
Steve Hackett: Penso che la produzione sia decisamente migliore e anche i mix suonano meglio, soprattutto la batteria. Io vorrei sempre cambiare tutto. Quegli album sono i prodotti di una band giovanissima, in un periodo in cui cercavamo il modo di esprimerci. Abbiamo creato qualcosa di molto speciale, ma non perfetto. Non bisogna aspettarsi la perfezione. A me, per esempio, piacciono i Beatles. Non cerco la perfezione in loro, voglio solo avere di nuovo quell’età. Li sento con le orecchie di allora. Perdono tutto, perché quella musica era così ricca e una parte così importante della mia vita, come per alcune persone lo sono i Genesis.

RockLine: Forse sono proprio le imperfezioni a renderla interessante.
Steve Hackett: Penso che l’imperfezione stia nel sapere che ci siamo faticati tutti, con quella musica. Così altri musicisti possono dire: “Posso farlo anch’io, e meglio di loro.” C’è sempre un invito, il testimone passa sempre ai musicisti e ai cantanti più giovani.

RockLine: Qualcuno della band ha influenzato il suono delle nuove uscite o è stato tutto merito di Nick Davis?
Steve Hackett: A dire il vero ho lasciato che Nick facesse il suo lavoro. Ogni tanto gli suggerivo qualcosa, ma in generale ha fatto un buon lavoro e sento anche più chitarra di prima. Penso che gli piacciano le chitarre in primo piano e secondo me funziona bene. Ma hai sia le vecchie edizioni sia le nuove. Presto usciranno anche nuove edizioni di registrazioni dal vivo.

RockLine: Hai già sentito Seconds Out?
Steve Hackett: Sì, certo.

RockLine: La tua chitarra è un po’ più alta, visto che nell’originale era piuttosto bassa?
Steve Hackett: Beh, non li ho ancora confrontati uno accanto all’altro, ma mi sembra che suonino piuttosto simili.

RockLine: Ancora una domanda. Puoi dirmi qualcosa sulle tue ispirazioni musicali? A volte è anche la poesia, la letteratura?
Steve Hackett: Mi ispira tutto questo, perché sulla musica possono influire tantissime cose. Penso che molti cantanti siano famosi per la loro poesia. Allo stesso tempo credo che esista una specie di cospirazione che cerca di convincerci di cosa può fare una persona, e noi dobbiamo cambiare quell’idea. Prendi Bob Dylan. Dicevano tutti che non sapeva cantare, poi ha registrato Nashville Skyline con una voce completamente diversa. Quindi, parte di quello che ho fatto in passato era legato alla poesia. Penso che l’eroismo chitarristico sia limitante. Non so quanto spesso riuscirei ad ascoltare un intero album di chitarra elettrica. Lo ascolto per cercare di rubare qualcosa, come una specie di glossario, ma se vuoi un’opera musicale a tutto tondo devi avere canzoni forti e arrangiamenti eccezionali, come se tutti gli strumenti parlassero tra loro e facessero esattamente la cosa giusta al momento giusto. Con la mia musica cerco di creare qualcosa del genere.

RockLine: Grazie.
Steve Hackett: Grazie a te.

Foto: Ivana Kisegi

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Steve Hackett è diventato famoso soprattutto come chitarrista dei Genesis, band in cui è entrato nel 1970 e con cui ha registrato sei album in studio. Se n’è andato dopo Wind and Wuthering, e da lì è partita una carriera solista estremamente versatile che prosegue ancora oggi. Nel frattempo è stato anche membro del supergruppo GTR (con Steve Howe) e da poco suona insieme alla band ungherese Djabe. Non c’è dubbio che sia uno dei chitarristi migliori e più influenti di sempre. È stato un onore poterci parlare prima del suo concerto con i Djabe a Slovenj Gradec.

RockLine: Come stai?
Steve Hackett: Ok. Molto bene, grazie.

RockLine: Puoi raccontarmi qualcosa dei Djabe? Cosa ti ha colpito della loro musica?
Steve Hackett: Allora, per prima cosa ho lavorato con Attila, che distribuiva un mio prodotto solista in Ungheria. Poi, quando suonavano a Londra, ho fatto una jam con loro. È stato molto facile, molto libero e l’esperienza mi è piaciuta. Ho pensato che sarebbe stato bello rifarlo prima o poi. Più tardi mi hanno telefonato perché il loro percussionista (Sipos Andras) era morto. C’è stato un concerto commemorativo a Budapest e ho suonato anch’io. Facevo un po’ di chitarra elettrica e un po’ di classica. Sul palco c’era un sacco di gente che andava e veniva di continuo. È stato un concerto molto bello. Un’esperienza splendida e l’atmosfera era davvero carica di emozione. Con loro mi piace anche suonare questi angklung. Ogni concerto è diverso. A volte suono e mi chiedo cosa succederà dopo. È molto imprevedibile. È soprattutto improvvisato, quindi è molto libero. Ci sono aspetti di jazz, world music, fusion, un po’ di progressive. Penso che sia jazz nello spirito, ma c’è anche un lato gitano e l’improvvisazione. Quindi condividiamo tutte queste cose.

RockLine: Quindi ti diverti a suonare con loro?
Steve Hackett: Sì. Suoniamo insieme da un bel po’. Ho fatto parecchi concerti con loro. Di recente ero in tour con la mia band e ho fatto quelle date. La settimana prossima parte il nostro tour in Italia. Abbiamo un concerto qui con i Djabe e un altro a Graz, in Austria. A Dubrovnik l’abbiamo già fatto. Era molto bello. Non ero mai stato a Dubrovnik.

RockLine: Eri già stato in Slovenia?
Steve Hackett: No, è la prima volta?

RockLine: Non ci eri mai venuto con i Genesis?
Steve Hackett: No, è la prima volta.

RockLine: Noto che vai spesso in Italia. Vuol dire che hai un debole per l’Italia?
Steve Hackett: Ho un debole enorme per l’Italia e penso che l’Italia ce l’abbia per noi, non solo per le cose che suoniamo oggi, ma per le idee che avevamo con i primi Genesis. È stato davvero il primo territorio a rispondere ai Genesis in modo davvero grande. I Genesis sono diventati una band famosa lì prima che in qualsiasi altro posto.

RockLine: Lo stesso vale per i Van Der Graaf Generator.
Steve Hackett: Credo di sì.

RockLine: Ti dà mai fastidio che la gente parli ancora di te come del chitarrista dei Genesis?
Steve Hackett: No, sono felice di essere conosciuto come il chitarrista dei Genesis. È stata una parte importante della mia crescita e sono ancora molto legato alla musica che ho fatto con i Genesis. C’erano un sacco di buone idee, bravi musicisti, belle canzoni e anche ottimi amici.

RockLine: Quindi non vi siete lasciati male?
Steve Hackett: No, non ci siamo lasciati male. Penso che fosse qualcosa che sentivamo tutti giusto. Ci rispettiamo tutti, musicalmente e come persone.

RockLine: E la reunion? Hai visto qualcuno di quei concerti?
Steve Hackett: Non l’ho visto, ma ho sentito che era molto bello. Sono molto contento che sia successo. A un certo punto parlavamo tutti con Peter Gabriel per vedere se avrebbe fatto qualcosa come The Lamb Lies Down on Broadway. Magari un giorno, ma al momento siamo troppo impegnati con altre cose.

RockLine: Pensi sia una buona idea rivisitare roba fatta 35 anni fa o preferiresti guardare al futuro e fare qualcosa di totalmente nuovo?
Steve Hackett: È molto interessante, vero? Penso che per i musicisti che devono reinventarsi il nuovo sia sempre meglio. Il musicista guarda sempre avanti, cerca di creare qualcosa di nuovo ogni volta. Il pubblico vuole sempre avere di nuovo sedici anni, quindi c’è sempre un’enfasi sul passato, con lo scopo di godersi la musica che ascoltavi da giovanissimo. Ci sono artisti che ascoltavo da ragazzino e quella musica per me significa più di qualsiasi cosa potrebbero fare oggi, perché vuoi tornare all’adolescenza, dove gli ormoni sono impazziti e i sogni arrivano a valanga.

RockLine: Quindi la musica dei Genesis c’entrava qualcosa con gli ormoni?
Steve Hackett: Beh, tutto quello che facevamo con i Genesis era completamente asessuato. Tutto imparato dai libri, nessuna passione.

RockLine: I costumi di Peter Gabriel erano particolarmente asessuati.
Steve Hackett: Esatto.

RockLine: So che all’epoca ci furono molti conflitti per i costumi di Peter. Eri uno di quelli contrari a quello che faceva?
Steve Hackett: Non mi sono mai lamentato. Pensavo fosse molto necessario che Pete lo facesse, perché suonavamo una musica molto difficile che a nessuno piaceva davvero, finché lui non ha cominciato a travestirsi e di colpo a tutti ha iniziato a piacere la musica. È molto importante avere un frontman capace di parlare agli ormoni della gente, di confondere gli ormoni.

RockLine: Ma i Genesis non sono mai stati popolari con Peter come con Phil alla voce.
Steve Hackett: Con Peter non era così popolare. Con noi quattro era un po’ più popolare. Con i tre è stato ancora più popolare. Ma adesso, quando la gente guarda ai Genesis, è soprattutto interessata a quello che abbiamo fatto quando eravamo in cinque. L’interesse principale è in quell’area per quello che hanno fatto i singoli. Oggi lo si apprezza di più di quando era attuale, come succede spesso con le cose in tutti i rami dell’arte creativa.

RockLine: Non trovi forse ironico che abbiate avuto tutti il massimo del successo dopo esservi separati? Peter ha avuto una carriera solista enorme, tu hai avuto un album di successo con i GTR e i Genesis sono stati giganteschi con roba come Invisible Touch.
Steve Hackett: C’è qualcosa che va a braccetto con l’avere dei successi. C’è un gioco che li accompagna ed è in parte fatto di compromessi. Ma io preferisco non scendere a compromessi con la musica, altrimenti faremmo sempre cose commercialmente sostenibili per le corporation. Penso sia importante essere aperti a qualcosa di nuovo. È interessante, no? Hai a che fare con mitologie in continuazione. A volte il pubblico abbraccia il lavoro di un artista e a volte lo rifiuta. A volte sono gli artisti stessi a dire: “Ho fatto quell’album ed era terribile. Non ha funzionato niente.” Il pubblico può pensare che sia celestiale, mentre l’artista può trovarlo infernale. È lo stesso con un concerto dal vivo, perché nessuno sa cosa pensa la gente mentre sei sul palco. Ma tu suoni?

RockLine: Suono ogni tanto, ma sono piuttosto scarso.
Steve Hackett: Però ti diverti?

RockLine: Io mi diverto, ma non credo che si diverta nessun altro.
Steve Hackett: Davvero? Beh, penso che la cosa più importante sia divertirti in quello che fai. Credo di essermi divertito più di tutto con la chitarra quando riuscivo a suonare solo tre accordi. Nessuna tecnica, ma riuscire a gestire le basi era per me emozionantissimo. Più sai fare, più vuoi saper fare. È una ricerca senza fine. Non puoi mai fare tutto quello che vorresti davvero. È impossibile.

RockLine: Prima parlavi di compromessi. Hai dovuto farne tanti nei progetti di gruppo di cui facevi parte, come Genesis e GTR?
Steve Hackett: Penso di sì, penso che ci siano stati compromessi perché cerchi di lavorare in situazioni dove alcune personalità sono più volatili di altre. Ho sempre sentito che il mio ruolo era essere il collante e cercare di tirare fuori il meglio dagli altri. Per quanto riguarda i miei contributi, in un gruppo sono sempre stato molto poco competitivo, perché se qualcuno suona qualcosa che suona benissimo, gli dico sempre che ha suonato qualcosa di davvero bello. Penso sia molto importante, a prescindere dall’età dei musicisti.

RockLine: Quindi non proveresti mai a sostituire qualcosa con una tua parte?
Steve Hackett: No. Spero di no. Penso che una band sia forte solo quanto lo sono tutti i singoli. Vi concedete tutti a vicenda quello spazio per poter brillare insieme.

RockLine: E la tua carriera solista? Negli anni hai suonato con un sacco di musicisti diversi. Come ti adatti al modo di suonare di ciascuno?
Steve Hackett: Penso che la musica sia tutta questione di adattamento. Ho registrato un album di musica per chitarra classica, intitolato Tribute, con pezzi di Bach, e li ho trovati i più difficili tra tutti quelli che ho fatto, ma pensavo che ne valesse la pena perché la musica è spettacolare. La musica di Bach è una passione di una vita per me e quello che cerco di fare nel linguaggio classico aspira sempre alla stessa condizione che la sua musica aveva già raggiunto tanti anni fa. È una musica meravigliosa perché la puoi trasporre. È indifferente allo strumento su cui viene suonata. Suona splendidamente su tutto. Penso che tutti i musicisti aspirino a scrivere composizioni così.

RockLine: Nei Genesis eri conosciuto prima di tutto come chitarrista elettrico. Come hai scoperto il tuo amore per la chitarra classica?
Steve Hackett: Tanti anni fa sono cresciuto ascoltando i Beatles e gli Stones e l’r’n’b, poi a 15 anni ho sentito Segovia suonare Bach con la chitarra classica, quindi ho sempre avuto due interessi nella musica. Uno era una possibile mossa di carriera, cioè tutta la roba elettrica, ma non pensavo che una band sarebbe riuscita a incorporare le influenze classiche, la roba medievale, perfino un po’ di flamenco, che ho fatto un po’ di più, soprattutto in questo nuovo album che ho appena finito. Quello che ho scoperto con le band che hanno cominciato ad apparire tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 è che influenze di quel tipo erano possibili. All’interno di una sola band era possibile includere influenze classiche, jazz, pop, rock, blues e anche umorismo. Sono stato molto fortunato a nascere in un’epoca in cui la musica non era banalizzata. Negli anni ’50, quando crescevo, la fusion in musica non esisteva proprio. O c’era l’opera o c’era la musica leggera. Il rock stava appena nascendo dal blues. Sono stato fortunato a esserci in un periodo in cui non era considerato di cattivo gusto, nel corso di una sola canzone, percorrere l’intera storia della musica e toccare anche un po’ di futuro. Quindi, in questo senso, era sia surreale sia magico.

RockLine: Quindi i Genesis hanno soddisfatto per te entrambi questi aspetti?
Steve Hackett: Beh, a dire il vero non sono mai stato davvero del tutto soddisfatto, e non sono mai stato del tutto soddisfatto con nessuna band. Quando continui ad avere sogni musicali, li insegui sempre, e posso essere fiero di tanti album che ho fatto, con i Genesis, da solo e con altri, ma sono uno spirito nomade e inquieto e sento il bisogno di viaggiare e di vivere le culture di tanti posti, di esaminare il territorio, la cultura, le differenze musicali. Mi sento sempre attratto verso Oriente, in un certo senso, di continuo. Anche con i Djabe c’è un aspetto, una corrente sotterranea, soprattutto con Feri, il violinista, che suona anche la tromba.

RockLine: Le influenze gitane.
Steve Hackett: C’è qualcosa di gitano lì dentro, sì, e lui fa album gitani molto interessanti con un violino molto appassionato e selvaggio. È molto interessante e quando suono con loro ogni concerto è diverso. A volte mi sembra di aver suonato molto bene con loro e altre volte mi sembra di non aver fatto niente di giusto. Ho sempre una valutazione molto umana. Sono sempre a caccia della perfezione musicale.

RockLine: Prima parlavi del tuo album solista. Hai due progetti in arrivo, giusto?
Steve Hackett: Abbiamo in arrivo un album rock, con tanti stili diversi. Ne uscirà anche un’edizione speciale, che contiene anche del materiale dal vivo, ma questo è con la mia band. Sono sicuro che continuerò a fare cose con i Djabe. Ci saranno tante cose diverse. Non riesco a pensare a un altro album.

RockLine: E la storia di Squackett?
Steve Hackett: Ah sì, la cosa con Chris Squire. Io e lui abbiamo un po’ di cose a cui stiamo lavorando. Spero di lavorare con lui ad agosto, quando sarà in Inghilterra. Anche lui è impegnato in tour negli Stati Uniti. Quindi viviamo in paesi diversi, ma abbiamo fatto insieme della musica fantastica. Non vedo l’ora.

RockLine: Abbiamo avuto le ristampe degli album dei Genesis. Quanto sei soddisfatto di quelle dei dischi in cui hai suonato?
Steve Hackett: Penso che la produzione suoni molto meglio adesso e anche i mix suonano molto meglio, la batteria in particolare. Io voglio sempre cambiare tutto. Gli album sono prodotti di una band giovanissima, in un periodo in cui facevamo fatica a esprimerci. Abbiamo fatto qualcosa di molto speciale, ma non perfetto. Non bisogna cercare la perfezione. Mi piacciono i Beatles, per esempio. Non cerco la perfezione in loro, ma voglio avere di nuovo quell’età. La sento con le orecchie di allora. Le perdono tutto, perché era così ricca e una parte così importante della mia vita, come credo siano i Genesis per tanta gente.

RockLine: Forse sono le imperfezioni a renderla interessante.
Steve Hackett: Penso che l’imperfezione stia nel sapere che stavamo tutti faticando per farcela. Rende possibile ad altri musicisti dire: “Ehi, potrei farlo anch’io e potrei farlo meglio di loro.” C’è sempre l’invito, il testimone passa sempre ai musicisti e ai cantanti più giovani.

RockLine: Qualcuno della band ha influenzato i mix o è stato solo Nick Davis?
Steve Hackett: A dire il vero ho lasciato fare a Nick. A volte suggerivo una cosa o due, ma in generale fa un ottimo mix e sento molta più chitarra di quando l’avevo fatto all’origine. Penso che gli piaccia avere le chitarre un po’ più alte e funziona molto bene. Ma hai sia i vecchi mix sia quelli nuovi. Sta per uscire anche un cofanetto dal vivo.

RockLine: Hai già sentito Seconds Out?
Steve Hackett: Sì, l’ho sentito.

RockLine: Quindi la tua chitarra adesso è più alta, visto che nel mix originale era piuttosto bassa?
Steve Hackett: Beh, non li sto suonando uno accanto all’altro, ma penso che suoni piuttosto simile ai mix di prima.

RockLine: Ancora una domanda. Puoi dirmi qualcosa sulle tue ispirazioni musicali? A volte sono la poesia, la letteratura?
Steve Hackett: Sono tutte queste cose, perché ci sono tantissimi modi di influenzare la musica. Penso che molti cantanti siano più conosciuti per la loro poesia. Allo stesso tempo penso che ci sia quasi una specie di cospirazione che fissa l’idea di tutti su cosa fa una persona e sta a tutti noi cambiare quell’idea. Come Bob Dylan. Tutti dicevano che non sapeva cantare e poi ha fatto National Skyline con una voce completamente diversa, quindi parte di quello che ho fatto in passato è stato legato alla poesia. Penso che l’eroismo chitarristico possa essere molto limitante. Non so quanto spesso mi siederei ad ascoltare un intero album di chitarra elettrica. Lo ascolterò per prenderne spunti, come un glossario di termini, ma per avere un’opera musicale pienamente compiuta devi avere canzoni potenti, arrangiamenti squisiti, quasi come se tutti gli strumenti parlassero tra loro e facessero esattamente la cosa giusta al momento giusto. Quindi è questo il mio obiettivo.

RockLine: Grazie.
Steve Hackett: Grazie a te.

Foto: Ivana Kisegi

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