Ragnarök alla Šiška (2014)
Autore: Sebastijan Videc
Foto: Nina Grad
Luogo: Kino Šiška, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 04.05.2014
Presenze: 900
Prezzo del biglietto: 25€ in prevendita, 28€ la sera del concerto
A maggio, mese di primavera e d’amore, i vichinghi più caldi del momento sulla scena heavy metal, gli Amon Amarth, hanno deciso di prendere d’assalto Lubiana a bordo del loro drakkar (leggi: tourbus). I tour sold out in Europa occidentale, in America e altrove avevano alzato le aspettative già dall’annuncio del concerto, e nell’ultima settimana le notizie del quasi-sold out hanno solo confermato quanto interesse ci sia per questa band svedese di melodic death metal. Mjölnir, il martello di Thor, era di sicuro il simbolo principale della serata, che è partita alla vichinga davanti all’ingresso della sala, con fiumi di birra e, come si conviene ai vichinghi, di idromele.
I muscoli del collo vanno scaldati bene prima dell’headliner, per evitare dolori nei giorni successivi, e da questo punto di vista una buona scelta delle band di supporto può essere un ‘make it or break it’ per la serata. Il ruolo di primi scaldatori è toccato ai Paragoria, ragazzi della valle della Savinja. A ottobre hanno pubblicato l’esordio Decomposition of Mind, che stanno portando dal vivo in giro per la Slovenia (il report da Škofja Loka QUI). Il palco grande ha fatto gioco ai ragazzi, così come le luci e il suono ottimi, e ne hanno approfittato alla grande: nonostante le critiche di staticità nel report precedente, stavolta non se n’è vista traccia. Hanno servito la loro visione del death metal con energia, ma purtroppo li ha colpiti, come tanti prima di loro, il destino di chi apre: all’inizio del set in sala c’era solo un pugno di persone, che per fortuna ha incitato con passione le stelle nascenti della scena death metal slovena.
La formazione death metal ceca Hypnos è nata nel 1999, quando Bruno (basso, chitarra, voce) e Pegas (batteria), entrambi ex membri dei leggendari Krabathor, hanno deciso di fare la propria musica. Dopo tre album e più di duecento concerti nella prima metà del nuovo millennio, nel 2006 Bruno e Pegas hanno annunciato che si ritiravano per un po’ dalla scena. La pausa è durata tre anni: nel 2010 sono arrivati un mini-CD e il concerto del ritorno al leggendario festival ceco Brutal Assault, seguiti nel 2012 dall’album in studio Heretic Commando / Rise of the New Antikrist. L’intro acustica ha creato una bella atmosfera cupa in sala, che stavolta era un po’ più piena, ma l’inizio non ha convinto. Nonostante i tanti chilometri sulle spalle, il set è sembrato piuttosto statico e pareva che la band non sapesse sfruttare il palco, e soprattutto il suono davvero buono della sala. La musica suonava abbastanza monotona e plasticosa, e il pubblico si è scaldato solo un po’ dopo qualche pezzo, soprattutto quando Bruno si è rivolto alla folla con qualche parola di sloveno. Probabilmente i più si ricorderanno di questo set per i suoi capelli ormai rarefatti, che svolazzavano nella brezza sparata con zelo da un ventilatore sotto l’asta del microfono.
March as one, don’t look back, Oden’s sons, ATTACK!!!
Il ritornello di We Shall Destroy, dall’ultimo album Deceiver of the Gods, descrive in modo chiaro e conciso il set della macchina da guerra vichinga scandinava chiamata Amon Amarth. Quest’anno la band compie 22 anni e, pur portando un nome tolkieniano, fin dall’inizio resta fedele nei testi al mondo dei vichinghi e dei loro dèi. Il loro carismatico frontman insiste con veemenza sul fatto che non suonano il cosiddetto »viking metal«, perché secondo lui i vichinghi non ascoltavano metal, ma resta un dato di fatto – il paganesimo, l’interesse per la cultura, la storia e le religioni nordiche crescono da decenni e gli Amon Amarth sono, tra tutte le band che hanno scelto questo tema per esprimersi, le più calde del momento. Che cosa significa in pratica? Nell’ultimo tour nordamericano le presenze ai concerti hanno superato di slancio il 90%, con parecchie sale sold out, e a giudicare dall’inizio di questa tranche est-europea del tour, ora si preannuncia lo stesso.
A dirla tutta, una sala così piena alla Šiška non la vedevo da un pezzo. Rune, Mjölnir al collo e in vita, tatuaggi di draghi e barbe a non finire sembravano quasi una scena della serie TV del momento, Vikings. Puntuali come solo gli svedesi sanno essere, alle 22:00 in punto si sono spente le luci, dalle casse è partita l’intro strumentale e il pubblico ha risposto con un boato assordante, come non ricordo di aver mai sentito in questa sala. Il concerto è partito con la recente Father of the Wolf, per cui hanno girato anche un video epico, per proseguire con la title track Deceiver of the Gods. Già il terzo pezzo ha scatenato il caos totale sotto il palco, quando, sotto riflettori rossi e gialli a tema, hanno attaccato la hit del 2002 Death in Fire. La scaletta, come previsto, era fatta soprattutto di pezzi dell’ultimo album, ma per buttare benzina sul fuoco hanno usato con astuzia anche i classici più vecchi. Curioso come gli Amon Amarth, con le loro melodie che ti si incollano alle orecchie, si avvicinino al fenomeno Iron Maiden, con il pubblico che canta a squarciagola le melodie della chitarra solista.
Da qualche anno alcuni critici accusano gli Amon Amarth di ripetersi e di non fare niente di nuovo. Proviamo a guardarla da un’altra angolazione. Volvo, Saab, Ikea, Ericsson – aziende svedesi che magari non fanno i prodotti più belli e raffinati del mondo, ma chi li usa sa che per i suoi soldi ottiene qualità e affidabilità. Lo stesso vale per gli Amon Amarth – magari non romperanno nuovi schemi nel mondo della musica, ma quello che fanno lo fanno con affidabilità e con slancio. Chi ascolta la loro musica sa che nel nuovo album troverà storie di vichinghi assetati di sangue e intrighi dei loro dèi. E chi va ai concerti può stare tranquillo: si porterà a casa il 100% di energia selvaggia che soffia dal palco come il martello di Thor tra le nubi di tempesta. Quella domenica sera alla Šiška non è stato diverso. I fan fedeli hanno reso il lavoro di Johan molto più facile e non c’è stato bisogno di nessun incitamento particolare. Dopo tanti concerti in Slovenia, lo svedese quarantunenne ha persino imparato qualche parola di sloveno, che ha usato per tutto il concerto, con grande entusiasmo dei presenti. Gli altri membri hanno fatto il loro lavoro in modo impeccabile, il che, con 16 anni di line-up invariata, non sorprende, nonostante un tour faticoso con concerti ogni giorno. Purtroppo l’ora e mezza di show è volata via troppo in fretta (e poi dicono che il tempo sia costante), dopodiché i »vichinghi« hanno regalato come bis quella che ormai è quasi la loro inno, Twilight of the Thunder God, e la sempreverde saltellante The Pursuit of Vikings.
Til Valhall!
Scaletta
1. Father of the Wolf
2. Deceiver of the Gods
3. Death In Fire
4. Guardians Of Asgard
5. Shape Shifter
6. Blood Eagle
7. The Last Stand of Frej
8. Destroyer of the Universe
9. Cry of the Black Birds
10. War of the Gods
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11. Twilight of the Thunder God
12. The Pursuit of Vikings
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