Audio-Visions

0 8

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Kansas
Etichetta: Legacy Recordings
Uscita: 1980
Durata: 43:16
Voto: 3.5/5

Con l’arrivo degli anni Ottanta, i Kansas, paladini americani del rock progressivo, chiudevano il loro periodo classico, quello in cui avevano sfornato una manciata di album eccezionali di art rock di altissimo livello. L’influenza di quei dischi sulla rinascita del progressive rock degli anni Novanta e sul progressive metal è tutt’altro che trascurabile e si sente ancora oggi. Quel loro arena rock personalissimo, tecnicissimo e carico di maniere sinfoniche con “Audio-Visions” ha preso congedo per parecchi anni e, nonostante qualche successivo tentativo, fatto in buona fede, di ripescare il suono classico, non è mai più tornato ai livelli degli anni d’oro della band. Si potrebbe dire senza problemi che la loro evoluzione in chiave di avventurismo progressive si sia fermata con questo album, anche se c’è chi quello spartiacque lo piazzerebbe già un annetto prima.

In linea con le tendenze musicali di allora, sugli “Audio-Visions” i Kansas si sono adattati ancora più a fondo alle esigenze delle onde radio AOR, pur senza (ancora) voltare del tutto le spalle alla loro eredità sinfonico-prog, che si può ammirare in tutti i momenti più luminosi di questo disco: interessante dal punto di vista della transizione, ma, rispetto a tutto quello che avevano fatto negli anni Settanta, piuttosto mediocre. Oggi “Audio-Visions” è probabilmente più noto per essere stato, per oltre vent’anni, fino a “Somewhere to Elsewhere” (2002), l’ultima collaborazione del duo portante di compositori-strumentisti dei Kansas, incarnato dal virtuoso della chitarra Kerry Livgren e dall’ottimo cantante (e all’occorrenza tastierista) Steve Walsh. Come al solito, Walsh si è occupato dei pezzi più compatti e hard rock, mentre Livgren ha continuato sulla sua strada di inni epici di rock sinfonico e power ballad.

A differenza di colleghi art rock di enorme successo come Journey e Styx, sugli “Audio-Visions” i Kansas non hanno cominciato a trasformarsi in inconsolabili spezzacuori, ma in veri predicatori evangelici, e se sia stata una scelta migliore resta questione di gusti. La tipica enfasi patetica americana non gli era mai stata estranea, ma fino a quel momento nei testi erano riusciti a tenerla in qualche modo entro i limiti del buon gusto, anche grazie al legame con la scuola britannica del rock progressivo. Il principale “colpevole” del fatto che quasi tutti i loro testi siano diventati lodi alla salvezza divina non era altri che Kerry Livgren, che in quel periodo era passato da mistico appassionato a fervente cristiano rinato. Col tempo ha finito per influenzare anche il bassista Dave Hope, che dopo aver lasciato la band è diventato addirittura pastore evangelico. Ovviamente non tutti i membri erano entusiasti di diffondere la parola di Dio e del fatto che i Kansas venissero sempre più associati al cosiddetto christian rock. Steve Walsh era quello che faceva più fatica a interpretare questa poesia evangelica, come dimostra in modo lampante la sua esecuzione piuttosto approssimativa della ballad “Hold On”, peraltro l’unico caso evidente di fervore religioso. Il suo rapporto con Livgren, a causa dell’imposizione delle convinzioni religiose, si è deteriorato al punto che dopo l’uscita di questo album ha deciso di andarsene e di fondare una band tutta sua, gli Streets.

Su “Audio-Visions” i Kansas hanno rafforzato ancora di più le loro linee sonore a favore di inni hard rock melodici e power ballad, mantenendo comunque la loro tipica pomposità da arena rock. Gli appassionati di AOR non avrebbero proprio nulla da lamentarsi: l’album offre una bella dose di fascino altamente melodico, mentre per gli amanti del prog è sicuramente molto meno interessante, perché le strutture dei singoli brani, arrangiamenti sinfonici in testa, sono diventate sensibilmente più semplici rispetto ai loro standard passati. Robby Steinhardt, brillante violinista e all’occorrenza cantante, stavolta ha avuto molto meno spazio per le sue imprese d’archi: questo, insieme all’esposizione quotidiana al fanatismo religioso di due compagni d’armi di lunga data, ha alimentato il suo crescente malcontento per il proprio ruolo nella band e la sua successiva uscita (temporanea). La sinfonia nel loro linguaggio ha cominciato ad avere un ruolo sempre più piccolo, e per il loro suono caratteristico non poteva certo essere una buona notizia.

Eh, anche se questa non era più una band in grado di influenzare in modo determinante le sorti del rock progressivo degli anni Ottanta, sul disco si trovano comunque alcuni pezzi brillanti, all’altezza delle opere d’arte dei loro anni d’oro. La prima è già l’epica opener “Relentless”, che, in linea con la loro tradizione, è un attacco d’album potentissimo. È anche una delle ultime classiche dei Kansas con Steve Walsh alla voce. È uno di quei brani in cui si vede chiaramente che i Kansas hanno posto basi solide per il genere oggi così popolare che chiamiamo progressive metal. Un riff hard rock drammatico e originale è messo in primo piano, mentre non mancano numerosi arrangiamenti epici che garantiscono la giusta dinamica. A tenere insieme il tutto c’è l’ottimo canto di Walsh, con l’accento su un ritornello melodic rock drammatico.

Con la pomposa “Anything for You” abbassano il ritmo al momento giusto e aggiungono un pizzico di sottigliezza sonora. Il pezzo ha qualche arrangiamento interessante, anche se non spicca in alcun modo nella loro produzione. La retorica patetica della scuola americana più genuina brilla con tutta la sua forza sulla ballad d’amore “Hold On”, nata come ode evangelica alla moglie di Livgren. Questo sciroppo da ballad rientra tra le loro ballad più note e amate, anche se a me personalmente non convince per niente. Oltre a un testo piuttosto di cattivo gusto, nel canto di Walsh non si sente quella sincerità che si può ammirare, per esempio, nell’immortale “Dust in the Wind”. “Loner” e “Got to Rock On” sono due tipici pezzi hard rock alla Walsh,  basati su riff di chitarra temperamentali e un’abbondante energia vocale, il che vuol dire che non spiccano per niente.

Nel pomposo epos da guerra fredda “Curtain of Iron” si risveglia per un attimo il loro classico sound sinfo-prog. Questo “momento da star” di Steinhardt contiene succosi arrangiamenti d’archi e un contributo vocale drammatico firmato dal leggendario violinista, anche se non rappresenta alcun picco, visto che è un tentativo mal dissimulato di creare il successore della classica “Cheyenne Anthem”. Più convincente risulta “Don’t Open Your Eyes”, un ottimo esempio di sinfo-prog pomposo con arrangiamenti di violino drammatici e dalle tinte gotiche, adagiati su un ritmo spinto al massimo dal maestro della batteria Phil Ehart. Purtroppo è uno dei pochi brani del disco in cui l’intera band suona ispirata e contribuisce a pieno regime a costruire un’atmosfera eccezionale.

“No One Together” è un magnifico sinfo-prog epico di Livgren e, insieme a “Relentless”, l’unico brano dell’album che si merita a pieno titolo lo status di classica dei Kansas. Il modo in cui costruiscono gradualmente l’atmosfera drammatica, la pretenziosità tecnicistica e la fluidità tra gli arrangiamenti epici restano sempre a un livello invidiabile, il che significa che questo pezzo potrebbe stare tranquillamente su uno qualsiasi dei loro album classici degli anni Settanta. “No Room for a Stranger” è un pezzo hard rock del tutto nella media, che ha sì qualche inserto strumentale interessante, ma non va da nessuna parte, perché per tutto il tempo mantiene lo stesso motivo, piuttosto noioso. La conclusiva “Back Door”, invece, è una power ballad melodic rock relativamente interessante, con una melodia centrale seducente, armonie vocali imponenti e arrangiamenti d’archi di buon gusto. Una piacevole sorpresa arriva anche dall’arrangiamento celtico finale alle tastiere.

«Audio-Visions» ancora oggi lascia sensazioni piuttosto contrastanti: c’è dentro un sacco di potenziale sprecato per manovre prog rock più convincenti, ed è per questo che si becca facilmente il titolo di lavoro più debole della formazione classica dei Kansas. Finché è rimasta in piedi la coppia di compositori Walsh-Livgren, i Kansas erano ancora in grado di raggiungere ogni tanto le stelle del prog, ma d’altra parte su “Audio-Visions” si avverte chiaramente che la band nel suo insieme non ci metteva più il cuore, e questo si vede nella costanza qualitativa del disco. Con l’arrivo di John Elefante al posto di Walsh, un altro cristiano rinato di gusto livgreniano, i Kansas hanno fatto il salto definitivo nell’AOR da predicatori cristiani. Lungi dal dire che quel periodo fosse brutto, almeno dal punto di vista strettamente musicale, se non dei testi, ma purtroppo era ben lontano dal riflettere la vera anima di questa band, che da sempre si basava sul sodalizio compositivo tra Walsh e Livgren.

Formazione

Steve Walsh – voce, tastiere, percussioni, vibrafono
Kerry Livgren – chitarra, percussioni, tastiere, cori
Robby Steinhardt – violino, viola, cori
Dave Hope – basso, cori
Rich Williams – chitarra, percussioni, cori
Phil Ehart – batteria, percussioni, cori

MUSICISTI OSPITI:

Terry Ehart – cori
Four Bassmen – cori
Joey Jelf – cori
Victoria Livgren – cori
Joey Self – cori
Anne Steinhardt – violino, viola, cori
Lisa White – cori
Donna Williams – cori

Produzione

Kansas, Brad Aaron, Davey Moire

Tracklist

1. Relentless (4:55)
2. Anything for you (3:56)
3. Hold on (3:45)
4. Loner (2:26)
5. Curtain of iron (6:08)
6. Got to rock on (3:19)
7. Don’t open your eyes (4:03)
8. No one together (6:54)
9. No room for a stranger (2:55)
10. Back door (4:20)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie