The Piper At The Gates Of Dawn
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: year
Durata: 41:52
Voto: 4/5
I Pink Floyd hanno avuto un’evoluzione a dir poco affascinante. Da piccola band di rhythm and blues a pionieri del rock psichedelico, sono cresciuti passo dopo passo fino a diventare uno dei gruppi più grandi e rispettati della storia del rock (soprattutto nelle sue forme progressive). Fino a quel momento avevano percorso una strada lunga e quasi inimmaginabile, che già nei loro primi anni avrebbe potuto prendere una piega completamente diversa se non ci fosse stato il crollo mentale del loro chitarrista e cantante originale Syd Barrett (1946-2006), che ancora oggi resta uno strano tipo enigmatico attorno al quale fioriranno ancora a lungo innumerevoli leggende. Syd era allora, soprattutto con la sua poesia, il musicista centrale e la mente creativa del gruppo, quello che ha posato la prima pietra della loro identità di “alieni” della musica. Chissà quali strade musicali avrebbero imboccato i Pink Floyd se questo musicista straordinariamente dotato non avesse chiuso la sua opera creativa decisamente troppo presto, salutando tutti già un anno dopo l’uscita del loro debutto “The Piper At The Gates Of Dawn”, che, tra musica e poesia, è per molti versi un suo “figlio”. Nonostante la brevità del suo percorso creativo, le sue idee musicali, pionieristiche per l’epoca, gli hanno regalato per sempre lo status di diamante grezzo e di primo “divo” del rock, inghiottito dalle droghe in un vortice autodistruttivo che ha soffocato il suo potenziale insospettabile.
“The Piper At The Gates Of Dawn” non è però soltanto l’album di Syd: è un documento di prima categoria sui primi giorni della band e uno dei dischi fondamentali nello sviluppo del rock progressivo. I Pink Floyd sperimentavano a tutto spiano con suoni psichedelici oscuri, tempi insoliti, improvvisazioni ampie e ramificate e un tipo di testi che per l’epoca era tutto fuorché convenzionale. Con la loro musica volevano portare gli ascoltatori in stati particolari di coscienza, spesso favoriti dall’assunzione di varie sostanze psicoattive. Nella seconda metà dei ’60 era un fenomeno sociale e culturale diffuso, che aveva dato una bella ventata d’aria fresca alla scena psichedelica britannica di allora, la quale aveva davvero preso il volo soprattutto dopo l’arrivo di Jimi Hendrix dall’America. Le conseguenze negative di un simile stile di vita erano ancora un (ben custodito) segreto e la maggior parte dei musicisti dell’epoca praticava apertamente l’uso di droghe come una delle principali fonti creative. Alla maggioranza è anche andata benissimo, perché la loro musica è diventata molto più sofisticata e stratificata, anche se alla fine di solito arrivava puntuale lo sfascio del gruppo (un bell’esempio sono stati The Beatles).
La scena dei club londinesi di allora era diventata un punto di ritrovo importante per i musicisti psichedelici. A metà dell’estate del 1967 spuntarono tante nuove band, che fecero sì che il rock diventasse molto più di una semplice raccolta di pezzi da ballo per adolescenti scatenati. I Pink Floyd si sono costruiti il loro status di culto di innovatori psichedelici soprattutto grazie ai numerosi concerti in club come l’UFO e il Marquee e all’uscita dei primi singoli “Arnold Layne” e “See Emily Play”. I loro show erano già allora una vera esperienza audiovisiva, in cui mescolavano suoni psichedelici a effetti di luce speciali, in particolare quelli più ampi e spettacolari. Fin dalla nascita del gruppo le loro composizioni si erano evolute progressivamente, dal semplice rhythm and blues a improvvisazioni strumentali ampie e ramificate, piene dei suoni più disparati, spesso oscuri.
“The Piper At The Gates Of Dawn” è, per merito di Syd, un album semi-concettuale, che ha preso il titolo dal suo amato libro d’infanzia “The Wind In The Willows”. La sua passione per le storie fantastiche si vede nella poesia, spesso ispirata a racconti folcloristici britannici, per lo più scherzosi, che danno al disco un tocco sincero di ingenuità e innocenza; allo stesso tempo è anche un vero e proprio inno alla follia, a cui spesso manca un filo logico, e proprio questa combinazione è la chiave della sua magia. I pezzi psichedelici di Syd, alimentati dalle sostanze, sono in sostanza canzoni pop, rilanciate con lunghe improvvisazioni strumentali piene di suoni insoliti, soprattutto di chitarra e tastiere, dove usano anche il tema dei viaggi spaziali (“Astronomy Domine” e “Interstellar Overdrive” sono tra i primi esempi di space rock) come metafora delle esperienze allucinogene. Anche se quasi tutti i testi di Syd sull’album sono leggeri e divertenti, spesso fanno a pugni con gran parte della musica, piena di suoni dissonanti e armonie vocali stranissime, che danno un’impressione di caos e follia. In questo modo catturano alla perfezione uno spaccato dello stato mentale di Syd in quel periodo.
L’album si apre con la spaziale “Astronomy Domine”. È uno dei brani migliori e più avanzati del disco, che per l’epoca rappresentava un vero esperimento pionieristico: con la sua struttura di accordi e i suoi suoni insoliti fa un netto contrasto con la maggior parte delle canzoni pop di quegli anni. A darle la sua straordinaria carica psichedelica pensano soprattutto i tanti effetti sulla chitarra di Syd e la batteria semplice ma efficace di Nick Mason. Le armonie vocali sono costruite con coerenza ed efficacia da Syd e dal tastierista Rick Wright. “Astronomy Domine” è ancora oggi uno dei loro pezzi più amati, suonato dal vivo fino al 1971 e, dopo una lunga pausa, perfino nell’ultimo tour. Un vero capolavoro psichedelico, che riflette la loro passione dei primi tempi per lo spazio. Potrei definirla anche la nascita simbolica dello space rock. “Lucifer Sam”, dedicata al gatto di Syd, è un’altra creatura psichedelica energica, dove la chitarra elettrica di Syd passa attraverso uno speciale effetto eco ed è costruita su un riff centrale ingegnoso, mentre Roger Waters al basso si concede qualche giro interessante. L’atmosfera psichedelica è rafforzata dall’organo ramificato di Rick e dai tanti effetti sulla batteria di Nick. “Matilda Mother” è un’altra canzone ispirata alla fantasia infantile e attraversata da suoni psichedelici. Ha un cambio interessante alla voce principale, dove stavolta il protagonista è Rick, mentre Syd si aggiunge solo nell’ultima strofa. All’inizio ci sono anche alcune consonanze, allora insolite, tra basso e organo e un assolo d’organo di Wright che per quei tempi doveva suonare di sicuro rivoluzionario.
Anche “Flaming” è in fondo una semplice storiella per bambini, pervasa da un tono ottimista e gioioso. “Pow R. Toc H.” è un trip psichedelico perfetto, pieno di strani suoni “da giungla” accompagnati da un pianoforte leggero. Il titolo del brano stavolta non ha alcun senso. Uno dei pezzi più “staccati dalla realtà” dell’album, che sarebbe totalmente caotico se alla fine il pianoforte di Wright non ci “riportasse sulla Terra”. “Take Up Thy Stethoscope And Walk” è il debutto di Roger come autore della musica, e per la prima volta anche alla voce principale, annunciando così il ruolo che avrà in futuro, quando prenderà piano piano in mano le redini del gruppo. È attraversata soprattutto dai suoni frenetici della chitarra di Syd e da suoni oscuri. Il testo di Roger, piuttosto morboso e ispirato a uno dei versetti della Bibbia, fa un netto contrasto con gli altri testi dell’album, creazioni di Syd, e anticipa già il suo stile lirico futuro. “Interstellar Overdrive”, una delle prime improvvisazioni strumentali psichedeliche in assoluto, è, insieme a “Astronomy Domine”, un altro dei vertici dell’album e uno dei brani più importanti del loro periodo iniziale. Questo strumentale spaziale intriso di improvvisazioni, che nei concerti di allora amavano tirare per le lunghe anche oltre i 20 minuti, è secondo me il pezzo più innovativo del disco e l’ouverture delle loro composizioni lunghe e complesse degli album successivi. Dominano le forme libere d’avanguardia, piene di improvvisazioni dilatate, che nell’introduzione e nel finale sono legate da un riff di chitarra interessante e fuori di testa.
“The Gnome” è una canzoncina divertente e giocosa per chitarra acustica e percussioni, che racconta la storia di un gnomo di nome Grimble Gromble, molto probabilmente ispirata allo Hobbit di Tolkien. Con la sua santa semplicità, l’ingenuità infantile e la giocosità, è con ogni probabilità anche una dimostrazione delle visioni dell’autore, a cui durante i trip di LSD apparivano incontri con gnomi e fate. “Chapter 24” è un altro distacco psichedelico di Syd, con un’atmosfera solenne ispirata a un passo del libro cinese “The Book Of Changes”. Il brano è pieno di suoni inarticolati, della voce sognante di Syd e dell’organo da chiesa di Rick. “The Scarecrow”, uscita originariamente sul lato B del singolo “See Emily Play”, ha un’atmosfera pastorale (soprattutto grazie alle percussioni) che evoca l’immagine di uno spaventapasseri in mezzo a un campo. Quest’ultimo è la metafora esistenzialista di Syd per la sua vita, che quando è triste è “come uno spaventapasseri lasciato in balia del destino”. Metafore di questo tipo diventeranno più avanti parte integrante della maggior parte dei loro testi. L’album si chiude con la birichina “Bike”, l’unica canzone “d’amore” del disco, dedicata alla fiamma di Syd di quel periodo. Nel testo, oltre alla sua ragazza in bicicletta, compaiono altri personaggi allucinati; tra loro un topo senzatetto piagnucoloso di nome Gerald e una compagnia di uomini di pan di zenzero. Dopo la strofa finale segue una lunga sezione strumentale fuori di testa, che potrei definire anche musique concrete alla Frank Zappa. È un collage sonoro fatto di oscillatori, gong, campanelli, violino e qualche altro suono. A chiudere il tutto è una risata maniacale, registrata in fretta e furia.
“The Piper At The Gates Of Dawn” è un’ottima dimostrazione dei loro primi esperimenti psichedelici, che riesce ad abbracciare i diversi stati della coscienza umana, sotto i quali si nasconde sempre un tono minaccioso di collasso mentale e follia; ovvero i temi a cui torneranno ancora e ancora per tutta la loro carriera. Come sappiamo, fu l’unico vero album di Syd con la band (nel secondo la sua partecipazione è appena un assaggio), e dopo la sua morte ha solo accresciuto il mistero che lo circondava fin dal suo addio. Anche se in seguito creeranno album molto più avanzati e sonoramente raffinati e cambieranno completamente il proprio volto sonoro, “Piper” è un disco unico e un capolavoro assoluto del rock psichedelico, non facile da capire per chi, come noi, non ha vissuto gli anni ’60 conditi di eccessi. Nonostante tutta la sua ingenuità e i suoi difetti, il “pazzo pifferaio” ha annunciato l’alba di una nuova epoca musicale, in cui anche il rock è diventato una delle forme d’arte musicale, e ha posato la prima pietra dello sviluppo di una delle band più innovative della storia del rock progressivo.
Formazione
Syd Barrett – chitarra, voce
Roger Waters – basso, voce
Richard Wright – organo, piano
Nick Mason – batteria
Produzione
Norman Smith
Tracklist
1. Astronomy Domine (4:12)
2. Lucifer Sam (3:07)
3. Matilda Mother (3:08)
4. Flaming (2:46)
5. Pow R. Toc H. (4:26)
6. Take Up Thy Stethoscope And Walk (3:05)
7. Interstellar Overdrive (9:41)
8. The Gnome (2:13)
9. Chapter 24 (3:42)
10. Scarecrow (2:11)
11. Bike (3:21)