Lo sbarco della macchina del tempo e di tre extraterrestri dal pianeta Rush (2011)

0 47

Luogo: Francoforte sul Meno / Festhalle / Germania
Data: domenica, 29.05.2011


Non capita tutti i giorni che i Rush si facciano vedere in Europa. Sono una di quelle band leggendarie che non possono e non sanno invecchiare. Oltre a un repertorio eccezionale, fatto di creatività pregiata e di artigianato musicale unico, è una formazione che da sempre si porta dietro anche uno straordinario senso per una raffinata dose di divertimento, di sana e voluta presa in giro, spesso a spese proprie. Anche se i ragazzi sono entrati bene bene nel sesto decennio di vita, mantengono un’energia giovanilissima e una carica inarrestabile.

Un concerto dei Rush è un’esperienza a parte. Dura tre ore e mezza. Costruito in due parti con una pausa di 15 minuti in mezzo. In più è condito con cortometraggi dal contenuto spassoso, dove i ruoli principali sono divisi proprio tra Neil Peart, Geddy Lee e Alex Lifeson. Insomma, un concerto dei Rush è un evento che ti scuote e ti risveglia per bene, da dentro a fuori e viceversa. Ti porta in un mondo Rush tutto suo, dove resteresti volentieri e da cui non vuoi più svegliarti, mai più.

Il nuovo tour mondiale si chiama “Time Machine”! Nel vecchio continente europeo (isole britanniche escluse) stavolta i ragazzi sono scesi solo poche volte. Hanno toccato solo qualche data in Scandinavia e messo in cartellone una sola vera data europea, annunciata per il 29.05.2011, nella tedesca Francoforte, a una buona distanza di 800 km da Lubiana. Non c’è stato bisogno di pensarci a lungo, la forza di volontà stavolta era devastante nella voglia di raggiungere l’obiettivo. Se questi ragazzi promettono di suonare dal vivo l’intero album “Moving Pictures”, un classico che l’anno scorso ha festeggiato il 30° anniversario della “nascita”, andare a un concerto dei Rush diventa semplicemente  una necessità assoluta.

I Rush sono dei grandi signori, ma allo stesso tempo (e per fortuna) non nascondono affatto il loro carattere sempre simpaticamente infantile. Un evento come un concerto dei Rush è un’avventura indimenticabile, un’esperienza fatta di un continuo intreccio di sensazioni intense, create dal contrasto tra performance eccezionale, scenografie, giochi di luce e la sfacciataggine dell’animazione cinematografica. I tanti stati d’animo  messi in fila durante l’esibizione della band, sono straordinari nella loro apparente realtà!

La Festhalle di Francoforte, che ospita poco meno di 20.000 persone, era sold out da un pezzo. Il concerto era annunciato per le 18.30 e circa un’ora prima il posto ribolliva già. Quando lo staff del promoter locale è venuto a togliere la prima transenna, si è sentito un urlo euforico di una massa felicissima di migliaia di persone, che si è riversata giù per le larghe scalinate che portano all’ampia spianata di cemento davanti all’ingresso principale della sala. In un attimo è scoppiato il finimondo e la frenesia da adrenalina, come la impone la parola “Rush”, ha invaso la zona. Ma lì li ha fermati una seconda transenna. Ancora un po’ di pazienza.

Sono le cinque e mezza del pomeriggio, anzi le cinque e tre quarti. La gente si accalca davanti all’unico stand del merch in tutta la venue e non si muove niente. No. Mi sono dimenticato della maglietta. Non devo perdere nemmeno un secondo, le tribune chiamano! Sala piena fino all’ultimo angolino, di sicuro 18.000 persone, un’affluenza ancora maggiore del giorno prima al concerto degli Iron Maiden (nello stesso posto), anche se entrambi i concerti erano ufficialmente sold out. Stavolta anche le tribune dietro erano piene zeppe. E gente da ogni angolo del mondo. Da un sacco di polacchi, italiani, spagnoli, una manciata di sloveni tutti d’un pezzo, fino ai visitatori asiatici, perfino dal Cile, dagli USA e dalla Gran Bretagna.

Puntualissimi! Sono le sei e mezza, la sala si oscura e tutti gli occhi sono puntati su un breve film di contagioso umorismo Rush, che mette in scena, nell’ipotetica vita in una lontana galassia di Willowdale – “potrebbe succedere” – il grasso e fulminato professor Schlobowitz (Alex Lifeson), che inventa una macchina del tempo! Stavolta molte cose girano intorno alle salsicce. In tutte le inquadrature del concerto e non solo nel corto, dove il vorace Schlobowitz quasi si strozza con una salsiccia. Segue la dimostrazione dell’apparecchio davanti agli occhi del poliziotto irlandese O’Malley (Neil Peart) e di un oste coi baffi (Geddy Lee) con tanto di monocolo. Per gli esperimenti scelgono la band Rash e il suo brano The Spirit Of Radio in una versione polka finno-russa, poi in una versione “disco Amanda Lear late seventies” e in una versione “jazzy funk” pigra e ondeggiante. Nessuna di esse accontenta nessuno dei presenti, finché il grasso inventore, sul marchingegno miracoloso, non lancia un ultimo suono “super dooper”, preme per sbaglio anche il bottone rosso e questo ci porta fuori dalla galassia e dal locale Gershon Rock, dritti nella Festhalle e a Francoforte, dove irrompono con la vera The Spirit Of Radio (“Permanent Waves”, 1980), i veri Rush.

Difficile descrivere che reazione a catena abbia investito la sala in quei momenti. Un mare di mani in aria sotto la tribuna, il parterre fino a metà completamente impazzito,…. Euforia ovunque. Il classico colpo d’apertura del trio viene accompagnato, tra stroboscopiche luci blasfeme, anche dal salto di Geddy con le sue nuove All Star, e la band senza pause si getta nella prima vera chicca di una scaletta eccezionale, Time Stand Still dal classico album “Hold Your Fire” (1987). I pezzi di questo album non sono proprio frequenti, e Time Stand Still ci ha sparati quasi dritti nelle sensazioni del live album “A Show Of Hands”. Qui nel ritornello è subentrato come aiutante ai sintetizzatori Alex Lifeson (col plettro in bocca, ovviamente), mentre i singoli accordi hanno il vero pedigree del suonare tramite sintetizzatori per chitarra. Il flusso di energia positiva era appena partito bene  nella sala, ed ecco già un’altra sorpresa. La title track dell’album “Presto” (1989). Alex prende in mano una Gibson Les Paul rosso amarena e apre il pezzo in maniera acustica. Qui Alex si è di nuovo fatto una bella passeggiata tra i pedali, e il brano ha portato a Geddy un po’ di sollievo per quanto riguarda lo sforzo delle corde vocali.

Sotto il palco una telecamera, nel parterre telecamere, sul palco microfoni giganti puntati verso il pubblico. Cosa mai potrà essere? I Rush stanno registrando il concerto. Probabilmente registrano tutti i concerti di questo tour, quindi possiamo aspettarci l’uscita di un nuovo DVD da questo giro.

Sul palco, a sinistra e a destra della fortezza di batteria di Peart, si trova l’apparecchio con la replica della macchina del tempo. Un classico. Nel tour di “Snakes And Arrows” il palco era decorato da cataste di forni per polli, in quello di “Vapour Trails” da lavatrici. La batteria di Peart era dotata di scritte legate all’attuale tour “Time Machine”, e di conseguenza anche il suo copricapo.

Interessante la scelta del repertorio, in cui si alternavano brani più veloci e incisivi ad altri dove serve un suono più sofisticato e multisfaccettato. Così a Presto è seguita la martellante Stick It Out, e dopo di lei la più ricca di suoni e melodie Working Them Angels dall’attuale album “Snakes And Arrows” (2007). Poco dopo si torna a “Counterparts” con l’unico strumentale classico dei Rush Leave That Thing Alone, che ha portato un nuovo splendido arricchimento della scaletta. Percezione eccezionale sul palco, solida, a fuoco, a tutta rincorsa, dosaggio stupendo del brano con le escursioni bombastiche dei passaggi di batteria di Neil Peart. Non sbagliano. Nemmeno per sogno.

Geddy non è più così in alto di voce come una volta. Per questo a tratti ha fatto attenzione a non sprecare energie. Nell’iniziale The  Spirit Of Radio ha adattato un po’ la linea vocale a un registro più basso nel ritornello. Un altro momento del genere è stato il brano Closer To The Heart nella seconda parte del concerto (di nuovo il ritornello). Per il resto però ha fatto crescere la voce. Nel finale della prima parte Geddy è stato eccellente soprattutto in Marathon e Subdivisions, mentre in tutta la seconda parte ha cantato magistralmente l’album “Moving Pictures”. Nella prima parte è arrivato il momento anche per un pezzo nuovissimo, BU2B (secondo Geddy: I was Brought up to Believe”), che è stato tra i momenti più rumorosi del concerto, visto che si apre con una frase di chitarra solista di Alex Lifeson quasi metallizzata. Senza Freewill ovviamente non si può, e il vero “crescendo” finale dell’era dei sintetizzatori del repertorio Rush ha inondato la sala quando sono arrivate una dopo l’altra Marathon (“Power Windows”, 1985) e Subdivisions (“Signals”, 1982). Qui Geddy assume un triplo ruolo, unendo in uno le funzioni di tastierista, bassista e cantante. La differenza sta ovviamente nell’uso dei suoni: ottima Marathon, dove nella sala esplode un tuono sul verso “…shot of the gun…”, seguita da Subdivisions, dove Geddy funziona in modo simile a Tom Sawyer e il suono guida è la ripresa del timbro dei primitivi sintetizzatori apparsi alla fine degli anni settanta (marca Oberheim). in combinazione con il moog. Allo stesso tempo Geddy suona ovviamente le linee di basso con l’uso dei pedali. Fantastico. La parte strumentale centrale di Marathon toglie di nuovo il fiato, manifesto dell’ottima armonia tra tutti e tre i componenti sul palco. In Marathon Lifeson usa una chitarra Gibson Les Paul con leva del tremolo integrata. Tra alcuni splendidi rolling ben costruiti di Neil Peart risuona l’ultima nota della prima parte del concerto, e i Rush salutano il pubblico per un buon quarto d’ora.

Sullo schermo per le videoproiezioni nel frattempo appare un contatore che conta gli anni dal 1974 verso il 1980. Quando compare in scena il numero 1980, si apre la seconda parte del concerto. Un film. Di nuovo risate a pieni polmoni, con Geddy Lee (il regista Cecil), Neil Peart (l’operatore Percy) e Alex Lifeson (il manager Ray Danniels) che si alternano nei ruoli principali. Tutto ruota di nuovo attorno a un’invenzione, e alcune conversazioni strappano lacrime di risate (Geddy ad Alex:  “Che affascinante ciuffo hai accanto al naso, posso pettinartelo?”).

Segue l’esecuzione dell’album “Moving Pictures”! Per intero. Vocalmente curato alla grande! Ovviamente la sala esplode in euforia quando il trio attacca Tom Sawyer. Il culmine dell’esecuzione dell’album “Moving Pictures” è ovviamente il brano più complesso, Camera Eye, Witch Hunt è tagliata con un riff metal arruffato, tanto che la sala sembra lampeggiare, in chiusura suona piacevolissima Vital Signs – brano mezzo reggae con un ritornello dall’ottimo effetto drammatico e malinconico! YYZ spicca in questa sequenza come la stranezza tra tutte le stranezze dei Rush e il pubblico sostiene con un boato ogni nota di questo celebre strumentale “S.O.S.” della band.

La chiusura della seconda parte è interessantissima. Segue una nuova Caravan, poi un assolo di batteria chiamato “Love For Sale”, che già di per sé è uno dei culmini del concerto. Se c’è un assolo di batteria giustificabile ai concerti, è sicuramente quello di Neil Peart. È un assolo che non ti stanchi mai di guardare e ascoltare e dove non hai la sensazione che qualcuno ti stia rubando il tempo. La batteria è girevole. Neil durante il pezzo si sposta da una parte all’altra mentre assolo, perché da un lato ha le percussioni impilate, dall’altro la batteria classica. Ovviamente non è mancato nemmeno un uso massiccio della marimba.

Finalmente qualcosa anche per i palati fini dei Rush anni settanta. Ecco Closer To The Heart e dopo di lei le prime due parti di Overture 2112, che continuano a infiammare il pubblico. Interessante la scelta di chiudere con la più recente Far Cry, dove non mancano gli effetti pirotecnici.

Il bis obbligato sorprende con La Villa Strangiato, dove però Alex non si concede lo sketch noto dall’edizione live “Rush In Rio” (2003), quando presenta Neil come “on skins Mr. Milton Banana” e Geddy come: “The guy from Ipanema” e chiude lo sketch con la battuta: “I hate Getz!”. Peccato che i Rush non l’abbiano condito così anche a Francoforte. La band affronta il pezzo di nuovo in modo del tutto diverso da come siamo abituati e qui ancora una volta affascina quella magica chimica da palco del trio, incarnata da un’esecuzione eccezionale di questo ottimo, ma piuttosto impegnativo strumentale. E per finire? Working Man. Ma con un’introduzione reggae spassosa. Un diversivo gradito soprattutto per una band che di sicuro è stufa di suonare questo pezzo sui palchi per tutta la sua lunga carriera.

Il gioco di luci è un ulteriore parametro che crea l’ipnosi dei concerti dei Rush. Oltre alla ricca animazione cinematografica, dove i Rush uniscono un elemento shock sofisticato con un innato senso del sano umorismo, chi è lì sotto si prende un cannoneggiamento continuo di una tavolozza multicolore di fasci di riflettori, laser ed effetti pirotecnici.

Sono le dieci! Il concerto è finito. Sullo schermo compare una parodia della commedia “I Love You, Man” e di quel che succede nel backstage dopo un concerto dei Rush, quando Jason Segel e Paul Rudd, i più grandi fan dei Rush nella storia del pianeta Terra, incontrano finalmente il loro “trio fantastikus” (Rush). Si infilano nel backstage con falsi pass “Access All Areas” (“validi” per tre stagioni) e tra le altre cose rovinano il panino a Neil Peart.

Insomma. Anche quando finiscono il concerto, non ti lasciano respirare. E questo è tutto. Il mondo Rush è una vera fascinazione, un mondo musicale che ti incatena a sé con la sua essenza e non ti lascia uscire dal grembo di un torpore ipnotico. È una sensazione che vorresti durasse. Quando alla fine si accendono le luci, questa sensazione rimane. E quando esci dalla sala, è con te. È con te anche il giorno dopo,…

Il tour “Time Machine” continua nell’estate, e quest’autunno esce il nuovo album in studio della band, intitolato “Clockwork Angels”. Speriamo che i Rush tornino presto in Europa con un nuovo tour per promuovere il nuovo album in studio. Un concerto dei Rush mantiene quindi il pedigree di grande attrazione e sinonimo di grande spettacolo dal vivo. Se volete che la musica sul palco tocchi il pezzetto più profondo della vostra anima, l’unica vera cura è andare a un concerto dei Rush e godervi il magico mondo della musica dei Rush. Tre ore e mezza di show fuori dal comune di una band canadese dai numeri modesti (un trio), intrisa di un senso di prim’ordine per il sano divertimento rock n’ roll. L’incarnazione del puro perfezionismo musicale sul palco!

autore: Aleš Podbrežnik


Scaletta:
1.The Spirit of Radio
2.Time Stand Still
3.Presto
4.Stick It Out
5.Workin’ Them Angels
6.Leave That Thing Alone
7.Faithless
8.BU2B
9.Freewill
10.Marathon
11.Subdivisions
—seconda parte—
12.Tom Sawyer
13.Red Barchetta
14.YYZ
15.Limelight
16.The Camera Eye
17.Witch Hunt
18.Vital Signs
19.Caravan
20.Drum Solo
21.Closer to the Heart
22.2112 Part I: Overture
23.2112 Part II: The Temples Of Syrinx
24.Far Cry
—bis—
25.La Villa Strangiato
26.Working Man


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie