Rajaz

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Camel
Etichetta: Camel Productions
Uscita: 1999
Voto: 5/5

Basta un’occhiata distratta alla copertina per capire che i Camel su “Rajaz” hanno riportato in vita lo spirito “desertico” originale dei loro primi lavori, “Mirage” (1974) in testa, dove le singole composizioni avevano la precedenza sulle creazioni concettuali legate tra loro. Con questo approccio hanno risvegliato l’interesse anche di tutti quelli che non credevano che con i capolavori concettuali “Dust And Dreams” (1991) e “Harbour Of Tears” (1996) fossero tornati quasi ai livelli dei giorni migliori. Con “Rajaz” i Camel hanno dimostrato che ormai per loro non c’è più niente di impossibile e che certi lavori degli esordi, almeno per atmosfera e intensità, non solo si possono raggiungere ma addirittura superare, cosa che all’epoca riusciva a pochissimi loro contemporanei. Andy Latimer, maestro della chitarra e storico leader della band, stavolta è riuscito a realizzare tutte le sue visioni musicali e poetiche costruite attorno all’eredità originaria del gruppo.

Stavolta “Rajaz”, tanto per cambiare, non è concepito come un concept album, ma i singoli brani sono tenuti insieme da un’atmosfera orientaleggiante straordinariamente misteriosa, intrisa di una poesia interessante che in un attimo ti evoca immagini di dune infinite, carovane di cammelli, leggende arabe e, in chiusura d’album, fa rivivere anche lo spirito del leggendario Lawrence d’Arabia. La fonte principale di questa incredibile atmosfera orientale, che porta l’ascoltatore lontanissimo, verso spazi sconfinati, sta nel fatto che gran parte della musica si ispira alle tracce e al passo delle carovane di cammelli, a cui i cavalieri dettavano di continuo un ritmo perfettamente cadenzato mentre attraversavano deserti senza fine. Così la maggior parte degli schemi metrici dell’album segue il ritmo di marcia delle carovane. È un ritmo che avrebbe dovuto aiutare i viaggiatori a trovare più facilmente l’uscita dal deserto e ad arrivare alla meritata destinazione. E tale è anche la musica, e l’atmosfera, di questo album condito di “avventura”, che ti tiene in estasi dall’inizio alla fine attraverso ondate sinfoniche ora quiete e sognanti, ora drammatiche e malinconiche, cariche di scale orientali. Andy e la sua combriccola hanno di nuovo superato le aspettative più folli, perché questo è l’ennesimo disco che “cresce” a ogni nuovo ascolto e trasuda una maturità fuori dal comune.

I singoli brani sono, come al solito, strutturati e arrangiati alla grande, pieni di svolte imprevedibili e allo stesso tempo carichi di melodia. Chi trovava “Harbour Of Tears” un filo troppo malinconico e poetico, su “Rajaz” ritroverà più passaggi strumentali drammatici e imprevedibili, tipici dei Camel classici, di quanti ne avrebbe potuti immaginare. Questa versione dei Camel, che oltre a Latimer e al bassista Colin Bass comprendeva anche il ritorno di Ton Scherpenzeel (Kayak) alle tastiere, Dave Stewart (ex-Fish) alla batteria e Barry Phillips al violoncello, ha creato un disco intriso di un’autentica atmosfera orientale, costruita soprattutto sui sottili scivolamenti di Andy lungo le scale pentatoniche, spesso sostenuti da ottimi arrangiamenti sinfonici di tastiera e da un ritmo intenso. Gran parte dei pezzi è arricchita anche dalla voce eccellente di Latimer, che come cantante fino ad allora aveva raggiunto un nuovo livello di sicurezza. Se ci si può credere, la produzione è migliore che mai e stavolta i singoli strumenti si distinguono con una chiarezza cristallina, in particolare i toni ricchissimi del basso di Colin.

Ad aprire il disco è l’ottimo strumentale “Three Wishes”, con un’introduzione lenta e in crescendo su ampie tende sonore intrecciate alla slide guitar di Andy, che tira fuori i suoi inconfondibili suoni lacrimosi. Poi la fragile melodia iniziale, passando per possenti passaggi di chitarra e tastiere, soprattutto nell’interazione tra Moog e Hammond, sfocia in armonie sognanti tra i due strumenti. I numerosi effetti di tastiera, su un ritmo teso e dalle tinte jazz, alimentano di continuo l’autentica atmosfera orientale, che tocca il vertice con i magici passaggi pentatonici della chitarra di Andy.

Questa composizione magnifica scivola direttamente nella drammatica “Lost And Found”, dove assistiamo a uno dei momenti migliori del disco. Qui si sente che la voce di Andy ha raggiunto un nuovo livello di intensità e, anche se il suo timbro stavolta è incredibilmente simile a quello di David Gilmour (con cui, tra l’altro, condivide anche un approccio affine alla chitarra), ha comunque un suo modo personale e riconoscibile. Anche stavolta l’atmosfera del brano cresce di continuo grazie ai suoi passaggi di chitarra dal sapore epico, che si intrecciano con maestria alle ottime prove alle tastiere. Il ritmo combacia quasi alla perfezione, per atmosfera, con il passo di una carovana di cammelli che scopre nella sabbia un tesoro dimenticato da tempo. Anche stavolta Andy fa largo uso dell’effetto slide, con cui porta il pezzo al climax finale.

Segue la tesa “The Final Encore”, il cui ritmo iniziale in crescendo, intrecciato a numerosi effetti sonori e a drammatiche voci corali di accompagnamento, crea un’atmosfera piuttosto inquietante, che a me personalmente ricorda un po’ quella verso la fine del film I predatori dell’arca perduta. Questa onda misteriosa e inquietante, all’improvviso, si trasforma in un’autentica atmosfera orientale, dove l’uso delle scale pentatoniche da parte di Andy, intrecciato a numerosi arrangiamenti di tastiera, si trascina dietro il ritmo della “carovana di cammelli”. Quando entra anche la sua voce malinconica, l’atmosfera complessiva si fa straordinariamente triste. Numerosi effetti di tastiera e le percussioni tengono il tempo medio finché, nella parte centrale, non arriva un brusco passaggio sinfonico, dove esplode un cataclisma di arrangiamenti di gran gusto e qualche assolo di chitarra da sogno.

La title track “Rajaz” si apre con un’introduzione quieta, in stile ballad, alla chitarra acustica, con di nuovo in primo piano la voce di Andy, piena di pathos malinconico. Sullo sfondo si intrecciano meravigliosamente arrangiamenti orchestrali, ulteriormente arricchiti dall’inserto ingegnoso del violoncello. Dopo un passaggio raffinato alla chitarra acustica e splendidi arrangiamenti di flauto, tastiere e violoncello, il pezzo vira verso un tempo drammatico e sognante, dettato dal ritmo dei “passi dei cammelli”, soprattutto attraverso il basso di Colin. Le magie di Andy alla slide guitar sollevano di continuo l’atmosfera dall’indicibile malinconia a rivelazioni grandiose di autentica magia orientale. Il meglio, però, arriva dopo un’incursione quasi onirica di un assolo di chitarra raffinatissimo, che il maestro intreccia in modo splendido alla melodia centrale, trasformando una creazione eccellente in un capolavoro.

“Shout” è il pezzo più sereno e probabilmente anche il più malinconico del disco. Di base è una ballata acustica relativamente semplice, che sullo sfondo contiene tanti bei arrangiamenti orchestrali, un ritmo essenziale e la voce di Andy, carica di emozione. Qui i Camel dimostrano ancora una volta di essere grandi anche nei brani con strutture meno complesse, che sanno portare a un livello più alto grazie a un’atmosfera eccellente e alla bellezza indescrivibile dei singoli arrangiamenti.

“Straight To My Heart” è un altro pezzo molto malinconico, dove nel testo Andy descrive la sua infanzia. La composizione è quieta e piena di passaggi di chitarra malinconici, dal sapore blues e dalla costruzione complessa, tutti firmati dal maestro. Il nirvana puro arriva nella seconda parte, dove inserisce un altro ottimo assolo di chitarra, che però è solo l’ouverture a veri sogni sinfonici, quando quell’assolo viene ulteriormente elevato e ci piombano dentro le trame spaziali delle tastiere, uno dei marchi di fabbrica del gruppo, che però non smette mai di entusiasmare e di far venire la pelle d’oca.

Segue “Sahara”, uno dei migliori strumentali che abbiano mai fatto e che farà impazzire anche tutti gli amanti delle improvvisazioni jazz. Qui i Camel, con ricche ondate orientali, ci portano tra le braccia delle possenti dune della regina dei deserti. Nell’introduzione entusiasmano l’uso raffinato delle percussioni, le ricche tende sonore di tastiera e la linea di chitarra di Andy, fragilissima e melodica, che lui suona con una morbidezza incredibile. I passaggi di chitarra da sogno che seguono sono da leccarsi le dita, mentre un magnifico strato di tastiere porta l’atmosfera fino a un climax drammatico, a cui segue una sognante parte orientale, una delle sezioni strumentali più grandiose di tutta la loro carriera. Andy, con un piccolo mare di passaggi di chitarra e scivolamenti lungo le scale pentatoniche, rianima di continuo le dune del deserto, mentre gli arrangiamenti orchestrali e un ritmo teso creano pura fantasia d’avventura, che non cala nemmeno un po’ nel costruire un’atmosfera indimenticabile.

Il gran finale, e il pezzo migliore del disco, quello che ci accompagna alla fine dell’avventura, è senza dubbio il capolavoro epico “Lawrence”, dedicato al leggendario Lawrence d’Arabia e al suo spirito, che (come dice poeticamente Andy nel testo) è rimasto “sepolto nella sabbia del deserto”. Drammatiche tende sonore ed effetti di tastiera nella parte iniziale creano un’atmosfera misteriosa, poi arriva la “rivelazione” finale in una sezione straordinariamente malinconica, che fa rivivere ancora una volta lo “spirito di una leggenda mai dimenticata”. La voce malinconica di Andy è sostenuta da tastiere spaziali e da una serie di magici passaggi di chitarra che incanteranno ogni amante dello strumento. Il suo assolo nella seconda parte è suonato con una tale grinta e con un tale cuore che non si può descrivere a parole semplici. La sezione conclusiva, dove si intrecciano assoli di chitarra lacrimosi e possenti strati di tastiere, evoca uno dei finali più belli e grandiosi di un loro album. Nonostante l’indicibile malinconia che pervade l’intera composizione, il pezzo è anche carico di grandiosità e irradia il trionfo dello spirito umano su ogni ostacolo; in questo caso sul deserto, che alla fine è riuscito a battere, arrivando alla meta desiderata.

“Rajaz” è un altro capolavoro epico dalla magia sbalorditiva, con cui i Camel hanno convinto anche i più scettici di essere tornati definitivamente, alla fine degli anni ’90, dove erano già stati una volta – in cima al prog rock sinfonico, a occupare un trono rimasto vuoto, che nemmeno la nuova generazione di band, la maggior parte delle quali è cresciuta proprio ascoltando questa leggendaria formazione, era riuscita a riempire in modo convincente. La cosa più incredibile di “Rajaz” è che si tratta di uno dei loro dischi migliori, del tutto all’altezza dei classici, dove hanno raggiunto un nuovo livello di maturità senza rinunciare al loro suono riconoscibile da lontano. “Rajaz” ti invita a un viaggio musicale indimenticabile e, se vuoi vivere un’autentica avventura nel deserto in sella a un cammello, questo disco è quello che fa per te, perché quale altra band è più adatta all’impresa di quella che porta il nome della tua cavalcatura?

Formazione

Andy Latimer – voce, chitarra, flauto, tastiere, percussioni
Colin Bass – basso
Ton Scherpenzeel – tastiere
Dave Stewart – batteria, percussioni
Barry Phillips – violoncello

Produzione

Andrew Latimer

Tracklist

1. Three Wishes (6:58)
2. Lost And Found (5:38)
3. The Final Encore (8:07)
4. Rajaz (8:15)
5. Shout (5:15)
6. Straight To My Heart (6:23)
7. Sahara (6:44)
8. Lawrence (10:46)

Durata album: 58:06

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