Kicking Against The Pricks

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Artista: Nick Cave
Etichetta: Mute Records
Uscita: 1986
Durata: 45:33
Voto: 4.5/5

“Kicking Against the Pricks”, terzo album di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, è una raccolta di cover: interpretazioni vocali di canzoni di musicisti che, in un modo o nell’altro, hanno lasciato il segno su Nick Cave, influenzando in maniera decisiva il suo modo di intendere la musica e anche la crescita futura del suo carattere artistico. Nella formazione dei The Bad Seeds c’è stato un cambio dietro i tamburi: durante il tour di “The Firstborn is Dead” si è unito alla band Thomas Wydler.

La band, che con due album in  tasca aveva già mostrato la propria impronta espressiva, aveva abituato il pubblico al punto che più o meno si sapeva cosa aspettarsi dal terzo disco. E invece hanno tirato fuori dal cilindro una mossa a sorpresa fantastica: si sono buttati sulle cover di pezzi che ascoltavano loro stessi negli anni da “teenager”. Con Nick Cave e i suoi The Bad Seeds, da questo punto di vista, la vittoria era garantita in partenza. La figura di Cave come interprete è unica, irripetibile, praticamente inimitabile. Se ci aggiungi il fatto che il resto dei The Bad Seeds si è calato alla perfezione nel linguaggio musicale di Cave e butti tutto nella formula, il risultato è un album che già al primo ascolto suona come roba loro, d’autore. Gli originali li hanno proprio “spogliati” e rivestiti con la loro percezione musicale e il loro carisma. Ed è solo così, a quanto pare, che un disco del genere ha davvero senso. Mi viene voglia di tirare in ballo come paragone un trucco simile di David Bowie del 1973, con il suo album “Pin Ups”.

Che Nick Cave And The Bad Seeds non abbiano paura né vergogna di sfide del genere lo aveva già dimostrato una gita analoga due anni prima sul debutto “From Her To Eternity” (1984), quando i ragazzi avevano riplasmato in modo super convincente l’originale di L. Cohen, Avalanche.

Visto che Cave era ben consapevole del vestito nuovo che le cover indossano nelle sue mani, si è preso ancora un pizzico in più di libertà artistica e si è divertito a giocare con i titoli stessi dei pezzi originali, cambiandoli appena, per rimarcare ancora di più la distanza tra originale e cover o, detto altrimenti, per sfumare ulteriormente il confine tra ciò che è originale e ciò che è cover. A volte la sua interpretazione si allontana parecchio dall’originale (per esempio The Hammer Song, cover dell’originale di The Sensational Alex Harvey Band, o Hey Joe, cover dell’originale di William Roberts, o Sleeping Annaleah, cover dell’originale di Tom Jones).

L’album dà la sensazione che in quel periodo i ragazzi non vedessero l’ora di mettersi a lavorare. Con l’energia e le idee non sono stati certo parsimoniosi. Hanno provato davvero tutto quello che la fantasia creativa gli suggeriva. Il suono dei pezzi è compatto, l’espressione a tratti diabolica fino al demoniaco (I’m Gonna Kill That Woman, cover dell’originale di John Lee Hooker), in altri momenti fredda, distante e cupissima su tutta la linea (The Singer, cover di The Folk Singer di Johnny Cash, la già citata Hey Joe, Muddy Water di Phil Rosenthal). Quando poi si sono messi pure a rifare All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground, siamo ormai al limite della provocazione. L’originale dei Velvet Underground è così speciale, frutto del carattere stesso della band e della chimica catturata in studio, che è difficile immaginarsi una versione diversa. Faccio un paragone: in vita mia non ho mai sentito una cover di un originale dei Pink Floyd che fosse anche solo dignitosa rispetto all’originale. Ecco, Nick Cave e i The Bad Seeds sono fatti di un’altra pasta. All’inizio, in effetti, un po’ di paura ce l’avevano. Con rispetto e prudenza hanno impostato il pezzo come una ballata, ma quando hanno cercato di portarlo nella realtà, è uscito fuori rumorosissimo, con un contrasto pazzesco tra il coro di voci maschie e possenti e il muro disperso e dissonante creato dalla chitarra. Una sensazione agghiacciante, come l’ultima preghiera.

D’altra parte va sottolineata un’altra grossa novità. Quando Nick Cave si è messo a lavorare su cover come Something’s Gotten Hold Of My Heart o By The Time I Get To Phoenix, ha dovuto fare i conti con un modo di cantare leggermente diverso. Non bastavano più i suoi latrati punk o gli scatti frenetici e spezzati, con la dissonanza voluta e sempre presente del suo accento inconfondibile: nell’espressione doveva cercare qualcosa in più. Così, per esempio, in quei brani risalta con efficacia il contrasto tra l’approccio “convenzionale” di Cave (fino ad allora mai provato) e il ritornello, in cui torna a soffiare il venticello del suo fastidioso dilettantismo. In questo modo di cantare convenzionale il tipo ha scoperto che il suo talento di interprete vocale era ancora in gran parte inutilizzato, o meglio, diciamo inesplorato, il che ha influito parecchio sul suo sviluppo successivo e anche sull’aspetto stesso dei suoi album a venire.

“Kicking Against The Pricks” è un tributo straordinario all’eredità musicale degli artisti che Nick Cave And The Bad Seeds hanno sempre avuto particolarmente a cuore. La combinazione delle radici popolari della musica, basate su blues, gospel del Sud, country, Americana, con un’accentuazione sul rock n’ roll distorto, ha dato vita a un album con il pregio di un’opera senza tempo, con una forza espressiva unica, una coesione notevole e la sensibilità sempre estrema di Nick Cave e della sua squadra. Nonostante siano cover, i pezzi sono talmente trasformati che l’album sta alla pari, spalla a spalla, con i suoi fratelli più giovani e più vecchi nella discografia di Nick Cave, perché dà la sensazione di essere fatto di materiale originale. Anche la composizione dell’aria dopo l’espirazione non è più la stessa di quando hai inspirato.

Formazione

Nick Cave – voce
Mick Harvey – chitarra, pianoforte, cori
Blixa Bsrgeld – chitarra, cori
Barry Adamson – basso, cori
Thomas Wydler – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Dawn Cave – violino
Rowland S. Howard – voce, tastiere, chitarra
Tracy Pew – basso
Huge Race – chitarra

Produzione

Flood & Tony Cohen

Tracklist

1. Muddy Water
2. I’m Gonna Kill That Woman
3. Sleeping Annaleah
4. Long Black Veil
5. Hey Joe
6. Singer
7. All Tomorrow’s Parties
8. By The Time I Get To Pheonix
9. Hammer Song
10. Something’s Gotten Hold Of My Heart
11. Jesus Met The Woman At The Well
12. Carnival Is Over

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