Marillion in stato di grazia nel cuore di un teatro antico (2016)
Location: Verona / Teatro Romano / Italia
Data: sabato, 10.09.2016
Verona, una delle città più pittoresche d’Italia, con una storia straordinariamente ricca e un centro storico conservato alla perfezione che ancora oggi attira frotte di turisti da tutto il mondo, ha ospitato nel ventre dell’antico teatro romano, il Teatro Romano, la leggendaria band inglese Marillion: per alcuni gli eroi del rock (neo)progressivo, per altri il segreto musicale britannico più gelosamente custodito, che continua a sfornare ottimi album in studio. Nel tour in corso i Marillion hanno già iniziato a presentare il loro nuovo album »F*** Everyone and Run«, o meglio (in versione abbreviata) »F.E.A.R.«. Già prima dell’arrivo dei veterani dell’art rock sapevamo che quella sera sarebbe stata speciale, perché un’ambientazione migliore di un antico teatro romano è praticamente impossibile da immaginare.
I Marillion sono saliti sul palco senza il carismatico cantante Steve ‘Mr. H’ Hogarth e hanno aperto con la classica »The Invisible Man« da »Marbles« (2004). Nonostante sia un pezzo eccellente, non è stata una vera sorpresa, visto che con questa hanno aperto i concerti anche in tantissime altre date negli ultimi dodici anni. Quando è arrivato il momento della prima strofa, Hogarth è comparso prima solo nelle proiezioni sul palco, poi è finalmente avanzato davanti al suo fedele pubblico. Anche stavolta si era conciato da cupo e tetro ‘uomo invisibile’ del feroce testo di critica sociale. Va detto che Hogarth è stato in splendida forma vocale per tutta la serata, anche se c’è il fondato sospetto che stavolta abbia dato un’occhiata un po’ troppo a fondo al bicchierino, visto che ben due volte ha dimenticato l’attacco del testo. La prima volta gli è capitato subito prima di »Sounds That Can’t Be Made« dall’omonimo capolavoro in studio, dove all’inizio ha improvvisato a metà tra lo scherzo e il canto e ha cercato di cavarsela con un po’ di umorismo. Alla fine è riuscito a ritrovare le ‘parole’ giuste e a riagganciarsi al resto della band. Un problema simile si è ripresentato a chiusura della parte principale del set con »Neverland«, che dopo un breve scivolone iniziale hanno dovuto ripartire da capo.
Per il resto, questi sono stati gli unici due ‘incidenti’, ammesso che si possano chiamare così, in tutta la serata, perché i maestri inglesi ci hanno entusiasmato con una scaletta fantastica, un suono fenomenale e un’esecuzione praticamente impeccabile di tanti gioielli della loro variegata carriera. Inoltre ‘H’ ha fatto perdonare entrambe le sbavature con un cantato eccellente, anche in alcuni pezzi vocalmente tutt’altro che semplici. Al canto ha avuto un ottimo supporto nel bassista Pete Trewavas, che come al solito si è occupato dei cori. Un po’ di aiuto vocale è arrivato anche dal tastierista Mark Kelly, che ha vegliato per tutto il tempo con zelo sul suo regno di tastiere e dimostra molti meno anni di quelli che ha davvero. Il batterista Ian Mosley, nonostante l’età rispettabile, è ancora incredibilmente vivace, preciso ed elastico, mentre l’unico membro originale, il chitarrista Steve Rothery, ha ancora una volta confermato il suo status di uno dei chitarristi rock più raffinati (e purtroppo ingiustamente trascurati). Molti dei suoi assoli hanno una forza quasi trascendentale e sono tra i fattori chiave di quell’atmosfera straordinaria che solo i Marillion sanno creare dal vivo.
L’indomabile quintetto di Aylesbury ha suonato in modo incredibilmente carico e rilassato standard provenienti da quasi tutti i capitoli della loro variegata discografia (hanno saltato solo la fine degli anni Ottanta e la chiusura dei Novanta). Dal nuovo album hanno eseguito »The New Kings«, un pezzo di oltre sedici minuti che è tra le loro cose più di critica sociale in assoluto, visto che nel testo se la prendono duramente con gli yuppie rapaci di oggi e con il loro sempre più rapido massacro della società umana e del pianeta Terra. Per »The New Kings« vanno fatti i complimenti anche all’ottima proiezione video sul palco, con attori che hanno messo in scena in modo intenso il messaggio centrale del testo straordinario. Anche dal cult concept album »Brave« (1994) i Marillion hanno suonato tre pezzi cult, cioè »The Great Escape«, »Wave« e »Mad«. Tra le principali sorprese della parte principale del set ci sono state »Fantastic Place«, una vera delizia da »Marbles«, la vocalmente impegnativissima »Afraid of Sunlight« dall’album omonimo, la classica di »Anoraknophobia« (2001) »Quartz«, piena zeppa di effetti, e »King«, evergreen di »Afraid of Sunligt« (1995). Quest’ultima non la suonavano da un bel po’, e durante le immagini di noti musicisti e attori scomparsi il pubblico ha reagito nel modo più fragoroso quando nel video sono apparsi Lemmy e Robin Williams.
I Marillion hanno chiuso la parte principale del loro show con la già citata »Neverland«, che, nonostante il breve intoppo iniziale e la ripartenza, alla fine è venuta fuori perfetta. Nei bis i Marillion sono tornati con il loro unico grande successo »Kayleigh« agli anni Ottanta, dritti nella cosiddetta era Fish. Quest’ultima Hogarth l’aveva paragonata, in una vecchia intervista del 2000, a una macina al collo da cui i Marillion non riescono a liberarsi perché al suo arrivo non hanno deciso di cambiare nome. Ora probabilmente ha cambiato parecchio idea, visto che i concerti più recenti non passano quasi più senza almeno un breve omaggio alla loro fase ancora oggi più celebre.
È stato proprio divertente vedere gli addetti alla sicurezza italiani rincorrere Hogarth come zanzare fastidiose quando lui è saltato giù dal palco e ha iniziato a passeggiare tra il pubblico infiammato. Anche se gli addetti alla sicurezza gli erano più d’intralcio che d’aiuto, Mr. H non si è lasciato scomporre e ha cantato il più amato evergreen dei Marillion come si deve (quando al microfono, ovviamente, non c’è Mr. Fish). Dopo »Kayleigh« è seguito, come previsto, l’immancabile compagna »Lavender«, mentre praticamente nessuno in mezzo al pubblico si aspettava il passaggio a una versione accorciata di »Bitter Suite« (hanno suonato solo la terza sezione, intitolata »Blue Angel«) e poi dritti dritti a »Heart of Lothian«, vincente catalizzatore di energia da »Misplaced Childhood« (1985). Hogarth ha cantato con sicurezza, a modo suo, i classici del periodo ‘romantico’, neo-prog, anche se, per via dei testi molto personali e della natura di questi pezzi, fa sempre un certo effetto sentirli cantati da qualcuno che non sia il suo non meno carismatico predecessore.
Il secondo bis ha portato una sorpresa piccola e una più grande. L’album »This Strange Engine« (1997) è spesso considerato uno dei loro più trascurati, quindi è stato bello sentire »Estonia«, che tra i fan è considerata il pezzo più amato del disco e che i Marillion, in quanto tale, hanno suonato dal vivo piuttosto spesso nei tour passati. La tragica storia del naufragio della nave Estonia ha comunque colpito ancora una volta nel profondo. Ci hanno sorpreso molto di più con l’esecuzione della title track di oltre quindici minuti, cioè »This Strange Engine«, con cui hanno chiuso in modo epico il loro fantastico show a Verona. Ancora una volta, per l’ultima volta quella sera, sono riusciti a far cadere il pubblico in una trance ambientale, e all’uscita di scena sono stati premiati con ovazioni fragorose dai fedeli seguaci.
I Marillion suonano con la stessa formazione da ventisette anni, e davanti a un dato simile è difficile ricordare un altro gruppo che possa vantare un traguardo altrettanto eccezionale. L’invidiabile alchimia che regna sul palco tra i membri della band è letteralmente impressionante, e a volte sembra che potrebbero suonare anche il pezzo più impegnativo del loro catalogo nelle circostanze più impossibili. Anche se hanno raggiunto i loro maggiori successi già a metà degli anni Ottanta e anche se la maggior parte dei media d’oltremanica continua ostinatamente a ignorarli, a ogni passo si vede che tutti i membri hanno ancora una motivazione e una scintilla creativa eccezionali, e per questo si godono un mondo ogni esecuzione. Il loro show a Verona è stato uno di quegli spettacoli art rock che lasciano un segno forte ancora a lungo dopo la fine, e stavolta ad aiutare i Marillion c’è stata di sicuro anche l’ambientazione straordinaria, da antica Roma, che non si vive proprio a ogni concerto.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Setlist:
1. The Invisible Man
2. Power
3. The Great Escape
4. Fantastic Place
5. Sounds That Can’t Be Made
6. The New Kings
(I.) Fuck Everyone And Run
(II.) Russia’s Locked Doors
(III.) A Scary Sky
(IV.) Why Is Nothing Ever True?
7. Wave
8. Mad
9. Afraid of Sunlight
10. Quartz
11. King
12. Neverland
—bis I.—
13. Kayleigh
14. Lavender
15. Bitter Suite (III. Blue Angel)
16. Heart of Lothian
—bis II.—
17. Estonia
18. This Strange Engine






















