The Number of the Beast
Autore: Rok Klemše
Artista: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1982
The Number of the Beast, insieme a Master of Puppets dei Metallica, è probabilmente il disco metal più famoso di tutti i tempi. Non esiste critico o classifica che non lo piazzi ai primi posti. The Number of the Beast è anche il primo disco senza Paul Di’Anno, che la band l’aveva lasciata (o meglio, era stato sbattuto fuori) alla fine del tour del 1981 per via dei problemi sempre più grossi con alcol e droga. Rimpiazzare Paul non era una passeggiata, ma Di’Anno è stato sostituito, superato e messo in ombra dall’ex frontman dei Samson, Bruce Dickinson. Ancora oggi uno dei migliori cantanti metal in circolazione, la sirena “air raid” ha portato nella band uno stile più rifinito, tecnicamente impegnativo, operistico, che l’ha fatto entrare di diritto tra i migliori vocalist di sempre. Ed è proprio per questo che con The Number of the Beast gli Iron Maiden hanno mollato del tutto il sound NWOBHM, ancora dominante su Killers, e hanno iniziato a suonare heavy metal tradizionale. Per la prima volta nella carriera della band, The Number of the Beast offre davvero quel suono “trademark” Iron Maiden che ancora oggi portano in giro. Anche se The Number of the Beast regala una manciata di pezzi davvero eccezionali, l’eterno tris The Number of the Beast-Run to the Hills-Hallowed Be Thy Name, più le fantastiche Children of the Damned, 22 Acacia Avenue e The Prisoner (e pure gli altri non sono da buttare), bisogna comunque dire che il disco è un filo sopravvalutato. Gli Iron Maiden sanno fare molto meglio. Resta comunque un disco superlativo, una delle più grandi pietre miliari della musica.
La giostra inarrestabile dell’heavy metal parte con la rullata di Invaders, che ci mette subito di fronte ai temi cupi dell’album. Invaders ci getta nella paura e nel terrore di un’incursione di guerrieri vichinghi spietati, dall’avvistamento dei drakkar che si avvicinano alla costa fino al sanguinoso scontro finale da cui gli impavidi Vichinghi, ovviamente, escono vincitori. La Gran Bretagna in particolare ebbe un bel po’ di grattacapi con le incursioni vichinghe tra il IX e l’XI secolo, e non c’è da stupirsi che gli Iron Maiden abbiano scelto proprio i Vichinghi come conquistatori per il testo. Il ritornello, piuttosto mediocre, viene schiacciato dalla potenza e dall’energia di tutto il pezzo, e Bruce con una voce fantastica mette in ombra Di’Anno già nei primi istanti del disco. Invaders è anche il brano che ha aperto la serie di canzoni di battaglia della band, giusto per citare la più famosa – The Trooper.
Children of the Damned, un pezzo splendido dall’atmosfera cupa e malinconica, riprende la storia dell’omonimo film del 1963. Questo thriller horror di culto racconta di sei bambini con capacità sovrannaturali. Gli scienziati delle Nazioni Unite li trasferiscono a Londra per decidere il loro destino, ma le redini finiscono nelle mani di qualcun altro: l’esercito. I bambini prodigio si ribellano, e ne esce un finale inevitabilmente tragico. L’atmosfera di questo brano incredibile e malinconico, con la sensazione di perdita e tragedia che aleggia nell’aria, viene creata in modo fantastico dall’alternarsi di chitarra acustica ed elettrica, e a chiudere c’è un assolo fenomenale che ricostruisce l’apice raccapricciante del testo, con l’ultimo bambino sopravvissuto sul rogo. Children of the Damned, proprio per un mood simile, si può paragonare a Remember Tomorrow. Dickinson alla voce è semplicemente straordinario; lui stesso dice che, cantando questo pezzo, è stato fortemente influenzato da Children of the Grave dei Black Sabbath. Senza dubbio una delle canzoni più riconoscibili delle Vergini.
Una delle canzoni più snobbate della band è sicuramente The Prisoner. Strano, perché pare fosse addirittura una delle preferite di Adrian. The Prisoner si basa sull’omonima serie inglese di culto che negli anni Settanta aveva conquistato il pubblico, compresi Smith e Harris, che la citano tra le loro serie preferite. Le hanno reso omaggio con un pezzo ottimo e veloce, in cui Burr suona una delle migliori performance della sua carriera con i Maiden, ma la batteria non è niente in confronto all’assolo pazzesco di Adrian e al ritornello contagioso. È curioso come la band sia arrivata al dialogo d’apertura che dava il via a ogni episodio della serie in 17 puntate. La registrazione del dialogo ce l’avevano già, ma per usarla serviva il permesso del produttore e protagonista della serie, Patrick McGoohan. Il compito, ovviamente, è toccato al manager della band, il sempre calmo e glaciale Rod Smallwood, che davanti a quel grande attore si sarebbe sentito sprofondare il cuore nelle scarpe. McGoohan ha risposto alla richiesta di Rod con il suo gelido stile da attore: “Com’è che ha detto che si chiama il gruppo?”. “Iron Maiden”, ha risposto Smallwood. “Dice che è una rock band… lo faccia!”
Su 22 Acacia Avenue ritroviamo la nostra vecchia conoscenza, la praticante del mestiere più antico del mondo, Charlotte. 22 Acacia Avenue è anni luce meglio della prima parte della saga della prostituta Charlotte. Con una struttura incredibilmente complessa, sezioni varie e un testo eccellente, si è guadagnata un posto tra i più grandi classici della band. Curiosità: la prima versione del pezzo l’ha scritta Adrian con la sua band, gli Urchin (a soli diciotto anni… un’altra prova del genio di Adrian!), e Harris l’ha sentita per caso a un concerto e, quando Adrian è entrato nei Maiden, gli ha proposto di rielaborarla e metterla nel disco.
La title track è probabilmente, insieme a Fear of the Dark, quella più conosciuta dal grande pubblico. Niente di strano, visto che è un classico eterno, che parte con una citazione biblica da brividi (peraltro non usata proprio correttamente), con riff pazzeschi a metà pezzo e urla di Bruce così alte che verrebbe da pensare che non escano da corde vocali umane. Il testo, che si basa vagamente sull’horror Omen II (1978) e su un incubo di Steve Harris, è stato interpretato male, e dove se non nell’America puritana, che ha subito etichettato la band come adoratrice del diavolo e satanista. Se quei bifolchi di americani avessero guardato un po’ meglio la copertina del disco e del singolo The Number of the Beast, avrebbero visto che non è il Diavolo quello di cui dovremmo aver paura… Altra curiosità: per il parlato iniziale la band voleva ingaggiare il mitico attore di film horror di serie B Vincent Price, ma lui ha chiesto la bellezza di 25.000 sterline. I Maiden hanno quindi sentito parlare di un attore teatrale che leggeva racconti dell’orrore a una stazione radio e gli hanno chiesto di recitare la citazione in stile Vincent Price… e così ci siamo ritrovati con una delle intro più riconoscibili di sempre!
Run to the Hills è un’altra canzone tra le più riconosciute a livello mediatico e purtroppo già così consumata che il disco, senza saltare il pezzo, non si riesce quasi più ad ascoltarlo. Se i Maiden non l’avessero sfruttata così tanto, anche Run to the Hills si sarebbe sicuramente guadagnata un posto tra i classici, perché contiene l’ottimo galoppo di basso “trademark” di Harris, che imita il galoppo dei cavalli. Anche il testo è piuttosto interessante, perché mette insieme due punti di vista sulle guerre per il West americano – il primo dei nativi americani, il secondo dei “visi pallidi”.
Con Gangland arriva il primo assaggio delle doti di compositore di Clive Burr… purtroppo gli è andata male, perché Gangland è un pezzo del tutto mediocre, probabilmente addirittura il peggiore del disco. Gangland non è una brutta canzone, ma un brano a tema mafioso è sotto la media per gli standard dei Maiden.
Con Total Eclipse Clive si è invece dimostrato più all’altezza, perché è un pezzo straordinariamente snobbato, che ha trovato il suo vero posto solo con la ristampa del 1998. Un brano dai contenuti apocalittici sulla fine del mondo, con un tema cupo che si incastra alla perfezione con gli altri pezzi.
L’album si chiude come si chiuderanno i tre dischi successivi della band – con un pezzo epico pazzesco. The Number of the Beast si conclude con la difficilmente descrivibile Hallowed Be Thy Name. Per molti è proprio la migliore canzone che i Maiden abbiano mai scritto, e io posso dire che è addirittura una delle migliori in assoluto. Se dovessi fare una lista di pezzi che bisogna assolutamente sentire prima di morire, Hallowed Be Thy Name si prenderebbe probabilmente il primo posto. In realtà il brano si può descrivere solo con due parole: pura brillantezza. L’atmosfera magica creata dall’introduzione di chitarra incredibile sul suono delle campane di una chiesa, l’interpretazione fuori scala di Bruce di un testo fantastico che riassume i pensieri di un condannato a morte per impiccagione negli ultimi istanti di vita e una parte strumentale colpevolmente bella che domina la seconda metà del pezzo – uno dei vertici della band. Hallowed Be Thy Name è un pezzo di cui semplicemente non ti stanchi mai e che, dopo innumerevoli ascolti, ti fa ancora venire i brividi.
Con The Number of the Beast gli Iron Maiden hanno raccolto la fama mondiale e si sono incoronati re dell’heavy metal. The Number of the Beast è un disco immortale che ancora oggi, a 25 anni dall’uscita, suona fresco come se l’avessero registrato ieri. È veloce, melodico e stracolmo di pezzi che ti si piantano in testa. Ha partorito alcuni classici eterni, sia della band che dell’heavy metal, ed è diventato uno dei dischi più influenti della storia della musica. Non esiste classifica dei migliori dischi metal senza The Number of the Beast in una delle posizioni più alte. A confermare che TNotB è davvero un disco così bello ci pensa perfino quel ragazzaccio di Paul Di’Anno, che all’uscita l’ha definito un capolavoro e ha detto che con la sua voce non si sarebbe mai potuto ottenere un risultato simile. Ma il meglio deve ancora arrivare…
Formazione
Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso
Dave Murray – chitarra solista e ritmica
Adrian Smith – chitarra solista e ritmica
Clive Burr – batteria
Produzione
Martin Birch
Tracklist
1. Invaders 03:24
2. Children of the Damned 04:36
3. The Prisoner 06:03
4. 22 Acacia Avenue 06:38
5. The Number of the Beast 04:51
6. Run to the Hills 03:54
7. Gangland 03:49
8. Hallowed be Thy Name 07:13