Real Time

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Fie! Records
Uscita: 2007
Voto: 5/5

“Real Time” è il tanto atteso doppio live che immortala un concerto storico: il ritorno trionfale di una delle migliori e più stimate band prog rock di tutti i tempi, i Van Der Graaf Generator. Le registrazioni, che abbracciano buona parte dei loro pezzi migliori, arrivano dal primo show del gruppo in questa formazione dopo 27 anni, quando, dopo la reunion, presentarono dal vivo il nuovo album in studio “Present” (2005). Fu un’esperienza irripetibile, che di certo nessuno dei fortunati presenti dimenticherà finché campa: uno dei più grandi eventi della storia del progressive rock. Le aspettative dei fan per questa serata importantissima, quasi uno spartiacque per i VDGG, erano senza dubbio enormi, e soprattutto ci si chiedeva come se la sarebbero cavati dal vivo dopo tutti quegli anni e se la band che ha firmato capolavori senza tempo come “Pawn Hearts” (1971), “Godbluff” (1975) e “Still Life” (1976) avrebbe avuto ancora senso di suonare anche nel nuovo millennio, portando avanti la propria grandiosa eredità. Personalmente, prima di schiacciare play mi frullava in testa una sensazione un po’ strana, perché si tratta in realtà solo del loro terzo album live ufficiale dopo “Vital” (1978) e “Maida Vale” (1994), e quindi ero ancora più sulle spine: i grandi VDGG, dopo la resurrezione, avrebbero confermato la fama di band che dal vivo suona ancora più intensa che in studio?

Ogni dubbio si è sciolto in un attimo come una bolla di sapone, quando la formazione classica e più amata dei VDGG, con Peter Hammill a voce, chitarra e piano (un genio carismatico di cui si è già detto tanto e di cui si dirà ancora di più), Hugh Banton all’organo, Guy Evans alla batteria e David Jackson ai fiati, ti risucchia all’istante nel suo mondo postapocalittico, dove brutalità, follia e dolore si mescolano di continuo a bellezza, grandiosità e nuova speranza. A dare il via al disco è una versione potentissima di “The Undercover Man” (Godbluff, 1975), un’apertura praticamente perfetta. Pur seguendo fedelmente l’originale, suona stranamente fresca, come se l’avessero scritta ieri. Oltre al fatto che la loro musica è semplicemente attuale in ogni epoca (e per i tempi in cui viviamo vale ancora di più), a darle quel tocco “moderno” ci pensa soprattutto il suono massiccio dell’organo di Banton. A seguire, in modo eccellente, “Scorched Earth” (Godbluff, 1975). I due pezzi sono sempre stati legati a doppio filo, quindi è un vero piacere che li abbiano suonati nell’ordine originale. Del resto, per molti fan “Godbluff” è il vertice della loro discografia, anche se con una band come i VDGG è difficilissimo incoronare un vincitore. Su “Refugees” (The Least We Can Do Is Wave To Each Other, 1970) al maestro Hammill riesce qualcosa di meraviglioso: con ancora più pathos nella voce rispetto all’originale, porta uno dei loro pezzi migliori a un altro livello. Segue una splendida esecuzione di un brano oggi più attuale che mai, viste le condizioni del mondo. “Every Bloody Emperor” (Presenet, 2005) va infatti sempre dritta, senza compromessi, al cuore della domanda “ma che cos’hanno che non va i nostri ‘valorosi’ governanti?” In questa versione mi esalta in particolare il lavoro di Banton alle tastiere e l’improvvisazione extra che infilano più o meno a metà. Proprio questo pezzo mostra meglio di tutti come Hammill sia riuscito, in modo incredibile, a conservare negli anni il suo talento vocale unico e una potenza della voce quasi intatta. “Lemmings” (Pawn Hearts, 1971) è uno dei brani più impegnativi eseguiti in questa registrazione, e per questo sono rimasto ancora più incantato nel sentirne una versione così riuscita. Qui Hammill imbraccia anche la chitarra elettrica. Prima ancora che parta il pezzo vero e proprio, si scaldano con una breve improvvisazione jazzy, e poi, come se niente fosse, sfoderano uno dei loro brani più complessi e insoliti. La grande sorpresa è senza dubbio l’ottima “(In the) Black Room”, che in realtà è un pezzo solista di Hammill, nato per un album dei VDGG che era in programma ma non è mai uscito, e che sarebbe dovuto arrivare tra “Pawn Hearts” e “Godbluff”, se la band non si fosse separata per tre anni. Invece, con l’aiuto degli altri membri dei VDGG, è finito sull’album di Hammill “Chameleon In The Shadow Of Night (1973). I fan, come si sente anche dalle ovazioni entusiaste in questa registrazione, l’hanno accolto negli anni come un lavoro perduto dei VDGG. A mio parere la versione qui presente è nettamente migliore di quella dell’album di Hammill. Poi attaccano la relativamente fresca “Nutter Alert” (Present, 2005), che è già destinata a diventare un classico. A rendere brillante la sua esecuzione sono il sax di Jackson e la voce di Hammill, che ti scuote da capo a piedi in un modo che solo un maestro del genere sa ottenere. Subito dopo arriva uno dei loro pezzi migliori, “Darkness 11/11” (The Least We Can Do Is Wave To Each Other, 1970), che la voce di Hammill porta a un livello ancora più brutale di quello a cui ci aveva abituati la versione originale. Qui la band suona come se stesse suonando sulla brace, e il risultato è una delle migliori esecuzioni live di questo capolavoro.

Il secondo disco si apre, un po’ a sorpresa, con l’ottima versione di “Masks” (World Record, 1976), che ancora oggi viene spesso trascurata, anche se è uno dei loro brani più emotivi. Poi arriva una vera e propria selezione da sogno di prelibatezze, ognuna vincente a modo suo. Non esiste fan della band che non tocchi il nirvana davanti all’ennesimo capolavoro dalle dimensioni incredibili, uno dei brani più grandiosi della storia del rock progressivo, “Childlike Faith in Childhood’s End” (Still Life, 1976), uno dei picchi di tutta la registrazione e l’unico pezzo scelto dall’irripetibile “Still Life. E mentre sono ancora senza parole, rapito da questa esecuzione fenomenale, mi stendono con una delle migliori versioni di “The Sleepwalkers” (Godbluff, 1975) che abbia mai sentito. Segue “Man-Erg” (Pawn Heatrs, 1971), con una delle intro di piano più riconoscibili della storia del prog rock, eseguita sotto la regia di Hammill. Di questa versione mi esalta soprattutto l’ottima sezione centrale. Non si sono dimenticati nemmeno del loro classico “killer”, e non è altri che la leggendaria “Killer” (H’ To He Who Am The Only One, 1970), che sarebbe stata un’ottima chiusura del disco, se non avessero preso una decisione ancora migliore. Chiudono infatti con “Wondering” (World Record, 1976), che a mio parere è la conclusione migliore possibile, dal significato fortemente simbolico, perché è l’ultimo brano dell’ultimo album registrato dalla formazione classica, e tale è rimasto fino al 2005. A parte i pezzi del primo album “The Aerosol Grey Machine” (1969) e dell’ultimo prima del secondo scioglimento, “The Quiet Zone/The Pleasure Dome” (1977), che non sono stati registrati da questa formazione e che non mancheranno a moltissimi fan, i VDGG su “Real Time” mettono in scena tutti i capitoli della loro variegata carriera: dai giorni lontani a quelli recenti e ritorno.

“Real Time” regala più di due ore di puro piacere da buongustai a tutti gli amanti delle visioni musicali postapocalittiche, che qui prendono vita attraverso le corde vocali del poeta del domani e acerrimo nemico di ogni tipo di istituzione organizzata, e attraverso gli strumenti della sua combriccola, che (ironia della sorte) oggi suona ancora più convincente che negli anni ’70, a ulteriore prova del loro essere senza tempo. Anzi, a mio parere questo splendido live è addirittura il miglior album dal vivo da loro pubblicato finora, perché è il primo a riuscire davvero a racchiudere quasi tutti i pezzi più importanti della loro carriera. A questi aggiungono una magia incredibile e un fuoco costante, che sono sicuramente almeno in parte frutto delle emozioni fortissime che un’occasione così importante ha acceso. Rispetto al passato si nota anche che la band irradia molto meno nervosismo e caos di una volta, il che, nel loro caso, ognuno può leggere come un pro o come un contro. “Real Time” è anche un documento che giustifica più che ampiamente (per il mio cuore e la mia anima, con grandissima gioia) la scelta del gruppo di rimettersi insieme dopo così tanto tempo e di continuare la propria missione di esplorare forme musicali fantastiche e anticonvenzionali, attraverso i loro tradizionali occhiali scuri sul futuro, in cui però si nasconde sempre un raggio di speranza e di nuovo inizio. Ogni volta che ascolto questa incarnazione della perfezione dal vivo mi dispiace di non essere stato sul “luogo del delitto” quella sera. Questa formazione dei VDGG era a mio parere inscindibile, perché ogni suo membro era un ingranaggio fondamentale di una macchina ben oliata e, a modo suo, decisivo per il successo. Per questo sarà quantomai interessante vedere quali saranno le conseguenze della recente separazione da David Jackson. Comunque vada, qualunque cosa porti il futuro, i VDGG restano anche “dal vivo” un fenomeno musicale senza paragoni.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra, piano
Hugh Banton – organo
Guy Evans – batteria
David Jackson – sassofono, flauto

Produzione

Hugh Banton

Tracklist

CD 1 – 70:10
1. The Undercover Man (8:29)
2. Scorched Earth (10:05)
3. Refugees (6:01)
4. Every Bloody Emperor (7:36)
5. Lemmings (13:20)
6. (In The) Black Room (11:16)
7. Nutter Alert (6:05)
8. Darkness (7:20)

CD 2 – 58:36
1. Masks (6:47)
2. Childlike Faith In Childhood’s End (12:34)
3. The Sleepwalkers (10:44)
4. Man-Erg (11:36)
5. Killer (9:55)
6. Wondering (7:01)

Durata dell’album: 128:46

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