Moonmadness

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Camel
Etichetta: Decca Records
Uscita: 1976
Voto: 5/5

“Moonmadness” è il quarto e ultimo album dei Camel a contenere ancora la formazione originale e classica della band (cioè Latimer, Bardens, Ferguson e Ward). Dopo l’uscita del loro capolavoro strumentale e concettuale “The Snow Goose” (1975), con “Moonmadness” il gruppo ha deciso di tornare a un approccio più accessibile per la maggior parte degli ascoltatori: i vocali sono rientrati nella maggior parte dei brani, il numero delle tracce è stato ridotto e sono tornate un paio di composizioni di respiro epico con il sound tradizionale dei Camel. Come “The Snow Goose”, anche “Moonmadness”, pur non essendo ufficialmente un concept album, ha un tema centrale che si basa sulle caratteristiche musicali dei profili personali dei singoli membri della band. I vari brani si ispirano così alle loro personalità individuali: “Air Born” incarna il cantante, chitarrista e flautista Andrew Latimer, “Lunar Sea” il batterista Andy Ward, “Chord Change” il tastierista Peter Bardens e “Another Night” il bassista Doug Ferguson. Allo stesso tempo, l’album è attraversato da una specie di fascinazione della band per la Luna e per i viaggi spaziali. Su “Moonmadness” i Camel, oltre a rimettere le voci, hanno in gran parte abbandonato i tappeti orchestrali che avevano definito il disco precedente, per tornare al loro marchio di fabbrica: l’intreccio stratificato di chitarra, flauto e tastiere. Con il ritorno alla loro direzione tradizionale, qua e là il gruppo si concede volentieri anche incursioni nel jazz fusion, soprattutto dove emergono la sezione ritmica e le tastiere. Nel complesso “Moonmadness” è un album più accessibile del suo predecessore, ma contiene anche molti brani che figurano tra le cose più rifinite della band. In questo modo “Moonmadness” si è riavvicinato al sound e all’atmosfera che contraddistinguevano i loro primi due album, i classici “Camel” (1973) e “Mirage” (1974), mentre il gruppo ha limato ancora di più il proprio potenziale.

L’album si apre con un breve strumentale, “Aristilus”, basato sui sintetizzatori elettrici di Bardens, che creano un senso di slancio epico. Giusto per curiosità: Aristillo era un astronomo dell’antica Grecia che, insieme a Timocari, realizzò il primo catalogo stellare (intorno al 300 a.C.) e lavorò anche nella biblioteca di Alessandria. Gli è intitolato anche un cratere sulla Luna, ed è stato proprio quello a ispirare la band nel comporre questo pezzo. Segue il contrasto con il classico epico “Song Within a Song”, che contiene il meglio della musica offerta da quel fenomeno sinfonico chiamato Camel. Un’atmosfera spaziale di intensità e melodia straordinarie, evocata dal flauto e dalla voce di Latimer (qui in realtà per lo più dominio di Ferguson) e dall’ampia tavolozza di mellotron e organo Hammond di Bardens, che in un attimo portano l’ascoltatore nelle profondità dell’universo. Nel frattempo una sezione ritmica solida e per lo più dai toni jazzati, qui soprattutto il basso di Ferguson, contribuisce all’intensa melodicità che contraddistingue questa splendida composizione. Col tempo trovano il loro spazio anche gli assoli originali e sottili di Latimer, senza i quali un classico dei Camel è impensabile. “Chord Change” è uno strumentale non strutturato, caratterizzato da una sottigliezza fuori dal comune che emerge dall’intreccio tra gli assoli di Latimer e gli Hammond di Bardens. Al suo interno si possono cogliere anche sfumature di gruppi come Santana e Pink Floyd (a mio avviso due band che hanno influenzato in modo importante l’espressione musicale dei Camel). È un meraviglioso incrocio di elementi di prog sinfonico, space rock e jazz fusion. “Spirit of the Water” è una creazione di Bardens che si apre con un flauto esoterico. Crea un’atmosfera sognante, quasi psichedelica, grazie alla combinazione di pianoforte, synth e voce di Bardens. Un brano bello ma breve, che suona come una creatura dimenticata di “The Snow Goose” e sta qui solo per fare da collante tra i pezzi e garantire all’album un flusso colorato e senza intoppi. Ma prima che ci si addormenti già arriva la travolgente “Another Night”, che mette di nuovo tutto sottosopra. Si apre con un riff incandescente e passa a un’atmosfera epica che, per via dei frammenti di chitarra, è molto vicina al primo prog metal. Latimer qui offre uno degli approcci vocali più energici della sua carriera, mentre Ward alla batteria mostra alcuni dei suoi momenti migliori dell’album. Latimer, come ho già detto più volte nelle recensioni precedenti, è uno dei chitarristi più raffinati del nostro tempo. Con tocchi apparentemente semplici e senza pretese sa tirare fuori dalle dita un’atmosfera straordinaria, capace di portare l’ascoltatore al settimo cielo. Chi ama il lato più duro della loro musica troverà pane per i suoi denti in “Another Night”. “Air Born” è uno dei vertici dell’album e una delle cose migliori della band, dominata per lo più dal flauto e dalla chitarra di Latimer. Un altro contrasto, che rappresenta il lato più luminoso e leggero del gruppo. La composizione migliore dell’album è però di sicuro lo strumentale epico di chiusura, “Lunar Sea”, che senza dubbio rientra tra i lavori migliori della band. È una composizione dall’atmosfera spaziale eccezionale, in cui il genio di tutti i musicisti trova la sua piena espressione, soprattutto quello del tastierista Bardens, che qui supera se stesso. Mentre il basso di Ferguson all’interno del pezzo tira verso il jazz fusion, Bardens con i suoi numerosi effetti sui sintetizzatori tira il brano verso lo space rock, nello stile dei Tangerine Dream. I suoi tappeti sonori e le texture multicolori sulle tastiere creano la sensazione di un atterraggio sulle vaste pianure lunari. Nonostante la durata, l’intensità non cala mai durante l’ascolto di “Lunar Sea”. Senza dubbio è una composizione che è, per così dire, la vera e propria incarnazione del picco creativo della band. Allo stesso tempo, con i suoi tanti elementi jazz, indica la direzione che il gruppo avrebbe preso con l’album successivo. Se l’album si era aperto con la nascita della prima mappa stellare, si chiude con un tranquillo atterraggio sulle vaste pianure lunari (le versioni live di “Lunar Sea” includevano anche registrazioni dell’allunaggio). Come vuole la bella tradizione del rock progressivo, i singoli brani suscitano sempre reazioni e immagini diverse in chi ascolta. Su “Moonmadness” per lo più evocano orizzonti fantastici senza fine, che la splendida copertina di questo album rappresenta meglio di tutto.

Da non dimenticare nemmeno gli ottimi bonus della riedizione. La single version di “Another Night” va bene anche per qualsiasi compilation prog metal e fa risaltare ancora di più la maestria di Latimer. Seguono la demo di “Spirit of the Water”, che in questa forma originale è completamente strumentale, dominata per lo più dal pianoforte, mentre il flauto non era ancora stato registrato. Poi le ottime esecuzioni dal vivo di “Song Within a Song”, “Lunar Sea” e “Preparation/Dunkirk”, una delle perle dell’indimenticabile “The Snow Goose”.

“Moonmadness” è uno dei lavori migliori della band e l’album in cui l’era classica del gruppo ha toccato il suo apice. Si distingue per una costanza fuori dal comune e per l’atmosfera spaziale, ed è per questo che figura tra i migliori album di rock progressivo sinfonico degli anni ’70. Gli appassionati di musica dell’epoca lo seppero apprezzare, tant’è che anche in termini commerciali “Moonmadness” è il loro album piazzatosi più in alto fino a quel momento. Ma tutte le speranze di una maggiore notorietà per la band durarono poco. Il bassista Doug Ferguson se ne andò dopo l’uscita dell’album, in disaccordo con la direzione più jazzata del gruppo, favorita da Latimer e dal batterista Ward. Cominciarono così anche i continui cambi di formazione, che scossero parecchio una band fino ad allora stabile. Secondo le parole di Latimer, fu proprio l’addio di Ferguson, e con esso lo scioglimento della formazione classica, a segnare l’inizio della graduale disintegrazione del gruppo. Gli album che seguirono negli anni successivi, infatti, per lo più non riuscirono a catturare lo spirito originale della band. Eppure “Moonmadness” non è l’ultimo capolavoro del gruppo, ma senza dubbio è il suo ultimo classico, che merita un posto nella collezione di ogni appassionato di prog rock sinfonico.

Formazione

Andy Latimer – chitarra, flauto, voce nelle tracce 2, 5 e 6
Doug Ferguson – basso, voce nella traccia 2
Peter Bardens – tastiere, voce nella traccia 4
Andy Ward – batteria, percussioni, voce nella traccia 1

Produzione

Rhett Davies e Camel

Tracklist

1. Aristilus (1:59)
2. Song Within a Song (6:48)
3. Chord Change (7:18)
4. Spirit of the Water (2:09)
5. Another Night (7:00)
6. Air Born (5:04)
7. Lunar Sea (9:14)

Durata dell’album: 39:32

La riedizione del 2002, uscita per Decca (A Universal Company), contiene 5 bonus track:

Another Night (single version) (3:22)
Spirit Of The Water (demo) (2:13)
Song Within A Song (Live 4-14-1976) (7:11)
Lunar Sea (Live 4-14-1976) (9:51)
Preparation / Dunkirk (Live 4-14-1976) (9:32)

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