Made in England
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Atomic Rooster
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1972
Durata: 44:23
Voto: 3.5/5
Quando uscì il loro quarto album in studio, »Made in England«, i leggendari innovatori britannici del prog rock pesante avevano cambiato faccia da cima a fondo. Dopo il successo commerciale del singolo »Devil’s Answer«, il leggendario tastierista Vincent Crane (1943-1989) voleva a tutti i costi portare la band verso un suono più commerciale, con cui conquistare anche le classifiche americane. Il risultato: il chitarrista/cantante John Du Cann e il batterista Paul Hammond se ne andarono, perché i piani di quell’organista e pianista, tormentato da una subdola malattia dell’anima, non facevano per loro.
La formazione che incise »Made in England« era, Crane a parte, completamente diversa da quella del predecessore »In Hearing of Atomic Rooster« (1971). Per primo accettò l’invito di Crane il cantante di culto Chris Farlowe (Colosseum): con il suo approccio vocale così particolare, tonante ed elastico, tutt’altro che privo di erotismo, ha spalancato le finestre del suono della band e l’ha trascinata in acque soul, funk e blues, tanto che del prog rock tutto muscoli che aveva segnato i primi tre album degli Atomic Rooster non è rimasto praticamente nulla, a parte qualche ‘lampo’ qua e là.
Steve Bolton (che in seguito avrebbe collaborato come musicista occasionale con Paul Young e The Who), subentrato a Du Cann alla chitarra, e Ric Parnell, che ha preso il posto di Hammond dietro le pelli (più tardi sarebbe entrato nei Nova, band italiana di prog rock/jazz fusion, e avrebbe interpretato lo sfortunato Mick Shrimpton nel film e nei due dischi degli Spinal Tap), si sono fusi alla perfezione con la visione di Crane: un nuovo suono ‘americano’ per i ‘galli atomici’, tutto incentrato su funk e soul. Un dettaglio curioso e un po’ ironico: Parnell era arrivato negli Atomic Rooster già nel 1970, come sostituto del batterista originale Carl Palmer (ELP, Asia), ma in band era durato appena due mesi, prima di lasciare il posto a Paul Hammond.
Le prime edizioni in LP di »Made in England« erano avvolte in una speciale copertina di pelle blu, mentre quelle successive uscirono con la copertina standard, dove campeggia un gallo meccanico. Un po’ strano, soprattutto vista la svolta più commerciale, è che Crane non abbia rinunciato del tutto ai testi occulti, come si sente in »All In Satan’s Name« e »Satan’s Wheel«. Già l’opener »Time Take My Life«, con i suoi arrangiamenti di fiati travolgenti e un uso innovativo del sintetizzatore ARP, dà un’ottima idea dei nuovi Atomic Rooster funk e soul. Con la sua estensione vocale eccezionale, Farlowe dimostra fin dal primo secondo di essere sempre stato un cantante fantastico. Oltre alle solite prodezze fenomenali di Crane all’organo Hammond, che stavolta purtroppo non abbondano, è proprio lui a salvare il disco dal sembrare nel complesso del tutto mediocre. Nei colpi dinamici di Parnell sui piatti si sente che dietro le pelli c’è un batterista con un pedigree jazz.
In un altro ibrido soul-funk, »Stand By Me«, uscito anche come singolo, a Farlowe si uniscono nelle armonie vocali di accompagnamento le cantanti Doris Troy (1937-2004) e Liza Strike: tra arrangiamenti di piano pieni di temperamento e sassofoni creati al sintetizzatore, lo aiutano a evocare un’atmosfera parecchio erotica, come di solito capita in esperimenti vocali di questo tipo. »Little Bit Of Inner Air« è uno standard funk a ritmo rallentato in cui l’iniziativa vocale la prende nientemeno che il batterista Parnell, che con quel timbro rauco e affumicato se la cava in questo compito insolito in modo sorprendentemente dignitoso. Le percussioni ramificate aiutano a costruire un telaio ritmico funky, mentre gli arrangiamenti di piano questa volta finiscono sorprendentemente sullo sfondo.
»Don’t Know What Went Wrong« è un altro pezzo ‘americanizzato’, con linee di chitarra spiritose e un pianoforte da ‘bar’, dove ancora una volta brilla la voce soul indomabile di Farlowe. È davvero incredibile come il gran maestro dell’organo Crane, nella maggior parte dei brani di »Made in England«, centellini i capolavori all’Hammond e preferisca ‘nascondersi’ al sicuro dietro il pianoforte, finendo spesso eclissato sia dalla voce di Farlowe sia dai passaggi di chitarra blues di Bolton. »Never To Lose« è un ibrido a ritmo lento tra funk e blues che, per non restare nella grigia mediocrità, deve dire grazie solo all’ottima prova di un cantante che si spacca il cuore in ogni nota, unto di salsa.
»Breathless«, un collage funk piuttosto complesso, non potrebbe essere più lontano dall’approccio sonoro hard prog rock degli Atomic Rooster di prima, anche se è proprio qui che i singoli strumentisti mostrano finalmente, per la prima volta nel disco, che razza di talenti inestimabili (si potrebbe dire perduti) fossero. Bolton mette in scena ancora qualche energico passaggio di chitarra blues, mentre Crane dimostra per tutto il tempo di non essere meno abile al piano che all’organo. Peccato che il tutto ricordi più la colonna sonora del cult Shaft che gli Atomic Rooster dei primi tre album. »Space Cowboy« è, come dice già il titolo, un pezzo spassoso, con un ritmo blues rock scatenato e passaggi di chitarra infuriati, in cui Farlowe si cala con grande trasporto nei panni del ‘cowboy spaziale’, mentre il piano da ‘bar’ di Crane costruisce con successo l’atmosfera di un saloon ‘in mezzo al selvaggio West spaziale’.
»People You Can’t Trust« è un funk rocker nella media, dal ritmo lento e con un ritornello ‘soul’ commerciale, ancora una volta con l’aiuto delle due cantanti. Dopo tanto tempo Crane si ritrova finalmente davanti all’organo Hammond, ma negli assoli continua a preferire il piano. Con un classico come »All In Satan’s Name«, scritto dal batterista Parnell, già dal titolo e dal testo il fan medio degli Atomic Rooster si aspetterebbe che i membri della band si sveglino finalmente dal ‘sogno americano’, ed è esattamente quello che succede: è un pezzo più incisivo e cupo, più ambient, rispetto alla maggior parte di quelli di »Made in England«, ed è quello che si avvicina di più agli esperimenti hard rock del passato. Crane finalmente si fa coraggio e si lancia in un assolo da leccarsi i baffi sull’Hammond, mentre Bolton dimostra con successo la sua versatilità alla chitarra. Non serve nemmeno dire che Farlowe è di nuovo eccellente nello strapparsi il cuore con la voce. Il brano finale, »Close Your Eyes«, che poggia su una giocosa melodia di piano e di nuovo sulle linee vocali di accompagnamento femminili, segna un solido ritorno sul terreno del funk rock.
In alcune edizioni in CD ci sono, come bonus track, »Goodbye Planet Earth« e »Satan’s Wheel«. »Goodbye Planet Earth« è un funk rocker quasi stereotipato, in cui la cosa più interessante è il testo di satira sociale, reso dalla potente interpretazione vocale di Farlowe. »Satan’s Wheel«, che risveglia il ricordo dei vecchi occultismi lirici di questa leggendaria band, è una composizione di Farlowe e di conseguenza ha un’impronta funk, ma resta comunque un pezzo interessante, con un ritornello energico e numerose improvvisazioni al piano.
»Made in England« è tutto fuorché un classico album degli Atomic Rooster: grazie soprattutto alla voce ‘erotomane’ e indomabile di Farlowe segna una svolta totale verso funk e soul e dice addio al prog rock tutto muscoli che li aveva resi famosi nei primi tre lavori in studio. Nonostante questo, e nonostante ancora oggi non faccia felici i fan tradizionali della band, è comunque un documento in studio del tutto solido, in cui brillano tanti talenti musicali spesso trascurati. Con una macchina promozionale un po’ più solida alle spalle avrebbe di certo scompigliato per bene le classifiche dell’epoca nell’Europa occidentale, settentrionale e centrale, ma Crane, come per gran parte della sua breve vita, ebbe sfortuna, e il disco si schiantò commercialmente prima ancora di raggiungere le tanto agognate onde delle radio americane.
Formazione
Vincent Crane – organo Hammond, piano, sintetizzatore ARP
Chris Farlowe – voce
Steve Bolton – chitarra
Ric Parnell – batteria, percussioni, voce in “Little Bit of Inner Air”
MUSICISTI OSPITI:
Bill Smith – basso in “Stand by Me”
Doris Troy e Liza Strike – cori in “Stand by Me” e “People You Can’t Trust”
Produzione
Vincent Crane
Tracklist
1. Time Take My Life
2. Stand by Me
3. Little Bit of Inner Air
4. Don’t Know What Went Wrong
5. Never to Lose
6. Breathless
7. Space Cowboy
8. People You Can’t Trust
9. All in Satan’s Name
10. Close Your Eyes