The Crane Wife

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Decemberists, The
Etichetta: Capitol Records
Uscita: 2006

 Dopo che la cinquina indie pop, tutta folk rock e condita di barocco, ha preso coraggio e, uscendo dall’ombra delle piccole etichette, ha puntato il segnale luminoso verso il cielo sopra le major, la prima big a vedere la luce è stata la Capitol. Potrebbe cominciare così l’intro di questo disco, che ho ascoltato con rispetto e sensibilità, scoprendo già al primo giro che oggi sentirai tuonare ben poco e leggerai ben poche stroncature. The Decemberists e il loro ultimo album prima del seguito che a quanto pare è annunciato per il 2009, The Crane Wife, superano ogni aspettativa già dai primi accordi e dai testi, che con valori fuori scala ti illuminano la mente e tengono le orecchie occupatissime. Stavolta la leccornia è servita a un pubblico più ampio, e non solo a quei curiosoni più esploratori che apprezzano gli indie meno noti. Su questo posso garantirti che The Decemberists, anche dopo tre album indie fin troppo piccoli per la loro mistica, non si sono rovinati con un mainstream indigesto. Semplicemente, è un momento di svolta nella storia dei The Decemberists.

L’ispirazione principale dell’album è una canzone popolare giapponese in cui si intrecciano una gru (l’uccello, non la macchina per sollevare i carichi pesanti, miei cari), un cacciatore, una donna meravigliosa e un flusso purificatore di eventi. Di conseguenza, il disco decide di ripartire già dall’inizio, con la traccia ‘The Crane Wife 3′, esattamente da dove Picaresque aveva chiuso il filo del discorso. Il mezzo di base è una semplice melodia folk che cresce fino a diventare un conglomerato sonoro di qualche decibel più potente, di cui andrebbero fieri tanti rocker. L’intro mi ricorda i Counting Crowse, solo che stavolta invece di lamentarsi puntano all’obiettivo della pittura paesaggistica, quella che magari ti scuote con i Neutral Milk Hotel. È genialità e sentimento, che Meloy e compagnia riempiono di chitarra, pianoforte, basso delicato e batteria all’altezza, con in più uno xilofono, e l’attacco ti entra in testa senza fatica. Il seguito invece è un po’ più epico e più difficile da digerire, se non ce la fai ad ascoltare un solo brano per 12 minuti.

‘The Island’ è un trittico di immagini formato da ‘Come And See’, ‘The Landlord’s Daughter’ e ‘You’ll Not Feel The Drowning’. L’attacco è quasi jazz off beat. Anzi, diciamo più blues, morbido e sciolto. Ti evoca l’immagine di sfumature frattali di rock anni Settanta. Come ispirazione si potrebbero cercare le leve tra i R.E.M. e gli Emerson, Lake & Palmer. Si affilano le baionette e la flotta salpa verso il regolamento di conti finale. Il filo tra l’inizio e il discorso introduttivo che ti invita ad ascoltare il battito di ‘Come And See’, fino all’annegamento della parte conclusiva del trittico, non viene spezzato né interrotto da niente. Davanti agli occhi ti si intrecciano immagini e, nel tempio del tuo cuore, puoi completare le parti mancanti dell’affresco degli affreschi. Si parla di speranza, amore, sacrificio e morte.

Guerra e amore sono proprio i due vincitori personali di Meloy tra le infusioni tematiche di puro racconto. Dopo il finale della prima salva epica arriva un momento di giocosità alla R.E.M., un bel duetto tra Meloy e la collaboratrice di Seattle, nonché Decemberist a tempo perso, Laura Veirs, che suona convincente e deliziosamente piena. Certo, stavolta il suono è più pop e leggero, ma ‘Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)’ batte parecchie idiozie saponose e svampite delle sgorgate del pop odierno. La dicotomia tra guerra e pace, tra amore e lamento, ti fa quasi vedere una donnina davanti a casa che parla nella sua testa con il marito impegnato nelle battaglie della guerra civile, senza sapere che quello è solo un fantasma e che il suo amato è già caduto in guerra. Speranza e struggente desiderio fino all’ultimo.

Il singolo del disco, che ha aperto la strada anche da solo, ‘O Valencia!’ è un gioiello indie pop che, in una maniera tragica, non mi commuove poi così tanto. Mi “siede” di più la carezza dell’hammond e il ritmo quasi funky di ‘The Perfect Crime’, che con una precisione sinistra ti mette in movimento e ti fa ballicchiare sulla storia di un omicidio perfetto, un delitto passionale che non ha lasciato spazio agli errori. Intermezzi alla Deep Purple e batteria sexy si fondono con il timbro sempre più riconoscibile e assolutamente irresistibile della voce di Meloy. Così assuefacente che senti l’odore di polvere da sparo e di tuoni, che non sono il suono di questo mondo, anche se ci mettono tutto l’impegno.

Le chitarre leggermente distorte stavolta sono completate dall’eco del delay e dal sibilo di trombe di guerra che arrivano dalle rive nebbiose dimora di Peter Pan. E noi, col fiato sospeso, aspettiamo la marea che finalmente, nel ritornello, sputa la sua parte di fango fresco e di rocce sulla costa devastata dell’inconscio. ‘Shankill Butchers’ è un omaggio a tutte le ballate britanniche su macellai e assassini e, insieme a ‘Summersong’ , nella sua armonia di carnevalismo assonnato suona più vicina a come suonavano i The Decemberists in passato. Con la differenza che ‘Summersong’ è senza dubbio il sussurro del passato più giocoso e intriso di ottimismo in questo quadrante dell’universo dei The Decemberists.

Il seguito epico del primo brano si completa poi con le ouverture ‘The Crane Wife 1 & 2’ che riempiono i vuoti rimasti. È il canto del cigno del primo ascolto dell’album, mentre Meloy, tra il rullare dei tamburi e un tremito trattenuto, ripete la parola “heart”, cuore, ancora e ancora. Trattenuto e risonante come il diavolo in persona. È il gioiello dei gioielli, che ti ridisegna lo schema e il momento in medias res a cui non potevi sfuggire né resistere fin dall’inizio. E solo dopo puoi goderti l’applauso con un gran finale che offre il sole e l’aroma della leggerezza – ‘Sons And Daughters’. I The Decemberists suonano come una band che sa davvero dove andrà il prossimo passo, ma non si accontenteranno finché non ti sarai fatto strada anche tu fino al gran finale. E di motivi per farlo ne hai parecchi.

Come detto: l’album rafforza e migliora ancora quanto sentito prima, nella loro maniera inconfondibile fatta di passione ispirata e ricchezza di parole. La spontaneità e la gravità della logica discografica si sono fuse in un’unità piena, e The Crane Wife ti snocciola il solito repertorio di brani su mascalzoni da quattro soldi, vagabondi, soldati, infanticidi e amanti che ballano una danza erotica dal suono cristallino, un tango infiammato. Passione e spinta intellettuale a volerne di più. Il tango è solo una metafora di questa armonizzazione perfetta di stimoli su tutti i tuoi sensi, perché il sapore della storia lo senti letteralmente sulla punta della lingua. Meloy tesse un velo di storie inventate su un normale gruppo di folk rocker che, oltre al folk, ti serve anche blues, sonnolenza sinistra, volume da rockers, ingegno progressive e lunghezze epiche. L’album ha tutto e anche di più – il collante principale sono i testi di Meloy, che ti disegnano tratti di carattere che raccontano storie. Ognuno fa quello che è la sua missione terrena. I furfanti rubano, gli amanti amano fino alla loro tragica morte prematura, i soldati combattono nelle pianure per le case minacciate, per riportare a casa, ironia della sorte, con il sangue dei nemici, di nuovo il profumo di libertà e di pace. E con questa vividezza e questo perfezionismo musicale The Crane Wife si meritano un piedistallo tra i più grandi – al fianco di Neutral Milk Hotel, R.E.M., Dylan e gli altri narratori per eccellenza. Nonostante manchi una durezza diretta, è un disco che vale sempre la pena di ascoltare con tutte e due le orecchie. Verdetto: più che un grande sì!

Formazione

Colin Meloy – voce, chitarra
Chris Funk – theremin e pedal steel
Jenny Conlee – tastiere e organo
Nate Query – basso
John Moen – batteria
Ezra Holbrook – Castaways and Cutouts (batteria, cori), The Crane Wife (cori)
Laura Veirs – duetto (‘Yankee Bayonet’ in The Crane Wife)
Eyvind Kang – viola, violino in The Crane Wife

Produzione

Tucker Martine e Christopher Walla

Tracklist

1. The Crane Wife 3
2. The Island
1. “Come and See”
2. “The Landlord’s Daughter”
3. “You’ll Not Feel the Drowning”
3. Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)
4. O Valencia!
5. The Perfect Crime #2
6. When the War Came
7. Shankill Butchers
8. Summersong
9. The Crane Wife 1 & 2
10. Sons & Daughters

DURATA DELL’ALBUM: 60:18

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