Foxtrot

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1972
Voto: 5/5

Se “Nursery Cryme” (1971) era stato il loro primo classico e il disco che aveva finalmente portato alla band l’attenzione che si meritava, “Foxtrot” è un altro passo avanti nella crescita costante del gruppo e uno dei più grandi capolavori del rock progressivo, anzi della musica rock in generale. È anche un disco enormemente influente per tantissime band del genere. Su “Foxtrot” c’è infatti il pezzo più ambizioso di tutta la storia dei Genesis, “Supper’s Ready”, che per molto tempo dopo la sua uscita è diventato il metro di paragone per l’epica di una marea di gruppi prog venuti dopo. Con “Foxtrot”, insomma, i Genesis non erano più solo una band di culto che era riuscita a rendere popolare il “rock col cervello”, ma sono diventati anche una fonte d’ispirazione enorme per le generazioni future di musicisti prog. I testi di Gabriel in questo periodo toccano già il picco della sua produzione con la band. A livello di temi, parlano per lo più del declino (anche spirituale) e della possibile rinascita dell’umanità e dei suoi valori. Tutti questi messaggi sono in qualche modo nascosti dentro epopee apparentemente fantascientifiche e storiche. In generale, tutta la band ha fatto un altro grosso salto in avanti rispetto al disco precedente e su “Foxtrot” ha messo a segno alcune delle sue cose migliori. È un album che di sicuro non è per “la massa”, cioè per l'”omino” medio. Perché l’ascoltatore medio riesca a capire “Foxtrot” almeno un po’, serve un certo livello di profondità intellettuale e di maturità personale (e anche spirituale). Dal punto di vista musicale, poi, la difficoltà che la maggior parte degli ascoltatori “medi” ha con la loro musica sta soprattutto nel fatto che i Genesis non hanno nemmeno un briciolo di radici blues rock, e per questo risultano molto meno accessibili di, che so, Yes o Pink Floyd (giusto per fare un esempio dello stesso genere). Qui è tutto complesso: dalle composizioni ai testi, il tutto costruito su strutture di proporzioni epiche. Per gli ascoltatori esigenti, o meglio maturi, questo album è un obbligo che non può mancare nella collezione di dischi. “Foxtrot” è anche uno di quegli album che ti “elevano”, e ci tornerai sicuramente più volte, per esempio quando cerchi ispirazione creativa.

Il disco si apre con la leggendaria “Watcher Of the Skies”, basata su uno spunto fantascientifico di Arthur C. Clarke. L’introduzione monumentale di organo e mellotron, diventata col tempo una specie di metro di giudizio per quasi tutti i tastieristi del rock progressivo su come si apre in grande stile, è un vero annuncio, l’ouverture di un capolavoro senza tempo. L’intro di Banks sulle tastiere appena citate è grandioso, un classico puro, e si può mettere accanto solo a quella celebre introduzione (e anche conclusione) del film “2001: Odissea nello spazio” (in realtà l’ouverture “Dawn” dalla suite “Also sprach Zarathustra” di Richard Strauss). Segue il ritmo “saltellante” della coppia Rutherford-Collins. L’uso della pedaliera del basso da parte di Rutherford in questo pezzo è magnifico ed è uno dei principali pilastri dell’intera composizione. La voce di Gabriel, che racconta l’arrivo di alieni che scendono sulla Terra e scoprono che non c’è più vita, e che quindi sono finiti anche i crimini dell’homo sapiens, è come sempre estremamente immedesimata e riesce a evocare subito immagini vivide dei temi di cui canta. Nel rock ci sono pochi cantanti con il suo carisma. In tutto il brano si respira un senso di grandiosità e di rivelazione. “Watcher Of the Skies”, pur non essendo mai stato un hit, è dunque uno dei loro più grandi capolavori e per tanto tempo ha aperto i loro concerti.

“Time Table” smorza un po’ l’atmosfera. È a medio tempo e senza dubbio il pezzo più leggero e disteso del disco (insieme allo strumentale acustico di Hackett “Horizons”), con una melodia centrale piacevolissima. Dal punto di vista musicale è costruito soprattutto sul pianoforte, anche se qui la chitarra di Hackett suona piuttosto “affilata”. Parla di come “più le cose cambiano, più restano uguali, ma non dovrebbe andare così!” Di come la storia si ripete: il tempo passa, la tecnologia avanza, ma l’uomo non cambia, resta piccolo, nei suoi eterni abbagli, convinto che proprio la sua epoca sia quella “prescelta”, la più evoluta rispetto alle precedenti. Allo stesso tempo racconta anche il declino dell’impero britannico e la falsa morale inglese, uno dei temi preferiti di Gabriel, a cui si dedicherà fino in fondo nel loro successivo capolavoro in studio. Il pezzo è splendido e ha un finale bellissimo, il migliore possibile.

“Get Em Out By Friday” è un’epopea fantascientifica su alieni che hanno imposto limiti all’altezza degli esseri umani e decidono quanto alti possano essere (li misurano e li controllano regolarmente), il che è a sua volta una metafora del sarcasmo di Gabriel nei confronti della tirannia delle corporation verso il piccolo uomo. È uno dei loro brani più vari (anche per i loro standard), dove ritmi e atmosfere cambiano di continuo. Per non parlare del modo di cantare così vario di Gabriel e della sua fenomenale interpretazione della poesia, oltre a una narrazione eccellente, tra le sue migliori in assoluto. In generale il pezzo ha un’atmosfera al tempo stesso spiritosa e malinconica, e a volte non sai se ridere o piangere davanti a tutto il sarcasmo che lo pervade.

“Can Utility and the Coastliners” (una presa in giro di una società che esalta l’egoismo e l’egomania, ovvero il racconto di un re inglese medievale che, secondo la leggenda, sognava di controllare il mondo ma si rese conto della follia delle sue fantasie) è uno dei migliori epici più brevi della storia della band. La linea ritmica impeccabile di Collins sul sipario sognante delle tastiere di Banks è impeccabile. Gabriel qui usa alcune linee vocali piuttosto alte.

“Horizons” è una breve ma bellissima composizione strumentale di Hackett, che unisce bellezza e intelligenza e dimostra la sua padronanza perfetta della chitarra classica. Suona esoterica, come la maggior parte dei lavori migliori di questo geniale chitarrista. È anche uno dei pochi strumentali di tutta la storia della band e la preparazione ideale per il pezzo successivo. E che pezzo!

“Supper’s Ready” è infatti un’epopea colossale e probabilmente il “magnum opus” della band, difficilissimo da descrivere a parole semplici o con un approccio razionale. È il lavoro più ambizioso della storia del gruppo e, secondo me, una delle composizioni migliori e più grandiose della musica rock del Novecento. Questo brano di oltre 22 minuti è in realtà composto da sette parti, ispirate all’Apocalisse biblica (eh già, in fondo parliamo di una band che si chiama Genesis). Prese singolarmente sarebbero comunque pezzi splendidi, ma come composizione unica formano un capolavoro senza tempo.
La prima parte, intitolata “Lover’s Leap”, si apre come un lamento, dove Gabriel avrebbe trovato ispirazione in una “strana ossessione” di sua moglie, cioè in uno strano episodio vissuto da entrambi in quel periodo. Anche qui Hackett mostra ancora una volta tutta l’eterea delicatezza della sua chitarra acustica.
“The Guaranteed Eternal Sanctuary of Men” si chiude con un ritornello grandioso, che tornerà poi anche alla fine dell’intera epopea.
“Ikhnaton and Iscation and Their Band of Merry Men” smorza di nuovo un po’ l’atmosfera. È anche uno dei momenti in cui Hackett, nel suo assolo magnifico, mostra la tecnica allora rivoluzionaria del “finger tapping”, cioè delle “dita veloci”, qualcosa che i chitarristi rock degli anni 80 avrebbero usato spesso (per esempio Van Halen).
“How Dare I Be so Beautiful?” è una parte lenta e quieta in cui dominano il mellotron e la narrazione di Gabriel, che si chiude con la sua esclamazione, o domanda, “a flower?”.
Segue “Willow Farm”, il cuore dell’epopea e probabilmente la sua parte più celebre, dove Gabriel è di nuovo “nel suo elemento”. I suoi manierismi vocali raggiungono qui il culmine in una vera commedia vocale, tanto che non sai più se rotolarti dalle risate davanti alla sua interpretazione spiritosissima e sarcastica o restare a bocca aperta davanti all’incredibile intelligenza della poesia stessa. Chi non riderebbe davanti a versi come “There’s a Winston Churchill dressed in drag, he used to be a British flag, plastic bag, what a drag”, anche se (come al solito con Gabriel) questi versi significano molto più di una semplice presa in giro. Subito dopo arriva la lunga, drammatica parte strumentale “Apocalypse in 9/8”, dove tornano in primo piano il ritmo ramificato di Collins, le “acrobazie” intelligenti di Hackett sulle corde e le “organate” a dita veloci di Banks. Questa parte è un po’ inquietante e annuncia l’arrivo dell’anticristo, ovvero lo scontro finale tra le forze delle tenebre e della luce.
L’ultima parte, il finale intitolato “As Sure As Eggs Are Eggs (Aching Men’s Feet)”, è la chiusura migliore possibile per un capolavoro, con il ritorno del grandioso ritornello di “The Guaranteed Eternal Sanctuary of Men”. Quando il brano raggiunge il suo apice emotivo e in “lontananza” risuonano i meravigliosi echi di chitarra di Hackett e il mellotron di Banks, arriva finalmente la “rivelazione”, che si chiude con l’annuncio della redenzione, la fine della prova e l’avvento di una nuova “Gerusalemme”, cioè di una nuova era dell’umanità. Per questo, ascoltandola e pensando “se l’apocalisse è così, che venga pure”, ti si può perdonare. La “fine dell’umanità” non ha mai suonato così bene!

Con “Foxtrot” i Genesis erano ormai quasi al culmine del loro periodo creativo e in pochi, allora, credevano che potessero spingersi oltre, eppure sono andati avanti nella loro evoluzione, praticamente oltre i confini dell’immaginabile. “Foxtrot” è un album che è al tempo stesso un classico, uno dei migliori dischi della storia del genere e un lavoro che ha influenzato in modo decisivo un sacco di band future, ed è un obbligo per tutti i veri fan del rock progressivo. 

Formazione

Peter Gabriel – voce, flauto, tamburello, grancassa, oboe
Tony Banks – organo, mellotron, pianoforte, piano elettrico, chitarra acustica a 12 corde, cori
Steve Hackett – chitarra elettrica, chitarra acustica a 12 corde, chitarra acustica a 6 corde
Mike Rutherford – basso, pedaliera del basso, chitarra acustica a 12 corde, violoncello, cori
Phil Collins – batteria, percussioni, cori

Produzione

David Hitchcock

Tracklist

1. Watcher Of The Skies (7:19)
2. Time Table (4:40)
3. Get ‘Em Out By Friday (8:35)
4. Can-Utility And The Coastliners (5:43)
5. Horizons (1:38)
6. Supper’s Ready (22:58)
i. Lover’s Leap
ii. The Guaranteed Eternal Sanctuary Man
iii. Ikhnaton and Itsacon and Their Band of Merry Men
iv. How Dare I Be So Beautiful?
v. Willow Farm
vi. Apocalypse in 9/8 (featuring the delicious talents of Gabble Ratchet)
vii. As Sure as Eggs is Eggs (Aching Men’s Feet)

Durata: 50:33

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