Breaking Benjamin finalmente anche a Zagabria – grandi ritornelli americani, ma la sensazione che sia finito tutto proprio quando doveva davvero esplodere (2026)
Breaking Benjamin, Black Sonic Pearls
giovedì 2.7.2026
Zagabria / Tvornica Kulture / Croazia
I Breaking Benjamin sono una di quelle band che da queste parti, per anni, sono sembrati praticamente irraggiungibili. Una band che negli USA si è costruita lo status di gigante del rock radiofonico da arena, mentre da noi è vissuta soprattutto attraverso i video su YouTube, gli album, la nostalgia per l’epoca dell’esplosione post-grunge e l’eterna speranza che prima o poi Benjamin Burnley trovasse la voglia – o soprattutto i nervi – per un tour europeo. E dopo tutti questi anni è finalmente successo. Zagabria ha avuto il primo concerto croato dei Breaking Benjamin, e il Tvornica ha ospitato una di quelle serate in cui sapevi già prima dell’inizio che il pubblico non avrebbe avuto bisogno di tanto riscaldamento.
Eppure l’apertura è toccata ai tedeschi Black Sonic Pearls, subentrati al posto dei Chevelle. Il loro compito non era dei più ingrati: scaldare un Tvornica sold out, pieno di gente lì quasi esclusivamente per gli headliner, e allo stesso tempo convincere un pubblico che già mezz’ora prima del concerto principale era schiacciato bello compatto sotto il palco. I Black Sonic Pearls hanno fatto il loro dovere in modo corretto. Il suono è stato a tratti un po’ più ruvido e meno nitido di quanto uno avrebbe voluto, ma la band ha comunque lasciato abbastanza energia perché la serata non partisse con un’attesa tiepida. Non è stata un’opener da rubare la scena o lasciare un segno davvero marcato, però ha fatto senza problemi in modo che già alle nove la sala respirasse concretamente l’attesa per l’evento principale.
Scaletta dei Black Sonic Pearls:
1. 1000 Whispers
2. Black Butterfly
3. Sonixomnia
4. Buried in 4 Walls
5. My Denial
6. Like/Share/Hate




























Quando poco dopo le nove si sono spente le luci e la band, senza troppi preamboli, ha attaccato con I Will Not Bow, è stato chiaro in un attimo che i Breaking Benjamin a Zagabria non erano arrivati in cattiva forma. Anzi, tutto il contrario. La band suonava esattamente come ti aspetti da un’istituzione dell’hard rock alternativo americano: massiccia, compatta, precisa e soprattutto molto sicura di sé. Le chitarre avevano peso, la sezione ritmica era cementata, e i ritornelli funzionavano come devono funzionare per una band che ha costruito la carriera proprio sulla capacità di scrivere inni enormi, melodici, da stadio, per gente a cui piace soffrire in mezzo a riff accordati bassissimi e poi, nello stesso pezzo, cantare a squarciagola.
Burnley è stato vocalmente molto affidabile. Con lui c’è sempre stato il dubbio su quanto riuscirà ancora a reggere dal vivo tutte quelle melodie così caratteristiche, soprattutto data la sua lunga storia di problemi di salute e personali, ma a Zagabria non si è sentito nessun punto debole serio. La band suonava affiatata, professionale e proprio come ci si aspetta da lei. Da questo punto di vista il concerto era in fondo molto facile da giudicare: i Breaking Benjamin sono stati molto bravi. Non era quello il problema della serata.
Il problema era altrove.
Il Tvornica era pronto fin dal primo minuto a trasformare questo in uno di quei concerti che il pubblico porta un gradino più su rispetto a quello che la band mette sul palco. Già dai pezzi d’apertura era chiaro che in sala non c’era poca gente che aspettava questo concerto da un tempo assurdo. Si è cantato praticamente tutto. Da Until the End, Red Cold River, So Cold, Breath e Failure in poi il pubblico è stato costantemente dentro, e il culmine è andato ovviamente a The Diary of Jane, dove il Tvornica suonava quasi più forte della band stessa. Anche a chi i Breaking Benjamin non li ha mai messi tra i suoi gruppi preferiti doveva essere chiaro che a Zagabria si era radunato un pubblico fedelissimo. E non solo croato – in sala si sentiva parecchio anche lo sloveno, il che, visto quanto di rado la band si spinge in Europa, non sorprende affatto.
In questo concerto il pubblico ha senza dubbio dato alla band più di quanto la band abbia dato a lui. Se tutti i membri avessero avuto un contapassi al polso, a fine serata ne sarebbero usciti, tutti insieme, con una quattordicina di passi. Negli ultimi anni è diventato quasi uno stereotipo delle band americane che vengono in Europa soprattutto a rispolverare la nostalgia, concentrandosi molto più sull’impeccabilità tecnica dell’esecuzione che sull’interazione vera con il pubblico. Ma da una formazione con una simile anzianità, un simile catalogo e tanta strada fatta sui palchi di tutto il mondo ci si aspetterebbe comunque qualcosa in più. Non per forza acrobazie, dondolarsi dalle travi del soffitto o momenti alla Dave Grohl, ma almeno la sensazione che sul palco non si stesse svolgendo solo una tabella di marcia suonata con grande precisione. In certi momenti il tutto sembrava quasi che la band fosse venuta a Zagabria soprattutto per spuntare con disciplina 75 minuti del proprio catalogo, controllare che tutte le chitarre fossero accordate come si deve e poi tornare il prima possibile nel backstage climatizzato.
Nei primi tre pezzi, tra l’altro, sembrava quasi che i Breaking Benjamin non volessero proprio avere foto di questo concerto. Anche se i fotografi erano così tanti che ci hanno dovuto dividere in due gruppi, e invece dei classici “primi tre pezzi” ognuno ha avuto a disposizione circa un pezzo e mezzo, la band ha deciso di suonare la parte iniziale del concerto praticamente al buio. Non in quel buio fotogenico, atmosferico, drammatico, dove dalle ombre qualcosa comunque si ricava, ma in quel tipo di buio in cui ti metti a pensare se per caso non sei venuto a fotografare un soundcheck o magari un costosissimo evento audio senza componente visiva. Se l’obiettivo era verificare quanto un fotografo riesca a improvvisare in tre minuti tra valori ISO, preghiere e la speranza che qualcuno entri per mezzo secondo in un fascio di luce, allora l’esperimento è riuscito più che bene. Quella sera il Tvornica è diventato per qualche minuto anche una succursale non ufficiale della scuola “Come fotografare il nero mantenendo la dignità”.
Una delle curiosità della serata è stata la presenza del figlio di Burnley, che la band chiama Cheech e che in questo tour si è unito al gruppo sul palco. Questo elemento ha dato al concerto una nota un po’ più familiare, quasi intima, che per una band di questo calibro è in realtà un contrasto simpatico. Ma allo stesso tempo non si riusciva a scrollarsi del tutto di dosso la sensazione che a tratti Cheech sul palco sembrasse quasi lì soprattutto perché il padre aveva deciso di fargli accumulare per tempo un po’ di chilometri in vista di un futuro nel music business. Quando tra una parte e l’altra dei pezzi non aveva molto da fare, spesso se ne stava un po’ impacciato di lato, a braccia incrociate e con l’espressione di uno che in quel momento sarebbe volentieri stato ovunque tranne che sotto i riflettori davanti a un Tvornica pieno. Va aggiunto, certo, che parliamo di un quattordicenne e che una simile riservatezza è del tutto comprensibile, perfino simpatica, ma ci sono comunque stati momenti in cui il tutto risultava quasi un po’ imbarazzante – come se per Cheech fosse stata molto più un’idea del padre che sua. Se tra dieci anni il ragazzo guiderà una band tutta sua, questo paragrafo lo ritireremo volentieri, ma a Zagabria sembrava soprattutto uno che, in piena vacanza estiva, si è ritrovato per sbaglio a un rumorosissimo team building di suo padre.
Ma la riserva principale non riguardava lui, e nemmeno l’esecuzione della band, bensì la struttura del concerto stesso. I Breaking Benjamin a Zagabria hanno suonato circa 75 minuti. E sono semplicemente troppo pochi. Soprattutto per una band con un catalogo così, una base di fan così fedele e un debutto così a lungo atteso in Croazia. Se si fosse trattato di un set da festival in pieno giorno, uno l’avrebbe ancora messo in conto. Per un concerto da headliner in un club, per una band di questo calibro, la sensazione è un’altra. Parecchio diversa.
Il guaio più grosso era che il concerto non funzionava come un insieme compiuto, che sale in modo organico verso il culmine e poi riceve anche quel colpo finale sotto forma di bis. Al contrario, c’era di continuo la sensazione di guardare un “set da festival” suonato molto bene, ma in un contesto da club. Qualcosa ce l’hanno messo anche le pause intermedie, in cui la band cambiava chitarre e sistemava l’attrezzatura. Certo, è chiaro perché succeda – i Breaking Benjamin suonano in diversi accordaggi e una macchina così non gira senza passaggi tecnici – ma proprio queste interruzioni spezzavano un po’ il flusso del concerto. Non in modo drastico, ma abbastanza da non far nascere quella tensione perfetta e ininterrotta che una band così, in un Tvornica così pieno, avrebbe dovuto costruire senza problemi. Anche qui il concerto è sembrato un po’ troppo sterile, quasi precisino da laboratorio, come se alla band interessasse di più che il passaggio tra due accordature di chitarra fosse tecnicamente impeccabile che non se, nel frattempo, il pubblico fosse ancora con loro in quello stesso istante.
Anche di comunicazione con il pubblico non ce n’è stata moltissima. Burnley ha ringraziato un paio di volte, verso la fine della serata ha buttato lì due parole sul caldo e sulla sua paura di volare, e ha buttato lì che la band, ora che ha trovato il modo per venire in Europa, potrebbe tornare più spesso. E, a essere onesti, già solo il fatto che Burnley, per la paura di volare, abbia attraversato l’Atlantico nove giorni prima in nave, mentre il resto della squadra faceva il viaggio verso l’Europa in aereo, è una prova abbastanza eloquente di quanta ginnastica logistica serva perché i Breaking Benjamin atterrino, o meglio approdino, da queste parti. Il pubblico gliene era evidentemente sinceramente grato. In sala si sentiva davvero che questa band l’aveva aspettata a lungo e con pazienza, e che a Burnley non rimproverava né la paura di volare né il fatto che a Zagabria, a quanto pare, sia più facile arrivare per mare che per aria. Bello, simpatico, e il pubblico l’ha ovviamente premiato con un applauso fragoroso. Ma se togliamo questi momenti e qualche lancio di plettri nelle prime file, il concerto è andato avanti parecchio “sui binari”. Come se la band fosse arrivata, avesse suonato il suo set ben allenato e fosse passata alla tappa successiva. Cosa che da un lato è comprensibile – il tour è evidentemente molto adattato al ritmo dei festival – ma dall’altro il Tvornica è proprio un posto che offre di più. Più spontaneità, più contatto, più senso di evento speciale. E stavolta di questo ce n’è stato un po’ troppo poco.
Forse è proprio qui il paradosso più grande della serata. I Breaking Benjamin non sono una band senza materiale, senza esperienza o senza pedigree dal vivo. Al contrario – parliamo di una formazione che dalla svolta del millennio ha messo in fila una serie di grandi hit radiofonici, è sopravvissuta a diversi scossoni interni, ai problemi di salute di Burnley, a un lungo silenzio in studio e poi a un ritorno di successo con gli album Dark Before Dawn ed Ember. Non è una band che debba ancora conquistarsi la sicurezza sul palco. Proprio per questo è tanto più strano che l’esibizione di Zagabria sia sembrata così trattenuta, quasi troppo sterile per una band la cui musica è costruita su grandi emozioni, ritornelli cupi e culmini drammatici. Se sai scrivere un pezzo come Dear Agony, ti aspetteresti anche un momento in cui sul palco succeda qualcosa di più del cambio di chitarra e del cenno di gratitudine alle prime due file.
Quando è arrivata The Diary of Jane, l’atmosfera era esattamente dove sarebbe dovuta essere già qualche pezzo prima – a ebollizione. E proprio allora è finito tutto. La band è uscita dal palco, e il pubblico ha continuato a chiedere il bis, del tutto seriamente, per qualche minuto. Invano. Non c’è stato nessun ritorno. Ed è proprio qui che sta il riassunto di tutto il debutto zagabrese dei Breaking Benjamin: abbiamo avuto un concerto molto buono, ma non un grande concerto. Abbiamo avuto una band che ha mostrato senza problemi perché fa parte dei più grandi nomi americani del suo genere, ma non la sensazione che questa serata abbia davvero sfruttato tutto il potenziale che aveva davanti.
I Breaking Benjamin a Zagabria hanno suonato potenti, sicuri e tecnicamente molto bene. Il pubblico gli mangiava in mano, cantava praticamente tutti i ritornelli e ha mostrato chiaramente di aver aspettato questo momento per lunghi anni. Proprio per questo resta un retrogusto leggermente amaro: che sia finito tutto proprio quando avrebbe dovuto aprirsi davvero. Se la band avesse aggiunto sul palco ancora venti minuti, un po’ più di rischio nella comunicazione col pubblico e qualche sensazione in più di non stare guardando solo un pacchetto da tour molto ben rodato, si sarebbe potuto parlare di un momento concertistico davvero speciale.
Così invece la première zagabrese dei Breaking Benjamin ha lasciato soprattutto questa impressione: la prova che la band suona ancora da serie A – e al tempo stesso un promemoria che 75 minuti, per un nome così, semplicemente non bastano.
Autori: Denis Paradiž & Helena Medved
Foto: Denis Paradiž
Video: Denis Paradiž & Helena Medved
Scaletta dei Breaking Benjamin:
1. I Will Not Bow
2. Until the End
3. Evil Angel
4. Crawl
5. Red Cold River
6. Blow Me Away
7. Follow
8. Angels Fall
9. You
10. So Cold
11. Polyamorous
12. Dear Agony
13. Something Wicked
14. Breath
15. Awaken
16. Failure
17. Dance With the Devil
18. The Diary of Jane




















