Metal Camp 2012 (quinto giorno) – Sabaton a chiudere in bellezza e a tenere a battesimo il Metaldays!
Location: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data: venerdì, 10.08.2012
Il quinto e ultimo giorno del Metal Camp è stato, come giornata di chiusura, quello con il cartellone meno interessante. Ve li immaginate i Sabaton come headliner del quinto giorno del Metal Camp, con Sodom e Pain nella line-up? Difficile, no? Una qualsiasi di queste tre band avrebbe potuto fare da headliner, ma il ruolo è toccato alla più popolare del momento tra le tre.
Dopo i capricci del meteo del giorno prima, il tempo, pur con le nuvole basse, si è stabilizzato e l’atmosfera del festival si è chiusa all’asciutto. In effetti, fino al set dei Sodom non è successo nulla di sconvolgente: a menare le danze sono state band con una carriera che va da un decennio scarso a pochi anni, con davvero poca originalità artistica.
D’altra parte, l’ouverture pre-Sodom ha offerto una bella dose di varietà di genere, e la «quiete» del festival è stata spezzata alle quattro del pomeriggio dal fragore dei thrash metaller revivalisti tedeschi Purify , tornati in attività dopo una pausa di qualche anno e innamorati dell’eredità della scena americana della Bay Area, dalla vecchia scuola di Exodus e/o Forbidden, con un po’ di sporcizia rock n’ roll rotolante ereditata dagli Overkill di New York. Ma in salsa tedesca. Insomma, un’apertura generica e poco interessante per l’ultimo giorno. Hedienvolk, folk metaller olandesi, hanno portato sotto il palco, ancora una volta, un bel numero di metallari scatenati, confermando per l’ultima volta al festival la mania generale per il folk metal che regna al momento sulla scena metal mondiale. La band, che si è affermata definitivamente con il terzo album del 2010, intitolato «Uit oude grond» («From old soil»), si occupa ovviamente di bilanciare i mattoni classici della musica metal con strumenti folk, come gli arrangiamenti per mandolino e violino. Nuova festa, performance sicura, non potrebbe andare altrimenti. La formazione è abbastanza rodata, visto che calca le scene ormai da un decennio. Però nel frattempo ci si è già accorti di quanto sia artificiale lo spingere a forza le band folk metal, che grazie alla popolarità del genere ottengono automaticamente la precedenza su formazioni molto più mature a livello autoriale: le porte si spalancano senza fatica, ma resta da chiedersi quanta qualità e autenticità possano ancora offrire, anzi diciamo produrre, band così, che nella loro abbondanza generalizzata si somigliano come un uovo a un altro uovo.
Gli Steelwing, terzi in scaletta, sono un’altra band che sul main stage poteva essere sostituita da una qualsiasi formazione del palco più piccolo, il secondo, del festival. Gli Steelwing sono dei revivalisti old school della NWOBHM. Gli svedesi hanno ovviamente spinto a tutto gas. Suono dinamico, sentito, intriso di una dose di pomposità e di attitudine da palco studiata a fondo, ereditata in larga parte dagli Iron Maiden, da cui gli Steelwing hanno attinto in gran parte anche il look di scena (spandex, e il chitarrista di sinistra Robby Rockbag con la fascia in testa, pur con una stazza più imponente, ricordava in modo spudorato la postura sul palco di Adrian Smith negli anni d’oro degli Ottanta, in parte già solo per via della chitarra Gibson Explorer). Il nuovo album per l’etichetta Noise Art Records, uscito quest’anno, il terzo della loro carriera, intitolato «Zone Of Alienation», dimostra che gli Steelwing hanno iniziato a ripetersi. La formazione, che a febbraio di quest’anno ha suonato anche all’Orto bar di Lubiana nell’ambito di un tour da headliner, ha lasciato comunque un’impressione convincente e, nonostante la genericità, ha fatto un bel contrasto con l’atmosfera del festival. Anche se il cantante Riley Erickson ha centrato in modo convincente tutte le tonalità, pure le più alte, nel quadro sonoro complessivo la sua voce suonava incredibilmente sottile e stridula, diciamo pure «effeminata». Le cause vanno cercate nelle impostazioni di base del suono, nel mix dell’esibizione degli Steelwing, perché Erickson ha svolto il suo compito con sicurezza. In scaletta, nel repertorio degli Steelwing, si sono susseguiti questi brani: Full Speed Ahead!, The Illusion, The Nightwatcher, Breathless, Zone Of Alienation, The Running Man, Tokkotai (Wind Of Fury), Roadkill (… Or Be Killed). Dopo gli Steelwing a lasciare un’impressione più forte, in termini di autenticità espressiva, sono stati i death/doom metaller finlandesi con una generosa dose di «melodia» Swallow The Sun. Sul palco una band estremamente statica, ma trascinata fuori da un’atmosfera provocatoria, carica di un aspro senso di tristezza. Una malinconia creata in modo convincente, che ha avvolto con arroganza l’area del festival: per un po’ perfino il cielo è diventato grigio, come se anche lui fosse in lutto. Nonostante la sua posizione immobile e statica, il cantante Mikko Kotamäki si è preso la maggior parte dell’attenzione. Durante l’opener Emerald Forest and the Black Bird (che è anche il titolo dell’attuale album in studio della band) attirava gli sguardi con una sigaretta accesa in mano, appoggiata in cima all’asta del microfono su cui il cantante era per il resto puntato, oltre che con una impressionante maglia rossa dei Type O Negative con il motivo dell’album «Dead Again» (2007). Ovviamente, però, senza una convincente prova vocale non sarebbe stato nulla! La band si è fatta strada tra This Cut is the Deepest e poi Hate, Lead the Way!, Psychopath’s Lair, Cathedrall Walls, New Moon e Swallow (Horror pt. I). Il sestetto, che in realtà opera con la stessa formazione dal 2001, con l’eccezione del nuovo arrivato Kai Hahto, per il resto batterista dei Wintersun, ha offerto anche una dose generosa di componente psichedelico-esoterica, sottolineata soprattutto dai passaggi acustici sostenuti dal pianoforte (per esempio l’intro di This Cut is the Deepest)
Con l’arrivo dei veterani tedeschi del thrash metal teutonico Sodom , il quinto giorno del festival si è davvero acceso e allargato! Lo spazio sotto il palco si è finalmente compattato in una folla di migliaia di teste venute a salutare i leggendari pezzi grossi! Il trio senza compromessi formato da Tom Angelripper (voce, basso), Bernd “Bernemann” Kost (chitarra) e dal nuovo batterista Markus Freiwald, che a fine 2010 ha rimpiazzato Bobby Schottkowski, ha aperto il concerto con la title track dell’ultimo album «In War And Pieces». Anche se è stata un’esibizione prevedibile, in linea con le aspettative, vedere un concerto dei Sodom è sempre una prelibatezza a modo suo. È una band con un carisma solidissimo, che ogni volta torna in vita sul palco a dosi piene. La tenacia degli anni e soprattutto un’incredibile quantità di chilometri sul palco parlano da sé. I Sodom non conoscono nascondigli. Un cannoneggiamento primordiale, compatto, inflessibile e sfacciatamente beffardo di thrash metal a rotta di collo, come sanno cucinarlo solo i tedeschi, risucchiava il festival in lingue di fuoco di rabbia e brutale terrore sonoro che si scaricava dal palco! Sono seguite Sodomy And Lust, M-16, l’obbligatoria Agent Orange e Bombenhagel, poi Remember The Fallen, City Of God, Outbreak Of Evil, Blasphemer, mentre l’area si bagnava di sudore e della frustata di sodomia, sadismo e masochismo – un po’ per tutti i gusti. Insomma, il set dei Sodom è senza dubbio il picco dell’ultimo giorno, e i ragazzi hanno rimediato alla grande all’impressione lasciata dalla loro visita precedente al Metal Camp nel 2009, quando si erano trovati alle prese con una valanga di peripezie sonore durante il concerto. I Sodom, dunque, «ammazzano» ancora alla grande! La band è nel pieno delle registrazioni del nuovo album, che dovrebbe uscire quest’anno, quindi possiamo aspettarci presto l’annuncio ufficiale di un nuovo tour da headliner.
Gli unici industrial del main stage del Metal Camp di quest’anno, i Pain , guidati dal celebre pezzo grosso della musica e co-creatore delle diramazioni scandinave del metal estremo Peter Tägtgren, vestito di stracci bianchi a metà tra camicia di forza e bende da mummificazione, ha preso d’assalto il palco con la sua ciurma Pain dopo l’intro d’atmosfera Lux Aetema (di Clint Mansell), che si è trasformata nell’ultraveloce brano dei Pain Crashed. Che ha subito chiarito che i Pain avrebbero suonato tutto il concerto con l’aiuto di basi registrate, che nel caso della band sono loop di programmazione, ritmi aggiuntivi e tappeti di tastiere. La formazione, a cui quella sera hanno voltato le spalle soprattutto i fan degli Hypocrisy, è stata tenuta in alto soprattutto dall’afflusso di ragazze, che si scatenavano senza freni sugli orecchiabili loop ritmici ammiccanti che i Pain inseriscono nella loro incisione sonora. Tägtgren ha offerto un’interpretazione estremamente convincente della difficile combinazione di molti approcci vocali, dal canto pulito e melodico allo screaming urlato in stile core fino al growl death metal, e i Pain sono comunque abbastanza furbi da usare anche effetti speciali attraverso cui far passare la voce principale (Shut Your Mouth), un classico trucco d’atmosfera dell’industrial metal. Come da copione, i Pain hanno chiuso il set con l’ultramelodico hit Shut Your Mouth dall’album «Nothing Remains the Same» (2002). Nel repertorio la band ha suonato anche I’m Going In, Walking On Glass, la marcia accelerata che ha rimesso in piedi tutto il Metal Camp, intitolata On And On, Dirty Woman, Dark Fields Of Pain, Monkey Business, perfino una cover dei The Beatles, Eleanor Rigby, il successone Same Old Song, il massacro folle di Bitch, poi Stay Away, Fear Of Demons e The Great Pretender. Concerto eccellente, interazione eccezionale. Senza una sbavatura. Suono brillante. Il fatto che Tägtgren sia inchiodato al microfono toglie un po’ di dinamica e di carica scenica all’insieme, ma il talento nell’innestare una rapacità cupa, gotica e ultramelodica sopra i ritmi industrial caricati crea sensazioni di ipnosi, e in questo i Pain sono estremamente efficaci. Peccato solo che debbano ricorrere alle basi. Da segnalare che il quinto giorno del festival ha avuto in cartellone due band che partono per un tour europeo congiunto in autunno: Swallow The Sun e proprio i Pain (come headliner). Insieme ai Pain, come headliner del tour, ci sono i portoghesi oscuri e grandiosi Moonspell, mentre la falange è completata da due band di supporto, Scar of the Sun e Lake of Tears. Insomma, ci vediamo in autunno a uno dei concerti di questo tour! Obbligatorio!
Prima dei Sabaton, scelti come headliner del quinto giorno del festival, sul palco è salito lo staff dell’organizzazione con la notizia che il festival cambierà nome, da Metal Camp a MetalDays, il che ha scatenato un’ondata di rabbia nel pubblico, che l’ha espressa con un deciso «Buuuuhhhhhh»! Sono seguiti i ringraziamenti calorosi e il saluto degli organizzatori, a cui è subentrata un’intro sparata a tutto volume, The Final Countdown, evergreen degli svedesi Europe, mentre lo spazio sotto il palco, pieno zeppo, saltava all’unisono fondendosi in un unico coro sul ritornello. Il flusso di energia, in quel momento, era semplicemente fantastico.
I Sabaton, che a maggio di quest’anno hanno pubblicato il nuovo album «Carolus Rex», hanno attraversato un grosso cambiamento! Hanno cambiato ben tre membri e sono passati da sestetto a quintetto. Con questa nuova formazione, fino all’arrivo al Metal Camp, hanno suonato una cinquantina di concerti in giro per il mondo e, come ha riassunto il cantante Joakim Broden in uno dei suoi discorsi, nemmeno un fan ha mostrato il dito medio alla band in nessuna delle date con la formazione rinnovata. Così ha rivolto anche al Metal Camp un ringraziamento e un riconoscimento speciali per tutto il sostegno e la lealtà dei fan fedeli. La posizione da headliner ha confermato che i Sabaton, anche nel 2012, restano saldamente nel mazzo delle band metal più calde e che, anche dopo il ricambio della formazione, mantengono la loro credibilità.
Dopo l’intro The March Of War la band è esplosa con l’inno d’acciaio di «The Art Of War» Ghost Division, seguito da Uprising, dal «Coat Of Arms». Già l’inizio del concerto ha confermato la febbre di quel venerdì sera, che ribolliva nel finale del quinto giorno di festival: prima si è incagliato nello spazio tra il palco e la transenna che separava il pubblico dal palco un enorme salvagente, e poco dopo si è visto un crowd surfing completo con un gommone, che a sua volta si è «arenato» nella zona sotto il palco descritta prima. Nella pausa tra Uprising e la nuova Gott Mit Uns, Broden ha parlato per la prima volta al pubblico. A un certo punto dalle prime file è volato verso il cantante un oggetto avvolto in carta lucida. Broden l’ha afferrato d’istinto e la reazione è stata più o meno questa: What the…? Kinder Milch-Schokolade?!?« La reazione ha strappato al pubblico una salva di risate… ma Broden se l’è cavata da maestro così: »This is candy for a children! On a real metal concerts ladies are throwing their panties on stage, not candies!«
Il proseguimento della marcia dei Sabaton verso le guerre ha portato a surfare sulla folla perfino un intero tendone, e la band ha tenuto altissima l’atmosfera, snocciolando un pezzo epico dopo l’altro, come Cliffs Of Gallipoli (quel brano «sfortunato» che ricorda Gutter Ballet dei Savatage), ma al tempo stesso una delle canzoni dei Sabaton più amate dai fan. C’erano poi l’ottima nuova Carolus Rex più o meno a metà concerto, e ancora The Price Of A Mile, Midway, Into The Fire, The Lion From tHe North, White Death, mentre i Sabaton hanno fatto salire il set verso un crescendo finale con i pezzi del repertorio d’acciaio Attero Dominatus, The ArtOf War, 40:1, Primo Victoria e, nel bis, la prevedibile festa chiamata Metal Crue, seguita da un altro classico richiestissimo, Panzer Battalion.
Al di là del fatto che sarebbe stato indifferente chi dei tre ultimi artisti in programma facesse da headliner del quinto giorno, i Sabaton hanno confermato un’ottima chimica di lavoro nella veste rinnovata, hanno sfruttato appieno il palco spazioso e servito un’esperienza indimenticabile alla massa incandescente sotto il palco. Se al posto della nuova Gott Mit Uns avessero suonato una delle marce nuove più forti dell’album «Carolus Rex», intitolata Kiling Ground, il trionfo sarebbe stato perfetto, ma pazienza. I Sabaton cavalcano avanti. Da dove arrivi il grande successo della band, in un’epoca in cui i più si voltano dalle forme melodiche del power metal, resta una constatazione affascinante avvolta nel mistero, ma la grandezza i Sabaton se la sono guadagnata, e più che meritata, con intransigenza e spirito di sfida.
Il secondo palco ha vissuto ancora una volta il trionfo totale degli artisti sloveni, che hanno spazzato via la concorrenza straniera. Già il set pomeridiano dei Metalsteel ha mostrato che questa band starebbe senza problemi sul main stage al posto di una qualsiasi delle prime tre formazioni dell’ultimo giorno, e lo stesso vale per l’esibizione dei Negligence in serata, mentre gli headliner del secondo palco, Noctiferia, hanno incoronato in pieno la supremazia delle band slovene del quinto giorno.
Si è chiuso così l’ultimo Metal Camp. D’ora in poi avremo il MetalDays. Stesse dimensioni, cioè un nome grosso in cartellone e un festival della stessa durata. Speriamo che la location resti alla confluenza di Tolminka e Soča, il paradiso festivaliero d’Europa, dove metallari accaniti accorrono da ogni angolo del continente. Soprattutto, speriamo che organizzatori e abitanti del posto trovino un consenso solido, basato sulla sopravvivenza a lungo termine di questo evento, importantissimo, che contribuisce in modo rilevante al battito culturale e artistico della Repubblica di Slovenia, allarga il prestigio e la visibilità del paese anche a livello internazionale, porta profitto agli abitanti del comune di Tolmin e, con un po’ di inventiva, ne può portare ancora di più, e che non è assolutamente una maledizione da cui scappare.
L’esistenza del festival nella zona di Tolmin, con questo o un altro nome in futuro, è un test per capire se noi sloveni siamo capaci di trasferire la percezione e il rapporto che il mondo occidentale ha con la cultura metal e la creatività musicale, per cui è una cosa del tutto normale, come respirare aria. Il mondo occidentale coltiva da più di tre decenni con la cultura metal e la creatività musicale un rapporto di convivenza da cui entrambe le parti traggono profitto. Siamo abbastanza maturi e di larghe vedute, come società, o per noi resterà ancora l’essenza della domenica passata ad andare a messa e/o nei templi dello shopping (imposti dai tempi moderni)?
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik & Jerneja Jerak (Noctiferia)























































































































