Death To Tyrants

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Sick Of It All
Etichetta: Century Media
Uscita: 2006

Hard Core. La lezione introduttiva e il primo contatto potremmo imbastirli con aride definizioni, che in fondo non dicono nulla. L’HC è più che semplice musica e look curato, con capelli tagliati corti alla militare, tatuaggi e smorfie da “sono incazzato col mondo intero”. Qui si parla di cuore, di legami d’acciaio con la propria scena HC, di fratellanza, di intransigenza e di litri di sangue, sudore e chissà cos’altro. Nella tua enciclopedia, accanto alla definizione, puoi incollare senza sensi di colpa la foto dei veterani del NYHC SICK OF IT ALL, che da più di vent’anni difendono a peso massimo la bandiera e le vere sfumature dell’HC autentico. E il compleanno i ragazzi l’hanno festeggiato a modo loro – nel 2006, per il ventesimo anniversario di attività, invece di poltrire e crogiolarsi nella gloria passata, hanno sfornato probabilmente il lavoro più tosto finora, sono approdati alla Century Media e con un tour mondiale hanno dimostrato di non appartenere soltanto alla vetta assoluta della qualità del genere: secondo me sono i numeri uno dell’HC!

I Sick Of It All non sono mai stati roba per i titubanti né per le anime delicate che abboccano ingenuamente alla panzana che nel mondo vada tutto per il meglio. Che bisogna alzare i pugni e demolire il sistema di repressione e l’usurpazione degli idioti lo sa ormai ogni persona di buon senso, ma pochi osano trasformare rabbia, ira e soluzioni semplici in pugni sul tavolo con la stessa efficacia con cui te li serve, già al primo ascolto e nella forma più pura, il disco Death To Tyrants.

Niente finzioni, niente chiacchiere a vuoto. Fin dall’inizio dell’ascolto devi renderti conto di essere montato in groppa a una bestia selvaggia che conosce solo il galoppo a tutta velocità. Come se non fosse già il loro nono album, il chitarrista Pete Koller, il batterista Armand Majidi, il bassista Craig Setari e la gola solcata di rabbia e slogan politici, Lou Koller, si fondono in una palla di fuoco, se vuoi, dell’ira di Dio. Senza esitazioni, come un calcio nello stomaco, un diretto dritto in testa e una botta nei coglioni, e sei già in ginocchio a venerare un nuovo dio che non finge ma semina rivoluzione, messaggi, brucia lungo il sentiero attraverso l’aria e come un blocco di granito atterra dritto al centro di una civiltà addormentata. Come il monolite di 2001: Odissea nello spazio. Per svegliare e smuovere. Le leve, però, si nascondono in trenta minuti di adrenalina.

I pezzi suonano davvero come devono suonare: sono scritti con saggezza, cosa possibile solo dopo tanti anni di esperienza e di lezioni imparate dagli errori. E senza quelli non si va da nessuna parte, anche se i S.O.I.A. di rado si sono beccati una bagnata completa, pur avendo ogni tanto davvero “pisciato controvento”. Non si tratta solo di giocare coi sentimenti: in una musica solida e centrata con cura sono racchiuse le perle di ciò per cui questi signori si battono davvero. Nonostante la modernità, è un ritorno ai tempi di album come Built To Last o Scratch The Surface, e si sente anche il battito energetico di Blood, Sweat And Tears. I pezzi sono ancora pesanti al punto da frantumare e macinare tutto ciò che hanno davanti. Sono ancora veloci. Allo stesso tempo, sul piano dei testi, sono bilanciati dalla libido creativa di quattro uomini che stavolta conoscono benissimo la loro direzione e la meta a cui vogliono arrivare. Ogni brano è memorabile a modo suo, e stilisticamente nel conglomerato della perfezione HC confluiscono diversi elementi, che però riflettono sempre il suono e l’anima dei S.O.I.A.

L’album si apre con il pezzo ‘Take The Night Off’. Sirene e, dopo il fischio, un attentato ai danni degli impreparati. Un invito a scendere nell’oscurità dell’oblio! Il potere in mano agli oppressi! Lou sprigiona rabbia da tutti i pori e dopo uno sfogo così a molti resterebbe poca forza per andare avanti a tutta, ma non ai S.O.I.A., che sarcasticamente alzano il dito medio, celebrano la propria esistenza e la rivolta contro il sistema e non si fanno mettere i piedi in testa. “Let’s celebrate that we don’t give a fuck!”.

Il taglio successivo è un’esplosione a forma di fendente con ‘Machete’. Il machete che recide il tessuto marcio sono le persone decise a cambiare radicalmente ciò che vale la pena cambiare. Il machete sono le persone con una visione. Dopo la demoniaca ouverture del pezzo ‘Preamble’ arriva probabilmente il brano da slogan più cantabile, un hit marchiato a fuoco col sigillo del drago dell’artigianato NYHC, che nonostante gli anni non si è guastato. “Death to tyrants!” e il primo passo lo farà la folla ribelle. I S.O.I.A. sono solo gli annunciatori dei cambiamenti in arrivo. Eruzioni.

Segue un pezzo sulla guerra eterna, che accomuna l’uomo bianco, rosso, giallo o nero. ‘Always War’ è quasi un invito alla propria Jihad. I ritornelli sono brevi, secchi, i riff ricchi e sonori, c’è spazio per il canto corale di una folla sempre più grande, e i ritmi duri e carichi di energia non calano nemmeno nella seconda parte dell’album. La catena d’acciaio prosegue con ‘Die Alone’. Chitarre incalzanti e l’ottimismo di morire in solitudine. A garantirlo è il marciume interiore. “So rotten on the inside / Garanty to die alone!” E intorno alle lingue di fuoco danzano le ombre di chi di questa situazione è stufo.

‘Evil Schemer’ suona parecchio metal. Almeno a partire dall’ouverture, che dondola e spinge l’ascoltatore, con lo slancio dell’inerzia, su una marcia più alta. Sing along e una manipolazione sonora già sentita, di cui però non ci si stanca tanto facilmente. ‘Leader’ fa i conti con i capibanda della distruzione di tutte le qualità positive della civiltà moderna o, come ci avverte l’aquila in copertina, dell’America moderna. Latte e miele non scorrono affatto. La gente soffre e subisce fame e guerre che non sono sue. Per la Casa Bianca. Per un Dio fasullo. Per il benessere di un pugno di persone. Per il petrolio. In nome della democrazia. La voce dittatorialmente secca di Lou Koller è un’allegoria. In tempi veloci come l’inferno, anche rivolgersi alle masse deve per forza essere accelerato. Contro gli Hitler dei giorni nostri e con la propria soluzione ai problemi moderni. Come se scrivessero un loro Mein Kampf, in cui però stavolta il principio guida è quello positivo di ricostruire, in chiave di resistenza, un mondo distrutto da un cataclisma in qualcosa di più bello e migliore. Prima, però, bisogna asportare chirurgicamente tutti i tiranni e gli oligarchi dalle visioni e dagli interessi ristretti. Anche con la forza e con una rivolta senza condizioni, se serve.

Dopo la politicizzazione si passa al regolamento di conti con tutti quelli che hanno rovinato la scena HC al punto da ridurre l’HC a un semplice accessorio di moda e non a uno stile di vita. Piccoli, indifesi leccapiedi – attenzione: ‘Make A Mark’ vi snocciola tutti i motivi per cui alle masse si rivolta lo stomaco, mentre chi ha lo stomaco più forte viene derubato del coraggio. “How could there be influence with quality in short supply? Forced to watch this impotence: a dozen for a dime”. Senza finzioni e senza far finta che sia tutto scontato! Da tutto questo avrebbero parecchio da imparare anche gli iconoclasti moderni dei generi, quelli seduti sui loro troni d’oro in qualche etichetta, che fabbricano falsi divetti e falsi divi sotto forma di boy band e girl band metalcore. Anche quando ogni tanto c’è qualcosa di buono, una perla è meno attraente se è coperta da una tonnellata di merda. E i S.O.I.A. lo sanno, e per questo alzano ancora più in alto la bandiera dei colori HC, cosa di cui si occupa anche ‘Forked Tounge’, che in un minuto e mezzo tira fuori quanto certi non mettono insieme in un’intera carriera. Molto più ascoltabile per parecchi è invece il pezzo ‘Sodom’. Catarsi per anima e corpo.

Una salva di dimostrazione di forza antigovernativa un po’ più trattenuta, ma non meno potente, è il pezzo ‘Faithless’. “Don’t count on government / For your security / Don’t count on any neighbour / Forget about!” è l’introduzione a quello che si rivela qualcosa di cui andrebbero fieri anche gli Slayer, i The Haunted e chissà chi altro. Il tocco di Madsen deve pur farsi sentire da qualche parte, no? E si vede nel ritmo e nel cherosene che schizza sulle valvole avvitate con cura dei S.O.I.A. ‘Fred Army’ è quindi, con le sue istruzioni di marcia, un vero spasso. Pogo per ignoranti. I professori, però, sono tra quelli che il ballo l’hanno sviluppato o almeno hanno contribuito a tenerlo in vita. Socchiudi gli occhi e riesci a vedere gli ambienti fumosi e nebbiosi della leggendaria sala newyorkese CBGBs, che quest’anno ha chiuso i battenti. Per sempre. Perché i tiranni del capitale, che mantengono il loro potere grazie a guerre preventive e al culto della paura e della minaccia perenne, possano vivere la dimostrazione della loro potenza e l’orgasmo della miseria. Proprio a loro è rivolto il seguito – ‘Thin Skin’, in cui Lou e compagnia si interrogano senza peli sulla lingua sulla forza o l’impotenza di una simile idiozia.

Ed eccoci al finale. ‘Maria White Trash’ è erotismo che spreme in un calice d’oro tutti i frutti migliori rimasti ancora da spremere. È un monumento alla mediocrità e al piccolo americano accecato. Stavolta si chiami pure Maria. Non esiste l’immacolatezza. Non esiste nessuno senza peccato. Nemmeno l’ignoranza giustifica l’inattività, e rassegnarsi al destino è, secondo la definizione dei Sick Of It All, il peccato originale dell’uomo. Dopo l’illuminazione dell’uomo comune, l’obiettivo a cui puntavano fin dall’inizio è raggiunto. Solo l’uomo illuminato è abbastanza forte per un cambiamento radicale del sistema. Dopo il capitalismo può arrivare qualsiasi condizione sociale. Anche il comunismo. Quello che serve adesso è lucidità e una visione chiara della necessità della rivolta. Così il fenomenale nono album dei principali portabandiera dell’idea del NYHC si chiude in un insieme compatto.

Come sempre, i Sick Of It All, nonostante tutto, sono riusciti a mantenere la forza vitale e lo slancio in una scena hardcore fin troppo spesso stagnante e per lo più monotona. Grazie a dio per ora non si congedano e, con la loro espressione cesellata e contenuti che reggono, tengono il cadavere del guastato nel momento positivo di una potenziale guarigione. Il NYHC ha bisogno dei S.O.I.A. Il mondo ha bisogno dei S.O.I.A., e Death To Tyrants è un ascolto obbligato per tutte le persone di mente aperta. Te lo garantisco: una volta che il messaggio entra nelle circonvoluzioni del cervello, pregherai di riascoltare il disco ancora e ancora. L’album resta lì come monito e come prova di ciò che i Sick Of It All sono riusciti a costruire nella loro vita, ed è anche un segnavia per tutti quei disperati che non sanno bene dove dovrebbe andare l’HC. Dopo quindici dosi di adrenalina magari un’idea di dove ti viene, no? L’album merita, con tutto il dovuto rispetto, il massimo dei voti!

Formazione

Pete Koller – chitarra
Lou Koller – voce
Armand Majidi – batteria
Craig Setari – basso

Produzione

Tue Madsen & S.O.I.A.

Tracklist

01. Take the Night Off
02. Machete
03. Preamble
04. Uprising Nation
05. Always War
06. Die Alone
07. Evil Schemer
08. Leader
09. Make a Mark
10. Forked Tongue
11. Sodom
12. Faithless
13. Fred Army
14. Thin Skin
15. Maria White Trash

DURATA DELL’ALBUM: 33:54

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