Tubular Bells
Artista: Oldfield, Mike
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1973
Durata: 48:50
Voto: 4.5/5
Con questo album è partita la carriera musicale di Mike Oldfield. Dopo l’incredibile successo di vendite del suo esordio, la sua vita è cambiata completamente. Un ragazzino che aveva passato un bel po’ di tempo a comporre quello che oggi è il celebre Tubular Bells è diventato da un giorno all’altro una superstar. Tubular Bells è rimasto per settimane in cima alle classifiche inglesi, e il numero di copie vendute è pazzesco per un disco progressive (diversi milioni). Ancora più incredibile se pensi che la musica l’ha scritta un diciassettenne, musicista senza grande esperienza. È chiaro che nella musica ci sono delle pecche, ma questo vale di sicuro per la maggior parte degli esordi.
Già solo dando un’occhiata alla copertina ti può mancare il fiato, quando vedi quanti strumenti suona questo polistrumentista inglese dal carattere timido. E non si limita a suonarli tutti: su quasi ognuno è un maestro, come dimostra già in questo album.
Il primo atto si apre con il celebre brano del film “The Exorcist”. Verso la metà circa, il pezzo raggiunge il suo apice. Alcune melodie sono davvero belle, e la composizione stessa e l’arrangiamento sono sorprendentemente maturi per un ragazzino così giovane. In certi passaggi i temi sono un po’ troppo tirati per le lunghe. È questo il problema principale del disco. Un altro problema è che a tratti il modo di suonare di Oldfield può essere un po’ selvaggio. Ogni tanto parte in un assolo senza nessun motivo. Si potrebbe attribuire alla mancanza di esperienza o semplicemente all’entusiasmo giovanile. Dopo aver riascoltato l’album più volte, quegli assoli selvaggi mi hanno dato sempre meno fastidio, perché la sua esuberanza ti trascina con sé. Questa follia giovanile nei dischi successivi non c’è più (soprattutto in Ommadawn), il che è sia un bene che un male. Un bene perché si è dedicato di più alla composizione, un male perché si vede che ha perso quell’entusiasmo e quell’innocenza giovanile che l’industria musicale si porta via a parecchi musicisti di talento. L’ultima parte è la più fastidiosa di tutto l’album, perché per otto minuti si suona più o meno sempre la stessa melodia, mentre vengono presentati uno dopo l’altro tutti gli strumenti del disco.
Il secondo atto mi sta più a cuore. Oldfield non si trattiene troppo a lungo su una sola melodia, e le melodie stesse sono sviluppate in modo più compiuto rispetto alla prima parte. L’unica cosa che disturba in questo brano è la parte che Oldfield chiama “Caveman”, ovvero “Uomo delle caverne”. In questo segmento c’è un fastidioso borbottio da uomo delle caverne che rovina una melodia molto bella, nascosta sotto quel ringhiare. In questa parte Oldfield riesce a fondere con parecchio successo influenze diverse in melodie che si susseguono rapidissime. Interessante anche la sua versione di “Sailor’s Hornpipe” alla fine, dove dimostra di essere senza dubbio tra i migliori chitarristi in circolazione. Per chi magari non conosce la musica folk, è la sigla del cartone animato di Braccio di Ferro (Popeye The Sailor Man).
L’album è stato rifatto più volte (Tubular Bells 2, 3, 2003), ma nessuna versione evoca un’atmosfera come quella dell’originale. Nell’originale c’è una certa innocenza e giocosità, nelle melodie e nello stile compositivo, che è davvero simpatica. Mi sembra anche un po’ stupido rifare così tante volte lo stesso album, come se Oldfield non avesse abbastanza idee nuove e preferisse affidarsi alla vecchia gloria e alle vecchie trovate.
Mi sembra incredibile che un album così abbia avuto tanto successo in classifica. Se oggi provassi a vendere un CD con soltanto due pezzi da più di venti minuti l’uno, le vendite sarebbero probabilmente un disastro. Ma negli anni Settanta era diverso. Certe etichette incoraggiavano addirittura la sperimentazione. Se band come Emereson, Lake and Palmer e Yes potevano vendere milioni di copie, perché non poteva farlo anche un esordiente con uno stile tutto suo, in cui mescola rock, folk, jazz, classica e tanti altri stili?
Tubular Bells è un album che Mike Oldfield ha scritto chiuso nella sua stanza, in attesa che le follie di sua madre finissero. Sua madre, infatti, soffriva di uno squilibrio psicologico, e se ci aggiungi pure l’alcolismo, è chiaro che Oldfield ha avuto un’infanzia parecchio difficile. La musica lo ha aiutato a superare tutti questi traumi. Non c’è da stupirsi se in Tubular Bells ci sono parecchi momenti rabbiosi. Mentre componeva aveva sviluppato un rapporto idealistico con la musica, ma dopo il concerto di presentazione è andato tutto a rotoli. Al proprietario della Virgin Records, Richard Branson, disse perfino che si sentiva come se avesse perso una parte di sé.
Uno dei migliori esordi di sempre.
Formazione
– Mike Oldfield: chitarre, tastiere, bassi, percussioni, voce
MUSICISTI OSPITI:
– Steve Broughton: batteria
– Lindsay Cooper: basso
– Mundy Ellis: coro
– John Field: flauti
– Sally Oldfield: coro
– Vivian Stanshall: presentazione degli strumenti
– Manor Choir: (2)
– Nasal Chorus: (1)
Produzione
MikeOldfield, Simon Heyworth
Tracklist
1. Tubular Bells 1 25:00
2. Tubular Bells 2 23:50