Under Wraps
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1984
Voto: 1/5
A volte anche i più grandi maestri la fanno fuori dal vasino e sfornano un lavoro raffazzonato, che nemmeno dopo la prova del tempo riesce a renderli fieri e suona come il frutto del loro peggiore incubo o come il sottoprodotto di un pranzo digerito male. Ed è esattamente quello che è successo ai furbi burloni celtici Jethro Tull con l’album “Under Wraps”, dove volevano a tutti i costi suonare moderni e adeguarsi ai trend new wave/synth pop dell’epoca, che senza dubbio portavano bei soldoni anche a tutte quelle band del periodo in cui la musica creativa si faceva ancora senza il diktat delle etichette, quelle che avevano venduto la propria anima musicale originaria alla logica del mercato discografico (cosa che i Jethro Tull, peraltro, hanno sempre amato criticare). Così, con la scusa del “dai, proviamo a sperimentare un po’ qualcosa di nuovo”, hanno ignorato del tutto e praticamente buttato via quasi tutti i loro elementi tradizionali prog folk rock, che arrivavano dal margine di qualche bosco delle Highlands scozzesi, abbandonandosi alla freddezza robotica di un sound elettronico-sintetico, frutto delle tecnologie allora ancora innovative dei sintetizzatori digitali e di un ritmo artificiale che, combinati insieme, suonavano come il rumore di un’officina robotica di metà anni ’80, dove i fabbri battono il ferro coi martelli e nell’ufficio del direttore, artificialmente rinfrescato, ronzano senza sosta reliquie storiche tipo lo spectrum o il commodor 64. I primi segnali di tutto ciò si erano già intravisti nel predecessore “The Broadsword And The Beast” (1982), che però dal punto di vista del suono era ancora abbastanza decente e, rispetto a questo mostro elettronico, quasi un classico dei Tull. “Under Wraps”, invece, è un prodotto quasi da manuale del suo tempo, che oggi, a causa del suono sintetico, artificiale e monotono, suona parecchio datato. Quei pochi rari momenti buoni in cui per un attimo rivivono gli elementi tradizionali dei Tull si perdono presto nel diluvio di elettronica e di ritmo plasticoso.
Il “colpevole” di turno, quello per cui faccio tanta fatica a spendere una parola di elogio per questo disco, non è nessun altro che il “pater familias” in persona, Ian Anderson, che voleva giocare con la tecnologia ancora fresca dei sintetizzatori sofisticati: da un lato è pure comprensibile, dall’altro è completamente in rotta di collisione con il buon senso, se pensiamo che il suo flauto folky e la sua voce sono quasi del tutto incompatibili con i suoni elettronici new wave. Le conseguenze di questa combinazione le avevamo già sentite sul suo primo album solista “Walk Into Light” (1983), un vero pasticcio tra minimalismo elettronico ed elementi folk rock tradizionali. “Under Wraps” segue questa ricetta senza vergogna, nonostante le reazioni già allora disastrose al primo lavoro solista di Ian. Alla batteria di Gerry Conway (e di tutti i suoi predecessori), piena di respiro, dinamica e massiccia, si sostituisce il suono artificioso e innaturale di una drum machine, che suona totalmente monotona ed è la fonte principale del problema: il disco non riesce proprio a respirare, per non parlare dei minimalismi sintetici del “professore” Peter-John Vettese al Fender Rhodes, che per giunta sembrava più Harry Potter che un tastierista dei Jethro Tull. Per fortuna, ogni volta che Ian si perde in trovate di cattivo gusto, al suo fianco c’è il buon vecchio Martin Barre, che con la chitarra, i suoi passaggi hard rock e certi riff ben pensati salva il disco dal naufragio totale e lo rende persino ascoltabile dall’inizio alla fine, senza rischiare di addormentarsi dalla noia a metà. Il basso di Dave Pegg, invece, è appena riconoscibile, perché la drum machine lo soffoca quasi completamente. Se al posto di quella avessero trovato un vero batterista, capace di dare al disco un suono almeno un po’ più vivo, il voto sarebbe salito sensibilmente. Perfino la voce di Ian non suona come sono abituato a sentirla, perché le manca quella sua tipica grinta e quel sarcasmo, e in più viene spesso soffocata da suoni sintetici e da cori di accompagnamento aggiuntivi, spesso inutili. I Jethro Tull hanno provato senza successo a mascherare la mancanza di idee creative e la svendita totale del loro sound dietro i temi lirici da guerra fredda allora in voga, come lo spionaggio, i sabotaggi, i complotti, la corsa allo spazio, Radio Free Moscow e il materialismo sempre più dilagante del mondo occidentale sotto il patrocinio di Reagan. Ma il nostro James Bond barbuto stavolta ha fatto una pessima figura anche su questo terreno. Per questo la maggior parte dei pezzi suona poco convincente e quasi forzata. Il disco non prende mai davvero fiato e, per di più, è avvolto quasi sempre da un’atmosfera gelida come la morte, da fabbrica di robot giapponesi con l’aria condizionata sparata al massimo.
Dei singoli brani è difficile dire qualcosa di particolarmente positivo, perché nel disco non c’è praticamente nessun momento che spicchi. Dominano per lo più pezzi brevi di impronta new wave e pop, soffocati da un ritmo robotico e calcolatore e da tastiere totalmente sintetiche davanti alle quali alzerebbe le mani anche Tony Banks (Genesis), e che non lasciano respirare né il flauto né la chitarra. Quei pochissimi momenti d’ispirazione, che di solito vengono dai due principali artefici della band, ti ricordano che un tempo esisteva un gruppo fatto di tutta un’altra pasta. Come sarà il grosso dei pezzi lo annuncia già “Lap Of Luxury”, costruita come un new wave/pop rock sintetico con forti linee di sintetizzatori digitali, un ritmo monotono e il modo di cantare di Ian, volutamente pomposo. Nonostante il ritornello melodico non riesce proprio a respirare, perché la sintetica lo soffoca del tutto. Molto più interessante è il suo buffo video promozionale, che si trova anche come bonus nell’attuale ristampa. La title track “Under Wraps”, un esperimento AOR, ha in realtà un buon potenziale (che emerge davvero nella sua versione acustica) nella bella prova di Ian al flauto e alla voce, ma l’elettronica e la drum machine alla lunga la fanno marcire del tutto. Il risultato è un vomito sintetico, che non possono salvare né il flauto di Ian né i fraseggi di Martin, a malapena udibili. “European Legacy” è un pezzo quasi riuscito e uno dei momenti migliori del disco, perché parte con un’introduzione promettente di flauto e chitarra acustica, che contiene anche qualche elemento etnico (che in futuro useranno sempre più spesso), finché nell’acustica non comincia a farsi strada in modo fastidioso anche la sintetica, che per fortuna non rovina la melodia di base. “Later That Same Evening” è invece un film horror sintetico completo, con una sfilza di scemi suoni elettronici robotici, che ricordano più una comparsata di Ian con i Depeche Mode che i Jethro Tull. “Saboteur” si regge su un riff hard rock concreto e su un flauto grintoso, sostenuti da un ritmo plasticoso e dal synth. Barre ci mette in mezzo anche un assolo solido. Purtroppo è un pezzo fin troppo monotono, che mostra con chiarezza come il ritmo artificiale avveleni l’intero album. “Radio Free Moscow”, che contiene un pizzico di nostalgia da guerra fredda, è il tentativo meglio riuscito di tirare fuori un brano new wave/pop decente, quasi in stile Japan, soprattutto grazie alla buona e bilanciata interazione tra chitarra e synth (sul disco ascoltata davvero di rado) e a un bel ritornello melodico. Certo, è lontanissima da qualsiasi standard decente dei Tull. La convivenza con i suoni digitali di videogiochi preistorici continua anche nella disperata “Astronomy”, dove pure i fan dei Depeche Mode si faranno una risata davanti alla bizzarra coabitazione tra la voce antiquata di Ian e il minimalismo elettronico da fabbrica di frigoriferi. “Tundra” vuole a tutti i costi suonare drammatica e spaventosa, ma in realtà è uno dei momenti più noiosi del disco, e nemmeno qualche arguto suono di flauto riesce a tirarla fuori dal fango corrosivo. “Nobody’s Car” ci prova con i testi da spy story, i suoni elettronici e i passaggi affilati di chitarra e flauto a rompere l’atmosfera sonnacchiosa, ma finisce per degenerare in uno dei momenti meno ispirati della loro carriera. “Heat”, già dal titolo, non promette niente di buono. E in effetti è uno dei punti più bassi della loro carriera, una festa sintetica per il ballo dei robot, dove la voce di Ian è intrisa di impianti elettronici invadenti mentre quelli ballonzolano su un ritmo plasticoso. L’assolo di Vettese al Fender Rhodes suona semplicemente grottesco e non lo attenua nemmeno la breve risposta di Barre. Probabilmente non è una sorpresa che il momento migliore del disco sia la breve ballata acustica “Under Wraps 2”, che offre una risposta a come avrebbe potuto suonare l’album se Ian non si fosse consegnato del tutto ai suoi giocattoli elettronici. “Paparazzi” non meriterebbe nemmeno un commento, se non contenesse un buon riff e un testo beffardo contro la stampa scandalistica. Per il resto è un disastro completamente sintetico, con un ritmo del tutto indigeribile e un ritornello disperato. In generale, gli ultimi pezzi del disco sono dei veri “fiorellini” quanto a esaurimento creativo totale e svendita completa dell’eredità della band. Anche la desolatamente vuota “Apogee” è un fortissimo candidato a peggior pezzo della loro carriera. Ian e la sua combriccola, intrappolata in armature cibernetiche, ci tormentano qui con un patetismo sintetico, irradiato da suoni minimalisti e da un ritmo nauseabondamente monotono fatto di “mattoncini Lego”. “Automative Engineering”, soprattutto per il testo sulla fabbrica di robot, è la prova migliore, quasi un’autoderisione, del vuoto totale nell’atmosfera e nell’immagine sonora del disco. Se Ian voleva ricreare l’atmosfera stressante di una fabbrica giapponese di robot, dove ogni anno i dirigenti si suicidano per ogni possibile fallimento nella scalata sociale, almeno questo gli è riuscito alla perfezione. La fossa di letame del kitsch da guerra fredda la corona poi il killer new wave di chiusura “General Crossing”, dove, a parte la voce di Ian come unico elemento riconoscibile, assistiamo al chiodo definitivo sulla bara di tutto il buono che i Jethro Tull hanno fatto per lo sviluppo della musica rock.
“Under Wraps” resta ancora oggi di gran lunga il fondo più basso di una band che negli anni ’70 aveva sfornato una serie incredibile di album eccellenti, che ancora oggi stanno ai vertici del rock creativo, per poi cadere a metà anni ’80 in una totale atrofia creativa. Un album la cui mancanza di creatività, energia e fantasia, con in testa l’omicidio completo dello spirito celtico originario e il collegamento a impianti a matrice, mostra in quale profonda crisi creativa si trovasse allora anche gran parte delle altre band progressive. Eppure, poche di loro hanno rotto con la propria tradizione in modo così violento come hanno fatto i Jethro Tull. Se “Under Wraps” fosse uscito come un disco dei Depeche Mode con ospite speciale Ian Anderson, sarebbe probabilmente stato uno degli esperimenti più bizzarramente divertenti di quel periodo. A parte i più accesi sostenitori della new wave, che vorrebbero sentire questo “divertente” esperimento con il “vecchio scorreggione” nel ruolo principale, e i grandissimi fan della band, a tutti gli altri consiglio di evitare “Under Wraps” alla larga, il più possibile. Non serve a niente dimenticare, mentre lo ascolti, che si tratta dei Jethro Tull. Ian l’ha semplicemente combinata grossa e ancora oggi ammette che gli piacerebbe registrarlo di nuovo con un vero batterista. Quello l’ha per fortuna trovato subito dopo l’uscita del disco nell’americano Doane “Big-Boy” Perry, che con la sua bravura ci delizia ancora oggi. Ian, grazie a Dio, dopo il tour del 1985, quando quasi perse la voce, che non suonò mai più come prima, decise di tornare anche all’eredità hard/folk rock. Il risultato finale è stato uno dei “ritorni” più riusciti, ma anche più divertenti e assurdi, nella storia del rock (progressive).
Formazione
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica
Dave Pegg – basso
Peter-John Vettese – tastiere
Produzione
Ian Anderson
Tracklist
1. Lap Of Luxury (3:36)
2. Under Wraps #1 (4:03)
3. European Legacy (3:23)
4. Later, That Same Evening (3:53)
5. Saboteur (3:32)
6. Radio Free Moscow (3:42)
7. Astronomy (3:37)
8. Tundra (3:39)
9. Nobody’s Car (4:09)
10. Heat (5:37)
11. Under Wraps #2 (2:15)
12. Paparazzi (3:48)
13. Apogee (5:29)
14. Automotive Engineering (4:05)
15. General Crossing (4:02)
Durata dell’album: 58:50