A Saucerful Of Secrets
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1968
Voto: 4/5
Prima dell’uscita del secondo album “A Saucerful Of Secrets”, i Pink Floyd erano senza dubbio il nome numero uno della scena rock psichedelica britannica e uno dei pionieri di punta del progressive rock che stava nascendo. Il loro album precedente, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), oggi uno dei dischi di culto del rock psichedelico e del primo prog, li aveva catapultati tra le rockstar più in vista dei 60s psichedelici, e fin dagli esordi, con quei loro leggendari show audio-visivi “spaziali”, si portavano dietro un’aura particolare da band venuta da un altro pianeta. Tutto il clamore mediatico esploso dopo i primi singoli e il debutto ebbe conseguenze negative a lungo termine su Syd Barrett, chitarrista, cantante e principale autore di musica e testi. Syd cominciò ad allontanarsi sempre più dalla band e a chiudersi in un mondo tutto suo, cosa che si rifletteva spesso nel suo abuso di sostanze psicoattive, LSD in testa. A questo si univano una già nota predisposizione alla schizofrenia e una fantasia sconfinata, un mix letale per la sua carriera musicale. “A Saucefrul Of Secrets” fu il suo ultimo album con i Pink Floyd e, come il suo predecessore, si porta dietro un certo misticismo legato alla figura e all’opera di questo sfortunato musicista, che molti considerano uno dei più grandi talenti grezzi della storia del rock, se non il più grande in assoluto.
Le condizioni mentali di Barrett peggioravano di giorno in giorno. Spesso durante i concerti suonava una sola nota per tre giorni, completamente fuori contesto, oppure accordava la chitarra per tutta l’esibizione o fissava il vuoto senza aprire bocca né toccare le corde. Il suo comportamento, sul palco e fuori, stava diventando un vero incubo per gli altri membri della band. All’inizio, però, volevano tenerlo con sé a tutti i costi, perché temevano che senza di lui avrebbero perso la loro identità sonora e lirica. Se dal vivo non era più in grado di esibirsi, in studio volevano almeno conservare la sua poesia unica, la sua voce e la sua chitarra. Fu così che portarono nel gruppo David Gilmour, vecchia conoscenza della band e amico di Syd dai tempi del liceo, che all’epoca aveva uno stile chitarristico piuttosto simile a quello di Barrett e che inizialmente era stato pensato come sostituto di Syd alla chitarra e alla voce nei concerti. La formazione a cinque dei Pink Floyd, purtroppo, non resse a lungo: dopo una manciata di brani scritti insieme, per lo più finiti su questo album, anche in studio Syd non c’era più con la testa e se ne andò definitivamente “alla deriva” nel suo mondo. L’ultimo pezzo uscito da lui scritto come membro della band fu “Vegetable Man”, che gli altri non inserirono nell’album per il suo carattere troppo autobiografico. Per tanti fan l’addio di Syd fu una tragedia senza precedenti e già si contavano i giorni che separavano la band dal tramonto, ma alla fine Gilmour si rivelò molto più di un semplice rimpiazzo alla chitarra e alla voce. Con la sua voce inconfondibile e il suo modo di suonare, in particolare quegli assoli lunghi e “piangenti”, diventò in fretta uno dei pilastri del gruppo e col tempo si affermò come partner alla pari, nella scrittura musicale, del suo futuro grande “amico”, il bassista e cantante Roger Waters.
Fatta eccezione per la conclusiva “Jugband Blues”, l’unico brano in solitaria di Barrett sul disco, tutte le altre parti vocali principali se le spartiscono Waters, Gilmour e il tastierista Rick Wright. Per quest’ultimo è l’unico album della storia della band in cui ha dominato come cantante: qui ha cantato ben quattro pezzi. I tre pezzi grossi si dividevano anche il ruolo di autori principali della musica. Mentre Waters, affermatosi come autore dei testi per eccellenza, già allora si trovava più a suo agio con temi lirici impegnativi e spesso di critica sociale, Gilmour e Wright si dedicavano a testi più semplici. Quanto al suono, questo disco è tra i più sperimentali che abbiano mai fatto (e non solo del periodo psichedelico), visto che è pieno di suoni d’avanguardia: dall’uso insolito delle percussioni agli effetti speciali di chitarra fino al fruscio degli oscillatori. I brani sono ben bilanciati: tra una creazione lunga, sperimentale e complessa, spesso piena di suoni d’avanguardia, arriva sempre un pezzo più breve e meno impegnativo, con una struttura più semplice e una melodia relativamente accessibile. Anche se i testi non contenevano riferimenti fantascientifici, l’atmosfera di alcuni brani è parecchio esoterica e ipnotica, e può far cadere l’ascoltatore in uno stato di trance in un attimo. Proprio grazie a questo album, in particolare a “Set The Controls For The Heart Of The Sun”, poco dopo l’uscita alcuni media coniarono il termine space rock, che in seguito si impose per tutte le band che infilavano nei loro pezzi lunghe jam strumentali, suoni insoliti e d’avanguardia e una tavolozza colorata di tastiere, creando così l’atmosfera di un viaggio spaziale.
Il viaggio verso le “galassie lontane” parte con “Let There Be More Light”, dove al microfono si alternano Wright, Waters e Gilmour. Il brano si apre in modo misterioso con la linea di basso rombante di Waters, in cui da lontano irrompe in primo piano, maestosa, la coltre sonora degli organi di Wright, seguita da una crescita ritmica. Wright qui fa da voce principale, mentre Waters con i suoi strepiti fa da cantante di supporto. Le armonie vocali a più voci, insieme a suoni oscuri, organo e riff di chitarra, creano un’atmosfera parecchio cupa. Alla fine dell’ultima sezione del brano Gilmour piazza il suo primo assolo da nuovo membro dei Pink Floyd, spinto attraverso effetti distorti. Il testo di Waters è una metafora sarcastica della scena musicale psichedelica dei 60s e della band come icona centrale britannica di quell’epoca.
“Remember a Day”, una ballata psichedelica tranquilla con venature folk, in cui Rick Wright si prende la scena come cantante principale, poggia su una bella melodia costruita da arrangiamenti morbidi al pianoforte, un basso melodico e solide parti di slide guitar, suonate niente meno che da Syd. Sempre lui piazza anche un breve assolo. Nel mezzo ci sono sempre suoni oscuri che ne aumentano il mood psichedelico. Sia l’atmosfera sia il testo rimandano a un’immagine idilliaca dell’innocenza infantile, tipica di gran parte della produzione di Barrett. Un pezzo semplice e piacevole, che fa da ottimo contrasto con il clima altrimenti cupo che domina il disco.
“Set The Controls For The Heart Of The Sun” è una creazione più lunga e fortemente sperimentale, che negli anni si è guadagnata lo status di culto come uno dei primi esempi del cosiddetto space rock, e tra tutti i brani del disco è quello che hanno suonato più a lungo e più spesso dal vivo. Domina un’atmosfera piuttosto oscura e cupa, con tantissimi effetti psichedelici, soprattutto sulle percussioni e sulla batteria di Mason. Per tutto il pezzo ritorna l’ipnotico riff di chitarra di Gilmour, che insieme ai suoni psichedelici di tastiere e cimbali crea un’atmosfera marcatamente orientaleggiante, di quelle che andavano forte nel rock psichedelico in generale. Le voci sussurrate rafforzano il mood misterioso del brano. Il pezzo è famoso anche perché è considerato l’unico a contenere sia il contributo di Barrett sia quello di Gilmour, anche se non hanno suonato insieme: dopo l’addio di Barrett, Gilmour ha infatti risuonato le linee di chitarra e le ha registrate sopra quelle di Syd. Che fosse o no lo scopo principale, con questo pezzo i Pink Floyd sono riusciti a creare la vera atmosfera di un volo spaziale verso l’ignoto.
La divertente “Corporal Clegg” la definirei un bell’esempio del buon vecchio humour nero britannico, nonché il primo contributo lirico di Waters sul tema della guerra, di cui sarebbe diventato totalmente ossessionato negli ultimi anni con la band. Il brano è uno dei loro rarissimi pezzi comici, anche se pure qui c’è un pizzico non troppo nascosto di sarcasmo cupo sugli orrori della guerra e le sue conseguenze sociali. Stavolta a fare da cantante principale e chitarrista c’è un Gilmour in gran forma, che si è cimentato anche con un tradizionale strumento da clown – il kazoo, con cui tira fuori suoni esilaranti. Ricordano una banda di fiati, quella che di solito accompagna le marce militari. Una melodia psichedelica di tastiere eccellente e un effetto wah-wah sulla chitarra portano con successo un contrasto sottile nella natura burlesca del brano. Nel finale si sentono anche suoni che ricordano qualcosa come un’esercitazione militare. In alcuni versi si sente pure il contributo vocale di Mason. Il testo sarcastico di Waters racconta la storia di un soldato senile con una gamba di legno che fantastica ancora sulle antiche battaglie gloriose, e della moglie alcolizzata.
La title track strumentale “A Saucerful Of Secrets”, che con più di undici minuti è il pezzo più lungo e complesso del disco, è divisa in più sezioni. È la vera incarnazione dello sperimentalismo d’avanguardia degli esordi nel rock, con un sacco di suoni strambi, soprattutto un uso insolito delle percussioni, ed effetti dissonanti di tastiera. Qui si sente anche l’influenza di Frank Zappa sulla scena psichedelica di allora. La sezione d’apertura si apre con i cimbali di Mason e un’atmosfera da brividi di effetti di tastiera. Quando finisce, arriva una sezione in cui l’atmosfera inquietante la dettano la batteria e strane parti di pianoforte nel mezzo, con un uso abbondante di effetti folli. Poi subentra una sezione un po’ più “composta” ma comunque inquietante, dominata dal suono drammatico dell’organo da chiesa. Quando al suono dell’organo si aggiungono anche le armonie corali “angeliche” e il mellotron, l’atmosfera diventa straordinariamente solenne. Qui arrivano il culmine e la chiusura del brano. Secondo Waters, il pezzo voleva ricreare l’atmosfera di una battaglia, e secondo me ci riesce piuttosto bene. A me, con quest’atmosfera da brivido, il suono del mellotron e la riuscita imitazione degli orrori della guerra, ricorda un po’ il classico dei King Crimson “Devil’s Traingle” da “In The Wake Of Poseidon” (1970), anche se quello è ancora più cupo.
“See-Saw” è un altro pezzo piuttosto tranquillo e romantico di Wright, che torna a fare il cantante principale. Wright qui non si dimostra solo un cantante molto solido, ma anche un creatore di arrangiamenti sinfonici di gran gusto e melodia. Nel suo arsenale di tastiere si alternano con armonia, per tutto il tempo, strati sensibili di organo, pianoforte, mellotron e vibrafono. Le armonie vocali aggiuntive sono eccellenti e, insieme agli arrangiamenti sinfonici e alla chitarra, creano un’atmosfera romantica indimenticabile. Per struttura questo ottimo pezzo somiglia parecchio a “Remember a Day”, anche se il mood è decisamente più cupo.
A chiudere il disco c’è l’estremamente simbolista e stranamente strutturata “Jugband Blues”, che è in un certo senso il brano d’addio di Syd e la sua unica creazione in solitaria sull’album. Alla base è folk rock psichedelico, parecchio simile ad alcuni pezzi del loro debutto. La voce di Syd trasmette rassegnazione emotiva totale e assenza. Nel frattempo suona una semplice melodia alla chitarra acustica. Gli spiritosi arrangiamenti di fiati con tuba e trombone li hanno suonati proprio Waters e Wright. Nel finale, dopo un’interruzione, tornano per un altro verso la voce di Syd e la chitarra acustica. Un addio triste, a cui contribuiscono anche alcuni versi estremamente personali in cui esprime la sua estraneità alla band e alla società “normale” in generale.
“A Saucerful Of Secrets”, l’unico album della storia della band registrato da cinque membri, fu uno dei primi dischi progressive rock e come tale rientra tra i classici dei 60s, anche se personalmente non lo metterei tra i loro lavori migliori. Era sì un ottimo esempio della loro fase di transizione, sperimentale, provocata dall’addio di Syd, quando cercavano di ridefinire il proprio suono con un sacco di suoni d’avanguardia, arrangiamenti sinfonici dalle tinte psichedeliche e altre stranezze sonore, ma rispetto ai dischi successivi, molto più sottili, che li hanno consegnati all’immortalità, suona parecchio oscuro, per non dire “da ragazzacci”. Pur essendo un fan di certe forme d’avanguardia del progressive rock, Zappa in testa, credo che i Pink Floyd con questo tipo di elementi non siano mai riusciti a esprimere le loro potenzialità come hanno fatto più tardi, quando hanno elevato e sofisticato la loro versione di psichedelia e space rock con la sinfonia e con lavori più strutturati, tenuti insieme da un filo rosso. Nonostante l’indiscussa innovazione nel campo del progressive rock, faticherei a definirlo il capolavoro della band, ma è senza dubbio uno degli album più importanti dell’epoca, quello che ha presentato per la prima volta al pubblico il talento musicale di David Gilmour. In patria, in Gran Bretagna, ebbe un buon successo di vendite, mentre negli USA fu un bel flop, tanto che è l’unico loro album a non essere entrato nella classifica americana dei cento album più ascoltati. Con questo disco i Pink Floyd cominciarono a cercare una nuova direzione sonora e a tentare di rammendare i danni causati dall’addio del loro tragico genio musicale mancato, che dopo la sua uscita si dedicò per un breve periodo alla carriera solista. Mentre la carriera solista di Syd, dopo due uscite, ebbe un rapido tramonto e lui sprofondò nell’oscurità totale, i Pink Floyd con ogni album successivo migliorarono come autori di composizioni più lunghe e maestose e nello sviluppo di un suono tutto loro, riconoscibile da lontano, che li ha iscritti per sempre tra le più grandi leggende della musica rock.
Formazione
Syd Barrett – voce, chitarra
David Gilmour – voce, chitarra, kazoo
Roger Waters – voce, basso
Richard Wright – voce, organo, piano, mellotron, vibrafono
Nick Mason – batteria, percussioni
Produzione
Norman Smith
Tracklist
1. Let there be more light (5:38)
2. Remember a day (4:33)
3. Set the controls for the heart of the sun (5:28)
4. Corporal Clegg (4:12)
5. A saucerful of secrets (11:57)
6. See-saw (4:36)
7. Jugband blues (2:59)
Durata dell’album: 39:23