Beat the Drum

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pallas
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 1999
Durata: 71:40
Voto: 4.5/5

I Pallas, gli ‘figli perduti’ della nuova ondata del prog rock scozzese, nel 1999 decisero di tornare in pista con »Beat the Drum«, il loro primo album in studio dal 1986, anno in cui era uscito »The Wedge«. Il momento giusto per il ritorno di questi campioni del neo prog, quasi dimenticati ma di culto, che in tutto quel tempo avevano cambiato formazione una volta sola (il batterista originale Colin Fraser, che non aveva voglia di rimettere insieme la band, nel 1998 era stato sostituito da Derek Froman), non poteva essere più propizio: in tasca avevano un nuovo contratto con la allora ancora fresca etichetta tedesca Inside Out, che dava una mano a musicisti di genere affine. In più, l’interesse per il rock progressivo, soprattutto con l’arrivo dei revivalisti scandinavi e americani della terza ondata a metà anni Novanta, stava piano piano tornando a crescere. I Pallas avevano sempre avuto un sacco di grane con la loro vecchia etichetta, il colosso EMI, che a differenza di quanto fatto con i celebri colleghi neoprog Marillion non era mai riuscita a garantire alla band la promozione giusta e le condizioni necessarie per un lavoro in studio di successo, quindi non stupisce che »Beat the Drum« sia stato solo il loro terzo parto in studio in quasi vent’anni di carriera.

Il cantante storico dei Pallas Alan Reed e tre membri originali, cioè il chitarrista Niall Mathewson, il bassista Graeme Murray e il tastierista Ronnie Brown, in quei tredici lunghi anni avevano accumulato un bel po’ di materiale nuovo, e alcune delle cose migliori sono finite su »Beat the Drum«. Come stile, l’album riparte più o meno da dove i Pallas si erano fermati con »The Wedge«: prog rock sinfonico dall’anima hard rock, con una forte componente melodica e testi intelligenti. I Pallas sono sempre stati una delle band più dure del movimento neo prog, quindi non sorprende che già in apertura ti servano un pomposo catalizzatore di energia intitolato »Calls to Arms«, dove la produzione delle trame di sintetizzatori suona come quella di una band AOR. Stavolta è addirittura un bene, perché il ritornello melodico, incastonato tra gli arrangiamenti sinfonici, ne esce con un effetto ancora più forte e regala un’atmosfera davvero esaltante. Le frasi di chitarra affilate di Mathewson sono una pacchia per le orecchie e portano nel collage sonoro dei Pallas una bella dose di potenza epica.

La title track, che nel frattempo è diventata uno dei classici dei Pallas, ha una struttura un po’ più complessa rispetto al pezzo d’apertura. L’intro delicato, con fragili arrangiamenti di pianoforte e la voce di Reed quasi sussurrata, dura poco: subito dopo arriva un passaggio secco e ingegnosissimo verso una sezione ramificata, ricca di tappeti sinfonici. La tensione cresce di secondo in secondo e tocca il culmine in un ritornello epico a più voci, mentre le possenti armonie tra chitarra e tastiere garantiscono un’altissima componente artistica. »Hide & Seek« è l’ennesima prova che in 13 anni i Pallas non hanno perso il tocco nel costruire arrangiamenti pomposi e incisivi con un ritornello da inno, dominati dalla voce inconfondibile di Reed, che riesce sempre a sfornare un dramma imprevedibile.

»Insomniac«, dove regnano effetti elettronici compressi di trame di sintetizzatori e persino Reed per un attimo usa il vocoder, al ‘primo ascolto’ sembra un esperimento parecchio strano, ma poi si trasforma nel classico viaggio epico dei Pallas, stavolta tra i meandri più profondi della psiche umana e dei sogni. Una delle canzoni più interessanti di »Beat the Drum« è senza dubbio »All Or Nothing«, con la sua curiosa frase di tastiera sostenuta da possenti passaggi di batteria e linee di basso ramificate, mentre Reed, insieme alle armonie vocali di accompagnamento, crea in modo meraviglioso un’atmosfera intensissima che non può lasciare indifferente nessun amante del neoprog. Mathewson è sempre stato un chitarrista eccellente e anche stavolta non mancano assoli ampi e travolgenti che ti ‘spazzano via la testa’ senza fatica, mentre nella sezione strumentale si sentono in sottofondo anche delle cornamuse scozzesi. Anche »Spirits«, più orientata alla ballata, è uno dei momenti migliori dell’album, con una valanga di momenti contemplativi e il canto malinconico di Reed, mentre le cornamuse scozzesi in sottofondo esprimono ancora una volta l’orgoglio nazionale dell’unica band (neo)progressive scozzese che è riuscita a conquistarsi lo status di culto.

»Man Of Principle« è un catalizzatore di energia a tempo sostenuto, con un ritornello potente, un’ingegnosa disposizione di passaggi di chitarra incisivi e trame di sintetizzatori armonizzate in modo splendido. Dopo »Spirits« è quasi scontato che uno dei pezzi centrali del disco si intitoli »Ghosts«. Qui siamo davanti a uno standard sinfonico di proporzioni epiche, con una marea di sezioni melodrammatiche che ancora oggi entusiasmano per la loro atmosfera esaltante. »Blood & Roses«, il momento più sveglio dell’album, è una ballata d’amore con arrangiamenti orchestrali maestosi e Reed al culmine della contemplazione vocale. In realtà nella prima parte non ha niente di particolarmente sconvolgente, ma il finale strumentale epico le fa guadagnare parecchi punti.

Il pezzo semi-autobiografico »Wilderness Years«, in cui Reed, a colpi di metafore, ‘racconta’ come la band in 13 anni abbia attraversato tutti gli alti e bassi uscendone ancora più forte, contiene potenti frasi di chitarra hard rock e complesse trame di sintetizzatori che rendono ancora più cupo il clima. A far sì che »Beat the Drum« possa entrare tra i migliori lavori neoprog di sempre ci pensa poi in via definitiva la mastodontica conclusione epica intitolata »Fragments Of The Sun«, che per la sua profondità eccezionale negli arrangiamenti e nei testi ancora oggi è uno dei classici dei Pallas dal vivo. È il brano più complesso dell’album sia come atmosfera sia come struttura, e ci andranno a nozze anche tutti gli amanti delle band prog classiche, Pink Floyd in testa (le armonie ambientali tra chitarra e tastiere nel motivo centrale, produzione compresa, ricordano qualcosa che sembra uscito dall’album dei Pink Floyd »A Momentary Lapse of Reason«, 1987). Il fattore più importante nel costruire quella grandiosità ambientale è però sicuramente la performance vocale toccante di Reed, che tra i possenti arrangiamenti orchestrali ci passa qualche messaggio di vita un po’ consumato, ma comunque importante.

Con »Beat the Drum«, dopo una vera e propria ‘resurrezione’, i Pallas hanno sfornato un ottimo album di ritorno, rimasto un po’ in ombra in mezzo alla marea di uscite interessanti del (neo)prog di fine anni Novanta, ma che alla fine ha permesso alla band di restare in sella e di costruire con successo il proprio futuro. Si sono anche conquistati una base di fan ‘pazzi’ del tutto nuova in Polonia, affamata di prog rock di qualità dopo la caduta della ‘cortina di ferro’, che ancora oggi, con il suo sostegno incredibile, tiene in vita i Pallas e gli artisti affini. Le singole composizioni di »Beat the Drum«, com’è tipico di quasi tutti gli album dei Pallas dopo il ritorno sulla scena, a ogni nuovo ascolto ‘crescono’ nelle orecchie, così il loro vero valore si rivela solo dopo una montagna di ascolti. Tra parentesi: la somiglianza con la copertina del classico di Manfred Mann’s Earth Band »The Roaring Silence« (1976) è puramente casuale.

Formazione

Alan Reed – voce
Niall Mathewson – chitarra
Graeme Murray – basso
Ronnie Brown – tastiere
Colin Fraser – batteria

Produzione

Niall Mathewson e Graeme Murray

Tracklist

1. Call To Arms (6:29)
2. Beat The Drum (9:18)
3. Hide & Seek (4:43)
4. Insomniac (7:41)
5. All Or Nothing (4:53)
6. Spirits (5:41)
7. Man Of Principle (5:44)
8. Ghosts (8:16)
9. Blood & Roses (4:52)
10. Wilderness Years (6:02)
11. Fragments Of The Sun (8:01)

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