Dream Theater

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Dream Theater
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: year
Durata: 68:05
Voto: 4.5/5

I Dream Theater, titani del progressive che con la loro sconvolgente originalità a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta hanno spalancato le porte alla successiva fioritura del progressive metal, anche in età matura restano fedeli alla loro formula collaudata. Dopo una pausa di due anni hanno pubblicato un nuovo album in studio, stavolta intitolato »Dream Theater«. Di solito titoli così si danno agli album di debutto, ma è più che evidente che con questa scelta la band ha voluto far capire chiaramente che quello che porta il nuovo disco è ancora Dream Theater al 100%, anche senza Mike Portnoy in formazione, che la squadra è compatta al 100% e più solida che mai. E anche questo (la cosa più importante di tutte), che Mike Mangini sa suonare anche come Mike Portnoy, ogni volta che ce n’è voglia e bisogno. Una valanga di rolling nei passaggi di raccordo dei brani del nuovo disco dimostra proprio questo. Che tra Mangini e Portnoy si può mettere anche un segno di uguale, se la situazione lo richiede.

Se non altro, con »A Dramatic Turn of Events« (2011) dopo tanto tempo avevamo ritrovato un album dei Dream Theater più amichevole per le orecchie, con arrangiamenti più facili da conquistare, cioè quelli in cui la melodia ti resta in testa più a lungo. Per fortuna Jordan Rudess si è calmato del tutto con i suoi assoli bestiali, che ancora su »Black Clouds and Silver Linnings«, con tutta la loro furia »stridula« da oceano di note traboccante, facevano scoppiare la testa all’ascoltatore e riducevano la compattezza desiderata dei brani in frammenti fino ai fattori primi. Anche l’album »Dream Theater« cammina quindi su un felicissimo crinale a metà strada tra complessità e ascolto seducente, dove la band lascia di nuovo spazio a una melodia guida ben definita, che si prende il primato sugli altri mattoni della musica dei Dream Theater. 

Non ci crederai, ma l’elementarità di un vero riff di chitarra, di quelli che sono un classico nell’universo dell’heavy metal, così com’è presentata nel nuovo brano dei Dream Theater Behind the Veil, fa un bene particolarmente dolce. Per loro è perfino rinfrescante, anche se in sostanza si tratta di un prestito di roba già inventata. Una contraddizione che accende! È bello che i Dream Theater, dopo tutte le cover dei classici da Iron Maiden a Metallica, abbiano finalmente trovato un po’ di spazio anche per mettere in primo piano, a firma propria, l’elementarità del riff di chitarra. Una cosa che, nelle dosi giuste dentro gli arrangiamenti, si faceva sempre più desiderare nei loro album in studio dal 1999 in poi. Anche se su »Train of Thought« (2003) con questo elemento »do jaja shredding« avevano addirittura esagerato. Il fiore dell’opposto artistico sul disco è Surrender To Reason. Un ottimo mix di forme acustiche (l’intro), suono organico e caldo di produzione, sostenuto dal suono »alla Hammond« di Rudess, che richiama gli slanci dei classici dei Kansas (la strofa), e un ritornello melodico e rapace che porta a capire che i Dream Theater hanno ammiccato di nuovo, in modo fantastico, al volto e alle opere dei loro primi lavori in studio. Posso dire solo una cosa. Finalmente ragazzi!

Detto semplicemente, l’album »Dream Theater« ha centrato alla grande l’equilibrio tra quello che questi ragazzi amano fare di più e quello a cui li costringe la realtà, che chiede logica e una costruzione compatta dei brani. Ci sono di nuovo punti in cui la band salpa in un giocoleria solistica estrema fino all’orlo del baratro del caos musicale, per poi, un attimo dopo, con un senso affinato per il filo della melodia, ritrovare il passo giusto e riportare la situazione a un equilibrio espressivo di gran gusto, che fa sempre bene all’ascolto. Come dicevo.

L’intro »cinematografico« iniziale, di poco meno di tre minuti, è un classico espediente collaudato dei lavori passati. Segue, come ci si aspetta, la carica e ramificata nei motivi The Enemy Inside, e poi arriva il brano The Looking Glass, che è il primo araldo di quello di cui si parlava poco fa. Il motivo d’apertura catapulta i »Dream Theater« ai primi tempi della loro creatività, e non è affatto un’esagerazione dire che è un lancio dell’album »Images And Words«: Petrucci raddoppia perfino le armonie in terzine mentre sottolinea la melodia, Rudess regge con le tastiere lo sfondo atmosferico e la voce di LaBrie, nelle sue passioni, si esprime finalmente di nuovo a pieno regime. Due brani splendidi, dal passo eccellente tra il dosaggio magistrale di funambolismi improvvisativi, svolte ritmiche secche che nessun altro in questo universo riesce a mettere insieme e melodie che funzionano alla grande, sono The Bigger Picture e soprattutto Along for the Ride. The Bigger Picture porta all’inizio del quinto minuto la classica chiusura di un motivo (con uno sbocco in un nuovo motivo), prodotta e suonata apposta in stile Queen (la tipica, stuzzicante »Queen-esca«). The Bigger Picture porta uno dei ritornelli più memorabili del nuovo album dei Dream Theater. Se invece bisogna scegliere un brano adatto alle frequenze radiofoniche, in versione editata sarebbe sicuramente Along for the Ride, cosa che non succedeva dai tempi di I Walk Beside You, da »Octavarium«. Il punto carico dell’escalation della forza dei Dream Theater, con quel loro scambio insuperabile di improvvisazioni infuocate tra Petrucci e Rudess, sul nuovo album è incarnato dal progressive devastante e senza briglie di Enigma Machine. Qui non ci si trattiene. Qui c’è solo un gioco puntato all’estremo assoluto, come può servirlo solo l’ultrasonico neoclassicismo dei Dream Theater. Ma attenzione. È un brano più impegnativo, radicalmente frammentato. Qui è ammesso anche il »continuum fingerboard« e tutte le altre trovate sonore di Jordan Rudess. Il pezzo dentro l’album nel suo insieme funziona alla perfezione, perché nonostante la frammentazione voluta e la difficoltà non spicca, essendo inserito tra brani facili da ascoltare e, negli arrangiamenti, melodicamente molto più solidi.

Una mossa simile a quella di »Octavarium« i Dream Theater l’hanno fatta anche stavolta. La composizione più impegnativa e complessa dell’album »Dream Theater« l’hanno risparmiata per la coda (che coda? diciamo piuttosto per l’ultimo terzo del nuovo lavoro). Parliamo dell’epica da 22 minuti Illumination Theory, che farà felici i fan più esigenti della band. Ti dico solo che verso i sette minuti abbondanti il brano comincia a »spezzarsi« in modo progressivo più marcato, e lì evoca la vecchia scuola delle forme di sviluppo retro del buon vecchio rock, quello che una volta creavano gli Yes ai tempi dell’album »Relayer« o »T.F.T.O. cerebralnosti«. Insomma, un altro pezzo gigantesco che offre una cavalcata dinamica, a ritmo d’umore, sulla cresta delle onde enormi dello spirito creativo dei Dream Theater (in età matura) e fonde di gran gusto complessità e ascoltabilità.

L’album è ottimo dall’inizio alla fine! E porta un titolo più che eloquente, »Dream Theater«. Incarna in pratica tutto quello che i Dream Theater hanno creato finora. Allo stesso tempo è la prova dell’eccezionale tenuta della nuova formazione con Mangini dietro le pelli, che regala una prestazione alla batteria ancora più sciolta, ancora più pittoresca e ancora più mozzafiato rispetto alla sua solita eccellenza, quella che aveva mostrato per la prima volta con i Dream Theater sull’album »A Dramatic Turn Of Events« (2011).

Resta solo una cosa. Procurati questo album e masticalo a dovere fino a febbraio 2014, quando i Dream Theater tornano a Lubiana per un nuovo concerto. Stavolta i ritornelli di tutti i brani ti resteranno in testa, senza eccezioni. Noi che aspettavamo che la band creasse di nuovo un album dall’equilibrio unico tra complessità e contagiosità melodica, alla fine ce l’abbiamo avuto, con l’album »Dream Theater«. Un album che, dopo tutti i chilometri percorsi e gli orizzonti musicali mostrati, e dopo che avevamo già disperatamente detto un’infinità di volte che i Dream Theater si erano ormai detti tutto artisticamente, alla band è riuscito in modo straordinario. Un album di vera estetica artistica Dream Theater. Tutti i mattoni sono messi in risalto allo stesso modo, nessuno è offuscato dalla dominanza di un altro. Per questo è ancora più bello rendersi conto che possiamo di nuovo goderci anche la prova sensuale di James LaBrie, che finora è rimasto fin troppo spesso »soffocato« dall’esibizione di muscoli degli eroi strumentali della squadra Dream Theater. LaBrie, con la sua prova vocale su questo album, letteralmente splende!

Formazione

James LaBrie – voce, cori
John Petrucci – chitarra  cori
Jordan Rudess – tastiere, cori
John Myung – basso
Mike Mangini – batteria

Produzione

John Petrucci

Tracklist

01. False Awakening Suite
I. Sleep Paralysis
II. Night Terrors
III. Lucid Dream
02. The Enemy Inside
03. The Looking Glass
04. Enigma Machine
05. The Bigger Picture
06. Behind The Veil
07. Surrender To Reason
08. Along For The Ride
09. Illumination Theory
I. Paradoxe de la Lumière Noire
II. Live, Die, Kill
III. The Embracing Circle
IV. The Pursuit of Truth
V. Surrender, Trust & Passion

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