Frontiers Rock festival 2014 – il terzo giorno!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Trezzo sull'Adda (Milano) / Live Club / Italia
Data del concerto: 03.05.2014
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 157,00€ (abbonamento di tre giorni) / 59,00€ (biglietto giornaliero)
Il terzo giorno del Frontiers Rock festival (e l’autore di queste »umili righe«, vista la line up estremamente golosa, continua a scambiare il nome del festival con »RockLine festival«, sempre senza volerlo e con tanto di rammarico) ci ha regalato il picco della manifestazione. Per la nostra ciurma la giornata è iniziata all’»italiana«. Cioè con calma. Con la tipica colazione piena di »zucchero«. Biscotti, cucchiaiate di Nutella, marmellatine da scartare, fette biscottate, tazze di tè sorseggiate, robusti estratti di caffè dalla moka, croissant al cioccolato sgranocchiati e così via…. Il tempo era soleggiato e limpido. Ci siamo concessi una gita nel centro storico. Trezzo Sull’Adda è una cittadina bellissima. Ha delle mura antiche, i resti di una vecchia fortezza. È curata alla perfezione, senza una cartaccia per terra. Alle undici eravamo già lì a fare i bagarini nell’area del festival. Il giorno prima, quando ci eravamo incrociati, Brad Gillis ci aveva rivelato che i Night Ranger avrebbero fatto il soundcheck a quell’ora e che ci saremmo potuti rivedere. Eppure. Il soundcheck c’è stato eccome, i Night Ranger c’erano di sicuro. Solo che il cancello di ferro da cui facevano entrare i musicisti coi furgoni è rimasto ostinatamente chiuso. Nel frattempo abbiamo fatto amicizia con due tizi di Fiume, che già prima delle undici avevano lasciato in una bottiglia di Jack Daniels un goccio di whisky che non valeva più nemmeno a bagnarsi decentemente la gola. Anche la birra gli scarseggiava cronicamente e chiedevano freneticamente dove ci fosse un discount con prezzi buoni. Erano venuti da Fiume apposta per »sbragare« al concerto dei Winger.
Alla fine anche i più testardi hanno perso la pazienza e verso l’una abbiamo deciso di andare in pizzeria a rimetterci in forze. Ma guarda un po’. Stiamo giusto uscendo dal parcheggio quando si apre il cancello di ferro e salta fuori una BMW piuttosto piccola a recuperare un gruppetto di persone. In mezzo a loro spuntava con la testa e la barba Jack Blades (Night Ranger), che abbiamo ovviamente assalito subito con macchine fotografiche e tutto il repertorio di album dei Night Ranger. Blades ci ha raccontato che anche le sue radici arrivano da qualche parte della Serbia, visto che pare che sua nonna si chiamasse Petrov (non avrà mica confuso la Serbia con la Bulgaria o la Russia? Vabbè, oggi tutto è possibile). E quando ha sparato con un accento perfetto: »Dober dan!« siamo quasi svenuti. Il resto è storia.
Sono le tre passate. La puntualità dell’organizzazione ha funzionato ancora una volta. Sul palco salgono i Crazy Lixx. Giovani, ottimi svedesi, che comunque non sono nati ieri. Anche se il loro ultimo album »Riot Avenue« ha due anni e stanno lavorando al nuovo, si sono presi il tempo di fare un salto a Trezzo per questo concerto e di mettere per un attimo da parte le attività in studio. La band è perfettamente rodata, sul palco sa esattamente cosa deve fare ognuno in ogni momento. Uso del palco, movimenti, »provocazioni« al pubblico, pose. Di testosterone non ne manca. Rock ‘n’ roll a testa bassa. Forse un po’ di genericità ti si pianta in naso, visto che la band vive dell’ispirazione dei look e del lavoro dei gruppi glam del passato recente, anche se i pezzi, dal punto di vista degli arrangiamenti, stanno in piedi con credibilità. È solo che hai la sensazione di aver già sentito tutto questo da qualche parte. Una buona mezz’ora di musica compressa. I ragazzi hanno sparato un pezzo dietro l’altro e sfruttato al meglio il tempo che gli era stato concesso al festival.
Già nel primo pomeriggio era chiaro che il terzo giorno sarebbe stato il più affollato del festival. Già durante il concerto dei Crazy Lixx era difficile muoversi nella sala, tanta era la calca! E la calca non ha fatto che crescere quando sul palco è salita Issa. La band guidata dalla cantante norvegese Isabell “Issa” Øversveen. La ragazza, oltre a un gran bel fisico, ha anche una voce altrettanto ben costruita, con cui ha conquistato il pubblico in un attimo. Soprattutto nello sviluppo della potenza e nel passaggio dai registri medi a quelli alti, fino agli acuti più estremi. Cantante eccellente. Pezzi come I’m Alive e Angels Crying hanno un contagioso macramè di rock melodico, e a distanziare la musica dalla tipicità del genere ci pensa, naturalmente, l’approccio vocale inconfondibile di Issa. Alle tastiere ha dato di nuovo una mano Alessandro Del Vecchio (Hardline), che in questo ruolo al festival aveva salvato anche l’esibizione del progetto L.R.S. (La Verdi – Shotton – Ramos), il giorno prima!
Il terzo artista, invece, ha alzato il livello di quello che succedeva di un paio di gradini. Vista la sua reputazione e l’enorme esperienza in una carriera musicale lunghissima, non è nemmeno una sorpresa. Il nome? Jeff Scott Soto con la sua band di supporto. Un uomo dalle virtù vocali eccezionali, che lo hanno portato nella lega dei grandi del rock, con, tra gli altri: Yngwie J Malmsteen, Journey, Talisman, Soul Sirkus, Eyes, Takara, Kuni e Axel Rudi Pell. Inoltre Jeff collabora anche con la nuova formazione di rock melodico W.E.T., che dovrebbe in qualche misura raccogliere l’eredità musicale dei Talisman, e con una delle due versioni americane dei Trans Siberian Orchestra. Soto è salito sul palco in compagnia di quattro musicisti. Come primo chitarrista c’era il giovane ma straordinariamente talentuoso e cavilloso musicista spagnolo Jorge Salan, poi due musicisti brasiliani, BJ (chitarra e tastiere) e il batterista Edu Cominato, e il newyorkese David Z al basso. Quel giorno Jeff era letteralmente inarrestabile. L’ottima impressione che aveva lasciato due giorni prima con i W.E.T. l’ha ulteriormente migliorata con questa esibizione. Si è immerso totalmente, ha staccato la spina e ha tirato fuori il meglio di sé. Del materiale a suo nome hanno entusiasmato Believe in Me e Holding On, così come l’esecuzione di Look Inside Your Heart, per la quale Jeff ha chiamato sul palco un ospite speciale! Il chitarrista dei Night Ranger Joel Hoekstra! Una compattezza virtuosa e curatissima, con un quintetto che suonava da paura. Senza un attimo di tregua e a tutta forza. Ovviamente non poteva mancare un »pezzone« classico dei Talisman, che Jeff ha condito con un veloce passaggio su due hit di due popstar, Madonna (Frozen) e Seal (Crazy). Nel finale ci siamo beccati un pezzo dei Talisman suonato tutti insieme (I’ll Be Waiting). Alla fine Jeff, con una certa dose di pathos, ha strappato agli organizzatori altri cinque minuti di esibizione, e la band ha piazzato per il gran finale anche il brano degli Steel Dragon Stand Up, che ha portato ancora una volta i presenti all’estasi.
Il leggendario John Waite, che forse tutti ricordate per il suo mega hit Missing You, si è trovato in un ruolo ingrato. Doveva per forza raccogliere l’eccezionale esperienza live che gli aveva apparecchiato davanti Jeff Scott Soto. Già per genere Waite sporgeva un po’ dal contesto degli artisti del festival, soprattutto se si considerano gli ultimi anni della sua carriera, in cui ha ricominciato a fare l’occhiolino più intensamente ai suoi tempi di blues e ai primi anni di carriera. Mentre la sezione ritmica del gruppo resta invariata e continua a essere composta da Tim Hogan (basso) e Rodger Carter (batteria), l’ex chitarrista dei Matchbox Twenty Kyle Cook ha lasciato Waite, e al suo posto si è sistemato nientemeno che l’ex chitarrista di Alice Cooper e dei Pretty Boy Floyd Keri Kelli. Durante l’esibizione di John Waite ci siamo convinti ancora una volta di quanto sia raffinato e carismatico l’approccio vocale di questo cantante eccezionale. Voce leggermente arrochita, morbidissima e sensibile quando bisogna mettere in primo piano emozioni e passione. Waite matura come un buon vecchio vino. Il repertorio è stato arricchito, ovviamente, dai pezzi dei The Babys (Back On My Feet Again, Every Time I Think of You, Head First) e, più o meno come ci si aspettava, da due hit dei Bad English (Best Of What I Got, When I See You Smile). Il pubblico è stato bello svegliato da Missing You, mentre per chiudere Waite ha voluto fare una cover dell’originale dei Led Zeppelin Whole Lotta Love, che non è stata la mossa più saggia. Anche se ha divertito il pubblico, il catalogo personale di Waite è comunque così ampio che non avrebbe dovuto ripescare un pezzo che ormai suona sul pianeta qualsiasi ragazzino capace di tenere in mano una chitarra e fare due accordi base. Ma qui arriva il famoso »però«. Il pezzo è una vera sfida vocale e John lo sa. Ed è proprio qui che ha stupito ancora una volta con la sua finezza e la sua dolcezza. Un’esecuzione eccezionale, che dovrebbe assolutamente sentire il nostro vecchio brontolone, quello che di una reunion dei Led Zeppelin non ne vuole più nemmeno sentir parlare, Robert Plant. Un’esibizione rimasta, un po’ ingiustamente, all’ombra di quella di Jeff Scott Soto.
L’arrivo dei Danger Danger ha portato al Frontiers Rock festival una bella truppa di appassionati di rock melodico. I Danger Danger infatti ultimamente suonano molto di rado in Europa, se mai. Dall’ultimo album in studio »Revolve« sono passati ben cinque anni ed era ora che i Danger Danger mettessero insieme un altro disco. La sezione ritmica resta quella originale, con Steve West alla batteria e Bruno Ravel al basso, mentre i compiti vocali li svolge di nuovo il »cocker spaniel« Ted Poley. Alla chitarra c’è dal 2003, quando in squadra ha sostituito l’eccellente Andy Timmons, l’extraterrestre svedese della sei corde Rob Marcello. Lo stesso Rob Marcello era stato chiamato a sostituire il chitarrista degli House Of Lords Jimi Bell per il tour autunnale degli House Of Lords del 2009, e così già durante il concerto degli House Of Lords a Ronchi (Ronchi dei Legionari), vicino a Trieste, avevamo potuto verificare quanto sia versatile e rifinito questo mostro sacro della chitarra. Preciso e veloce come il diavolo in persona! I Danger Danger hanno organizzato una festa straordinaria. In realtà non hanno nemmeno dovuto sforzarsi chissà quanto. Le aspettative da parte del pubblico infiammato erano semplicemente così forti che lo hanno portato in palmo di mano per tutto il tempo. Con gli anni Ted Poley ha perso una bella fetta di ampiezza vocale e le note alte le evitava con mestiere. I classici Bang Bang, Naughty Naughty (nella parte finale), I Still Think About You e Monkey Business« hanno fatto sì che la gente si strappasse di tutte le delizie. Anzi, la sala già dal primo momento, con l’apertura affidata a due schioppettate dell’esordio in studio, Rock America e Boys Will Be Boys, tremava da cima a fondo per la febbre da adrenalina. Il pubblico ha finalmente avuto i suoi grandi eroi. Alla fine Poley, a ringraziamento del pubblico, ha urlato questo saluto: »Stay horny Italy!« una battuta che, vista tutta la sfrenatezza mostrata dal pubblico durante il concerto, non avrebbe potuto calzare meglio nel contesto di questa esibizione.
Uno dei momenti più attesi del Frontiers Rock festival è stato di sicuro il set degli americani Winger. »Better Days Comin’« è l’album in studio appena uscito della band, pubblicato appena una settimana prima dell’esibizione dei Winger a questo festival. Quando la band è salita sul palco, già in apertura ha sorpreso il fatto che nella formazione non ci fosse il chitarrista John Roth. Al suo posto brandiva la chitarra, a quanto pare, uno dei tecnici della band. Non c’entrava niente col contesto, anche se Kip gli aveva ordinato, più che evidentemente, di imitare sul palco il più possibile il modo di suonare di John Roth. Già dall’aspetto si vedeva che non c’azzeccava, figuriamoci col suo look da »camionista«. Nonostante le grandi aspettative nei confronti dei Winger, per tutto il concerto la band ha avuto una serie infinita di problemi tecnici. Il suono era assolutamente disperato. Il basso di Kip Winger ha preso la »gamba« e ha iniziato a sferragliare solo verso metà concerto. E non solo. I Winger avevano anche problemi di affiatamento. Ancora prima del nuovo pezzo Rat Race alla band è capitato un guaio serio. Morgenstein aveva già dato l’attacco, ma non tutti in quel momento erano sulla stessa lunghezza d’onda e si sono subito »sfaldati«. Hanno dovuto ripartire dall’inizio, e il pezzo poi è finalmente filato via. Anche se la sensazione di tensione trasudava sia da Kip Winger sia da Reb Beach alla sua sinistra, i Winger, soprattutto nell’ultimo terzo del concerto, sono riusciti in qualche modo a rimettere le cose al loro posto standard e, da grandi professionisti, hanno portato il concerto in porto felicemente. La gente non si è fatta troppi problemi per le difficoltà della band. I loro eroi hanno recapitato dal palco un sacco di evergreen dei Winger: Hungry, Pull Me Under, Madelaine, Miles Away (con Kip alle tastiere e l’iniziale ricerca del pedale sotto i piedi, leggi: tecnici fuori di testa), poi Headed For A Heartbreak (con un finale prolungato, in cui Beach ha fatto scorrere in modo particolarmente scenografico le dita sul manico), Cant’ Get Enough, Easy Come, Easy Go e, naturalmente, la conclusiva Seventeen. Un tizio in terza fila, arrivato al festival dal Brasile, conosceva a memoria assolutamente tutti i pezzi della band, cosa che dal palco ha notato anche Kip Winger. Gli ha puntato contro il dito un paio di volte, gli ha lanciato un plettro, ma il tizio non se n’è nemmeno accorto. Era nel suo mondo. Felicissimo di godersi i pezzi di una delle sue band preferite.
Kip Winger e compagni non hanno dato il meglio di sé, ma l’esibizione dei Winger, vista la loro estrema rarità sui palchi europei, è stata comunque una vera piccola sensazione, con la sala che per tutta quell’energia violenta scoppiava dalle cuciture. Reb Beach ha finalmente mostrato anche perché è un chitarrista così stimato. Con i Winger emerge molto di più che con i Whitesnake, dove il suo genio è »soffocato di proposito«. Proprio nei pezzi dei Winger si vede tutta la sua universalità musicale. Speriamo solo che, per promuovere l’album »Better Days Comin’«, mettano in piedi un tour europeo in autunno, così da offrire l’occasione di vedere almeno una data in cui i Winger suonino, naturalmente, per almeno un’ora e tre quarti.
Ai Night Ranger è toccato il grande onore di chiudere il Frontiers Rcok festival come headliner del terzo giorno. I leggendari rocker, devoti al celebre mestiere dell’AOR della west coast di San Francisco, sono oggi considerati una band di enorme chilometraggio, esperienza musicale e routine. Se nel 2011 li avevamo visti per appena mezz’ora come spalla dei Journey, stavolta la storia è stata ben diversa. La formazione dei Night Ranger resta invariata: i membri originali Kelly Keagy (batteria e voce), Jack Blades (basso e voce), il chitarrista Brad Gillis e, arrivati in seguito, il chitarrista Joel Hoekstra e il tastierista Eric Levy. Quest’ultimo si è unito alla squadra tre anni fa.
Con i Nigt Ranger la disposizione del palco è sempre una particolarità. Spingono tutti gli amplificatori completamente sul fondo, come fanno oggi gli Status Quo, e spostano la batteria di Kelly Keagy sul lato destro in primo piano, visto che Kelly in diversi pezzi prende anche la voce principale. Così si libera un sacco di spazio per correre a destra e a sinistra, su e giù. E i Night Ranger sanno sfruttarlo dannatamente bene. Nonostante il tempo, che con la maturità comincia a intaccare Blades e Gillis, gli anni sulle spalle non si notano nemmeno per un attimo. Due tipi ancora incredibilmente agili, che col più giovane Joel Hoekstra hanno sfoggiato un mucchio di acrobazie sceniche: mancava solo qualche »spaccata« e la misura sarebbe stata colma. Suonare la chitarra dietro la schiena e altre simili follie di Gillis, che nel frattempo suona tutto quello che gli passa per la testa con una leggerezza da piuma e senza un errore. Con una precisione magistrale. Stupefacente. Con Hoekstra formano una coppia di chitarristi eccezionale. Sicuramente la coppia di chitarristi di tutto il festival. E con un vantaggio netto. Anche sui Tesla. Possiamo dire per l’intero set che i Night Ranger si sono presi (a ragione) il primo posto con largo margine sulle esibizioni degli altri artisti. Se li sono mangiati.
Il gruppo ha subito rimesso in piedi la sala in apertura con due standard ben riconoscibili, l’iniziale Touch Of Madness e l’evergreen Sing Me Away, poi, passando per l’ottima e più recente Lay It On Me (»Somewhere In California«, 2011) e per la ballad d’acciaio Sentimental Street, ha fatto felice il pubblico con la cover dei Damn Yankees Coming Of Age. La prima sorpresa è dunque alle spalle, è ora di passare alle altre. La prima ad arrivare in abbondanza è stata The Secret Of My Success dall’album »Big Life« (1987). Il pezzo era uscito come singolo ed era stato usato anche come colonna sonora dell’omonima serie TV umoristica, in cui il ruolo principale era di Michael J. Fox. Poi è arrivato un pezzo nuovissimo, High Roiad. Si chiamerà così anche il prossimo nuovo album in studio della band, in uscita a giugno di quest’anno. Blades ha infiammato il pubblico, che nel ritornello doveva gridare tre volte di fila »Yeah!!, Yeah!!!, Yeah!!!« e la gente gli ha mangiato di nuovo in mano con foga. Il pezzo nuovo funziona benissimo insieme al resto del materiale, il che significa che a quanto pare riceveremo ancora un album dei Night Ranger di impostazione classica, ed è un’ottima cosa. Poi è arrivata un’altra caramella. Salto al primo album »Dawn Patrol« (1982) e all’esecuzione di Eddie’s Comin’ Out Tonight, sulla cui nascita Blades ha raccontato un divertente aneddoto, su un tizio di nome Eddie che andava ai loro concerti quando i Night Ranger erano ancora una band da club. Quanto ai Damn Yankees, i cui pezzi oggi non si sentono più sui palchi, i Night Ranger stavolta erano di altro avviso e hanno suonato un altro brano di quella band (High Enough). Così hanno tenuto l’atmosfera a un livello eccezionale per tutto il tempo, e di energia positiva come quella che si respirava proprio durante il loro set il festival fino ad allora di sicuro non ne aveva emanata. Segue un nuovo motivo di gioia, con ben due pezzi di fila tratti dall’album »Seven Wishes« (1985), cioè Goodbye e Four in the Morning. I minuti del concerto volavano a una velocità estrema. Con l’esecuzione dell’hit When You Close Your Eyes dall’album »Midnight Madness« (1983), i Night Ranger hanno fatto capire che il concerto si avviava lentamente alla fine, e subito dopo l’ha confermato Don’t Tell Me You Love Me dall’esordio »Dawn Patrol«, che i Night Ranger hanno allungato con aria da burloni, infilandoci dentro un pezzo del classico dei Deep Purple Highway Star. Nella parte conclusiva, dove Gillis e Hoekstra hanno stupito di nuovo con una superiorità chitarristica che sembrava non finire mai, i Night Ranger hanno chiuso la parte regolare del loro set proprio sul punto di ebollizione.
Il bis non era difficile da prevedere, quando Kelly Keagy è arrivato in punta di palco con il tamburello e in duetto con Jack Blades ha cominciato a cantare i versi della celebre Sister Christian. A differenza dei bis striminziti del primo e del secondo giorno da parte degli headliner, quando sia i Tesla sia gli Stryper hanno suonato un solo brano, i Night Ranger, dopo aver mandato il pubblico in delirio con Sister Christian, sono rimasti sul palco e si sono buttati su un pezzo che, in realtà, nella lista di quelli che vanno suonati a ogni singolo concerto dei Night Ranger è davvero rimasto per ultimo. Sono rimasti naturalmente all’album »Midnight Madness« e per il finale hanno sganciato (You Can Still) Rock In America, che Blades durante l’esecuzione ha ribattezzato più volte (You Can Still) Rock in Italy.
L’esibizione dei Nigt Ranger si è rivelata di fatto il culmine dell’intero festival! Al posto giusto. Cioè alla sua conclusione. La band ha irradiato per tutto il tempo una gioia straordinaria, buonumore, positività e spensieratezza, infilando con leggerezza da piuma un pezzo dopo l’altro con il marchio della grande routine e di un’esperienza incredibile. Il suono dello show era micidiale! A differenza delle altre band, inoltre, i Night Ranger non usavano basi preregistrate di cori. Scoppiano di energia! Ed è un ottimo segnale, visto che sta per arrivare il nuovo album in studio »High Road« e speriamo che presto segua anche un tour europeo.
Con tutto quell’eccesso di adrenalina e di sensazioni positive non c’era verso di salutare il posto, anche se il festival era ormai finito. Le chiacchiere con i tanti visitatori del festival, arrivati addirittura dalla polacca Bydgoszcz come dalla capitale serba Belgrado, e poi da Regno Unito, Grecia, perfino Brasile, Francia, Paesi Bassi, sembravano non finire mai. L’orologio ha battuto fino a notte fonda, quando fino all’ultima lattina di birra aperta il buonumore post festival l’ha tenuto vivo una compagnia di sei sloveni presenti al festival (due di Ajdovščina, uno del Prekmurje e tre della zona di Lubiana), devoti a un genere musicale dove di deviazioni ce ne sono state poche. Rock melodico, AOR, hard rock. Una pletora di musicisti eccezionali, cantanti, supereroi della chitarra, oltre a un sacco di ottime band che vivono sotto la »tutela contrattuale« dell’etichetta Frontiers Records. Musica che insegue la perfezione melodica, il canto pulito e curato, e dove l’ingresso a growl, combinazioni di semitoni che »inghiottono« la melodia e strimpellate sgangherate a tre accordi è severamente vietato. Se sei un fan del rock melodico e dell’AOR, l’anno prossimo questo festival devi assolutamente andarlo a vedere. Anche se sul palco non suonerà la tua band preferita, di deviazioni di genere tra gli artisti non ce ne sono praticamente, quindi è un festival che ti carica di energia in modo assoluto e costante. Naturalmente parlo a nome degli amanti del rock melodico e dell’AOR.
Gente eccezionale, musica eccezionale, esibizioni eccezionali, cibo eccezionale, energia eccezionale. Nessuna lamentela. Sensazioni così, a fine festival, sono rare. Il Fronters Rock festival è stato proprio il centro perfetto del »bersaglio«! Chiudo questo »umile scritto« con la speranza di rivederci nello stesso posto l’anno prossimo e che il Frontiers Rock festival diventi un appuntamento fisso!
Scaletta
CRAZY LIXX:
1. Rock and a Hard Place
2. Sympathy
3. Whiskey Tango Foxtrot
4. Lock Up Your Daughter
5. Riot Avenue
6. Blame It on Love
7. 21 Til I Die
ISSA:
1. Dream On
2. Looking for Love
3. Angels Crying
4. Invincible
5. I’m Alive
6. Can’t Stop
JEFF SCOTT SOTO:
1. Intro
2. Take U Down
3. 21st Century
4. Damage Control
5. Believe in Me
6. Look Inside Your Heart (with Joel Hoekstra)
7. Soul Divine
8. Holding On
9. Eyes of Love
10. Medley:
– Break Your Chains
– Day By Day
– Give Me a Sign
– Dangerous
– Just Between Us
– Mysterious (This Time It’s Serious)
– Frozen
– Crazy
I1. ‘ll Be Waiting (Talisman)
12. Stand Up (Steel Dragon)
JOHN WAITE:
1. Change
2. Back On My Feet Again (The Babys)
3. Rough & Tumble
4. When I See You Smile (Bad English)
5. Saturday Night
6. Every Time I Think of You (The Babys)
7. Best of What I Got (Bad English)
8. Missing You
9. Head First (The Babys)
10. Whole Lotta Love (Led Zeppelin)
DANGER DANGER:
1. Rock America
2. Boys Will Be Boys
3. Hearts on the Highway
4. Don’t Blame It on Love
5. Bang Bang
6. Beat the Bullet
7. I Still Think About You
8. Crazy Nites
9. Monkey Business
10. Naughty Naughty
WINGER:
1. Midnight Driver of a Love Machine
2. Madalaine
3. Hungry
4. Pull Me Under
5. Blind Revolution Mad
6. Down Incognito
7. Guitar Solo
8. Rat Race
9. Deal With the Devil
10. Stone Cold Killer
11. Miles Away
12. Headed for a Heartbreak (Reb Beach guitar solo nel finale)
13. Can’t Get Enuff
14. Easy Come Easy Go
15. Guitar Solo (Reb Beach)
16. You Are the Saint, I Am the Sinner
17. Seventeen
NIGHT RANGER:
1. intro (You Shook Me All Night Long)
2. Touch of Madness
3. Sing Me Away
4. Lay It On Me
5. Sentimental Street
6. Coming of Age (Damn Yankees)
7. The Secret of My Success
8. High Road
9. Eddie’s Comin’ Out Tonight
10. High Enough (Damn Yankees)
11. Goodbye
12. Four in the Morning
13. When You Close Your Eyes
14. Don’t Tell Me You Love Me
—bis—
15. Sister Christian
16. (You Can Still) Rock in America
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