Vreme brutalnih dobronamernika

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Various Artists
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: year
Durata: 74:14
Voto: 4.6/5

In tempi che non generano ondate di ottimismo né la sensazione che i desideri taciuti si realizzeranno sempre e ovunque, in un quadrante dell’universo dove i sogni sono sbiaditi, è praticamente impossibile aspettarsi la voglia di muoversi e di esistere. L’altra opzione, più costruttiva, è gridare una rivolta totale, ribellarsi al sistema della stagnazione. E questo grido è tanto più forte ed efficace se le menti creative riescono a travasarlo nella musica e a seminarlo come una tempesta nella parte sana di un popolo che non è ancora del tutto spento. La Serbia – il posto in cui è stata forgiata la storia dell’inquieto Balcani – è lo sfondo in cui confluiscono stavolta i frattali del desiderio di dire un’esistenza piena. Questo trattato sul rifiuto di piegarsi al dettato dell’apatia è anche una compilation di musicisti serbi, che nella loro diversità e nella loro silenziosa competitività sono uniti e accomunati stavolta dalla parola densa e compatta di un ribelle urbano e alternativo con una buona ragione: il giovane poeta Milan B. Popović. Vreme brutalnih dobronamernika è una nota di rivolta in cui le parole vestono abiti musicali, mentre le fitte stuccature le intrecciano stavolta ben diciassette band assolutamente anonime per l’ambiente sloveno.

Scrivere poesia è sempre stato inteso come un atto di deviazione artistica dai modelli uniformati e abituali delle norme sociali, secondo cui spesso il modo più sicuro è non pensare con la propria testa – a meno che per poesia non si intenda la scrittura indottrinata degli scribacchini di regime. Milan B. Popović è più vicino alla figura dell’iconoclasta di queste forme ossificate; nell’odierno spirito nichilista, in cui ai giovani è negata una partecipazione attiva al sistema degli eventi sociali, al cambiamento e allo spingere avanti il carro fermo della società, il senso di abbandono da parte di Dio è ancora più forte. Dio è morto e l’uomo, nella sua decentratezza, levita nell’etere dell’assenza d’aria e di pesanti nuvole di piombo; nella Serbia, che non si è ancora ripresa del tutto dall’isolamento e dalle profonde ferite della guerra recente, tutto questo è ancora più acuito e potenziato. La musica e la scrittura possono essere una valvola, e dal vortice della guarigione dell’anima e della percezione soggettiva dei lenti giri di un mondo sfinito schizza stavolta un getto condensato di musica pesante e di parole sconvolgenti. Tutto è in simbiosi. La decadenza del metal e del rock ha scelto stavolta una missione più alta, afferrando il simbolismo di parole articolate dai mille significati.

Ma partiamo dalla fonte delle parole. Milan B. Popović è un esponente della giovane corrente poetica serba che, oltre a svuotare le valvole dell’anima attraverso un’espressione linguistica densa, in rima e non, è anche editorialista e attivista musicale. In un’epoca di grottesca povertà di parole e di analfabetismo giovanile è uno dei pochi che percorre ostinatamente la propria strada: ha già all’attivo tre raccolte di poesie e, dopo i libri Molitva tetoviranog srca, Vreme brutalnih dobronamernika e Oka da ne ispustim dah, è arrivato il momento della resa dei conti frontale e di lanciare la poesia tra le masse con l’artiglieria heavy metal e rock. Se da noi Prešeren è stato messo in musica, i serbi sono già entrati nel nuovo millennio, e Popović ha spalancato la porta su un mondo di realtà parallela.

Da questo mondo di realtà parallela, come primi della serie, con il brano Urlik si lanciano i goth metaller di Belgrado Abonos. La band costruisce da ormai undici anni un equilibrio tra svariate influenze musicali, e il risultato finale è un metal arricchito di toni operistici, su cui lasciano il segno le potenti voci femminili di Marija Dokmanović, sottilmente completate dalle voci rauche dei chitarristi Jakša Vlahović e Jovan Prokopić. La simbiosi tra gothic atmosferico e un tocco quasi medievale degli estremi racconta stavolta una storia sullo stato a metà tra sogno e realtà, al confine tra il grido totale della liberazione e un finale angosciante. La fila delle melodie femminili prosegue con i doom deathster di Novi Sad Tales Of Dark. Sei anni di attività sono bastati al settetto di amanti degli estremi per pubblicare già il terzo lavoro – dopo il demo U kori tame, l’esordio Fragile Monuments e il disco dello scorso anno Perdition Calls – e i Tales Of Dark si stanno gradualmente ancorando al centro di gravità della scena death metal balcanica. Il brano Prah è un lavoro rifinitissimo, in cui si bilanciano l’acquaforte dolciastra della voce pulita dell’incantevole Jovana Karajanov e il growl alla Schuldiner di Arpad Takač, ex membro di Anguish Sublime e Senium. Una straordinaria composizione death metal che si riempie della ribellione dell’orgoglio e di una speranza crepuscolare in un domani migliore; la bellezza della delicatezza e dell’orrore dà un’ottima predisposizione per il proseguimento dell’ascolto. La sinfonia mentale del piacere assoluto continua con un tocco di musica progressiva, servito dai Seraphim. Purtroppo di band che si chiamano Seraphim ce n’è un mare: oltre agli omonimi austriaci, thailandesi, inglesi e americani, il quartetto serbo è più orientato al metal. Povezuješ niti racconta la storia di un popolo e di un individuo, mentre la tensione emotiva verso l’esplosione dei sentimenti si dipana in modo bello lineare attraverso dolci assoli di chitarra. L’impressione di una valanga contemplativa di parole sulla punta della lingua cresce e, senza ripetizioni snervanti, si aggancia al quarto piano della percezione. Da Petrovac na Mlavi arriva il quintetto Backbone. Il quintetto ha nelle vene cherosene di datazione più recente, e un linguaggio quasi alla Korn dà agli entusiasti del nu metal la durezza necessaria, che rende Zarđao vek un ascolto davvero fenomenale. Il marchio di sei anni di attività gli dà la necessaria sinergia tra tutti gli elementi, mentre l’interpretazione musicale, un po’ più asciutta, vanta un duo di chitarre d’impatto, un basso grasso, una ritmica di batteria e la voce fragilmente brutale del cantante Nemanja. Il seguito è un intreccio di linea vecchia e alternativa. Gli Alogia sono una band eccezionale di Smederevo, il cui discorso musicale si snoda tra metal moderno e rock palestrato, e che ha già tre dischi alle spalle. L’incontro degli Alogia con Sweety, l’artista belgradese un tempo nota come Slađana Milošević, sceglie per la propria confessione, nella canzone epicamente lunga Izdaja (ja bih da odmorim dušu), sfumature del tutto diverse. Sweety a.k.a. Slađana Milošević è un fenomeno musicale serbo, attivo ormai da 33 anni, e questa donna vitale ha qualità da camaleonte: nella sua carriera, oltre al classico, ha lanciato anche un settore inventato per punk e post-punk e, più avanti, per l’avanguardia rock. Parte di questa provocazione sonora è anche il cambio di nome e il passaggio a una sovversione rock totale. Izdaja suona come una storia personale gridata, una rivolta fatta persona contro le aspettative delle più ampie masse conservatrici. Il risultato è una danza quasi da incubo attraverso le sfere della follia totale, in cui l’uomo anela a ritrovare finalmente se stesso. La chiusura gothic sfuma nella psichedelia di Alice In Wonderland, e nella stuccatura con tamburi balcanici e ispessimenti ritmici si inseriscono i versi rap affilati dell’MC Iskaz. Il mix di rap e di frammentate schegge di metal riempie con bellezza e spavalderia la parabola della tensione verso l’esistenza piena. La sinergia di questo mix reattivo acquista poi un po’ di freddezza elettronica. I Disparador cantano Pokrov iznad mene, e nell’insieme della danza di ombre rallentate si innesta l’energia creativa del poeta musicale Dušan Svilokos, forza d’avanguardia dei circoli chitarristici serbi. Meno suspense scelgono i Darkshines. Il gruppo di quattro veri duri e un’incantevole signora di Kragujevac ha una gran quantità di sapere musicale, e la predisposizione è soprattutto un thrash primordiale, chitarre che galoppano, a cui nel brano Umiri dan viene intrecciata una punta di rock sintetizzato. La quintessenza del brano è un’elegia, ovvero la confessione di un passaggio dallo stato caotico del dolore totale a qualcosa di più costruttivo. Le voci femminili di Jelena Savković sono in duello con gli straordinari passaggi di chitarra di Branislav Blagojević e Ivan Ilić, e all’ascolto si desidera solo che la stampede di chitarre continui. Invece segue una calma melodica da ballata dei Art Diler. Dok me pogledom streljaš mostra il lato sensuale del quartetto musicale di Petrovac na Mlavi. Io, personalmente, desidero più mordente nelle sensazioni, senza diluirle con una sensualità eccessiva. Una specie di risposta AOR sono gli Atlantida con il brano Talasi. L’alternativa post rock la aggiunge la band belgradese Amaranth. Živite li? è un pezzo ambient e sensuale che non farebbe schifo nemmeno agli Isis, e che comunque offre una buona base per continuare a scavare nella discografia di questa band, che ha integrato quattro righe di un haiku allungato nella meditazione dello stato perfetto di estasi buddhista, nello stato di satori. Umiri me, brano nell’esecuzione degli A.R. Club, torna alle sfumature femminili. La moderna psichedelia new wave, come questo prolifico quintetto descrive la propria creazione musicale, si dà il compito epico di scendere nelle profondità della ricerca di risposte sul senso centrale dell’esistenza. Altered Reality Club, ovvero il significato delle sigle nel loro nome completo, osa intrecciare viole e un tocco di archi all’acustica e ai tamburi da guerra rauchi. L’acustica va a braccetto con l’approccio più moderno dei Broken Strings, che nella loro essenza sono alternativi e grunger, ma stavolta hanno preferito puntare su minimalismi sonori. Instant Karma in Ponos regalano un tocco di poetica Partibrejkers, mentre l’orgogliosa postura dei ribelli con una causa suona piuttosto ingenua e positivamente leggera. Gli Asphalt Chant, a differenza dei predecessori, sono molto più devoti all’oscurità gotica e a ritmi lenti come il piombo. Oprost è un addio malinconico, e il presagio della fine pone un’opposizione moderna alla realtà, alle norme, alla gerarchia dei falsi santi, dei profeti e degli apologeti del collasso capitalista. Gli Asphalt Chant sono più nichilisti e seguaci della fine che dell’agonia prolungata a ogni costo. I Demether con il brano Sunca kap passano a strutture rustiche di un gothic un po’ più luminoso, con il suono dell’organo e una tavolozza melodica più ampia. La voce dolciastra di Dunja Deurić dà una presa luminosa tutta particolare in uno stato struggente di commiato. Le immagini dell’andarsene si ammorbidiscono. Arriva lo stato della fine irrevocabile, e ad annunciarlo sono gli Heaven Rain, che in modo un po’ più pomposo nel brano Dva cercano la loro strada verso il cielo. L’uomo è una dualità di opposti, e i due principi – quello luminoso e quello oscuro – nel magnetismo di un’intesa bizzarra portano l’intreccio di poesia e musica a un finale sinfonico.

Vreme brutalnih dobronamernika è proprio questo: una sinfonia metallica e mentale, che prende le parole, la scelta delle note e dei toni come strumento per il piacere personale della brama di sentire, di dire e di lasciare una traccia articolata nello spazio e nel tempo, qui e ora. Se la superficie del foglio ha catturato le parole scritte come pensieri e idee dell’anima imprigionati nel senso, stavolta il suono dalle casse è il riempitivo dello spazio. La poesia si è dispiegata in tre dimensioni, l’anima ha singhiozzato, il cuore ha palpitato, e le orecchie hanno ricevuto più che un nutrimento di qualità. Vreme brutalnih dobronamernika può essere uno strumento di promozione della poesia così come dei musicisti che altrimenti resterebbero per molti, da questa parte dei Balcani, perfetti sconosciuti. Sarebbe un peccato giudicare e rifiutare con sufficienza qualcosa di profondo come la poesia solo perché l’ultima volta la lirica l’avete letta sotto costrizione. Stavolta l’offerta è variegata e molto più facile da consumare, e questo non significa affatto che ciò che ascolterete non faccia scattare in voi i meccanismi del pensiero: gli ingranaggi della contemplazione e del sentire vi spingeranno a volerne ancora. Forse prenderete in mano un libro, forse una penna, e lascerete anche voi la vostra traccia. La penna è più forte della spada, ma la parola intrisa di musica è più forte e più potente dei versi muti scritti. E Vreme brutalnih dobronamernika è ben più che un centro perfetto! C’è davvero bisogno di un altro argomento per farvi finalmente abbandonare la resistenza a sorseggiare la nobile goccia del poetico?

Formazione

band:
– ABONOS
– TALES OF DARK
– SERAPHIM
– BACKBONE
– ALOGIA & SWEETY (a.k.a. Slađana Milošević)
– ISKAZ
– DISPARADOR
– DARKSHINES
– ART DILER
– ATLANTIDA
– AMARANTH
– A.R.CLUB
– BROKEN STRINGS
– INSTANT KARMA
– ASPHALT CHANT
– DEMETHER
– HEAVEN RAIN

Tracklist

1. ABONOS – Urlik
2. TALES OF DARK – Prah
3. SERAPHIM – Povezuješ niti
4. BACKBONE – Zarđao vek
5. ALOGIA & SWEETY (a.k.a. Slađana Milošević) – Izdaja (ja bih da odmorim dušu)
6. ISKAZ – Polusvet
7. DISPARADOR – Pokrov iznad mene
8. DARKSHINES – Umiri dan
9. ART DILER – Dok me pogledom streljaš
10. ATLANTIDA – Talasi
11. AMARANTH – Živite li?
12. A. R. CLUB – Umiri se
13. BROKEN STRINGS – Čekam
14. INSTANT KARMA – Ponos
15. ASPHALT CHANT – Oprost
16. DEMETHER – Sunca kap
17. HEAVEN RAIN – Dva

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