Kekec, il progetto d’autore di Edward Clug e dei Katalena
Etichetta: Pivec
Data di uscita: 01.12.2018
Produzione: Žiga Rezar, Jernej Kržič, Luka Osmani
Durata: 42.05 min
Genere: Folk / Jazz / Blues / Aternative Rock
Voto: 9.5 / 10
I centenari sono una rogna. Stavolta il giubileo ha coinciso anche con quello del balletto sloveno e dello SNG Maribor. E dato che il direttore dello SNG Maribor, nonché coreografo, Edward Clug, ha scoperto con gioia che si compiono anche cent’anni dalla pubblicazione della novella »Kekec na hudi poti« di Josip Vandot, gli è venuta l’idea di mettere in musica uno spettacolo di balletto su una delle avventure di Kekec. Quindi musicare un balletto su Kekec? E ti rivolgi a Boštjan Narat. Così adatti la novella, e con lei anche i personaggi principali, e le dai una dose moderna di rock and roll. Nel caso dei Katalena, quel miscuglio artisticamente autoctono »folk blues jazz alter rock«. Un pasticcio geniale, no? Ma con calma. In ogni caso mantieni il carattere popolare dell’origine geografica slovena, e Kekec risuona anche in questa regia, purosangue sloveno, in ogni singolo secondo. Katalena e Clug avevano già collaborato in modo simile in passato, quando si erano misurati con la storia dell’uomo delle acque.
I Katalena sono dei diavoli. Il gruppo dà un bel da fare alla critica musicale con le sue imprese artistiche. In senso positivo. Spiazza e sorprende. Di continuo. Anche stavolta, scrivendo, non vorrei »incartarmi« nella trappola della complicazione, o forse sì… Ci siamo già dentro.
Delle tre »versioni di Kekec« di Vandot hanno quindi scelto la novella in cui compare, come uno dei personaggi centrali, Pehta. Hanno cioè scelto »Kekec na volčji sledi«, uscita nel 1922. I Katalena, come squadra, in sfide di questo tipo sono semplicemente di casa. Non serve strombazzarlo, soprattutto quando c’è da tirare fuori ironia, lucidità e anche una dose di infantilità, accompagnata sempre da una natura giocosa e accessibile nel creare musica (e poesia), con cui i Katalena, con la loro »santa semplicità di talenti innati«, bussano con leggerezza di penna anche al cuore dei più piccoli tra ascoltatori e spettatori. Lo abbiamo sperimentato non molto tempo fa con le attività del gruppo ai tempi dell’uscita dell’album »Enci benci Katalenci« (2015) – recensione di RockLine QUI. Anche se l’album, con il suo concept di mettere in musica le filastrocche per bambini, è lontano mille miglia dalla novella su Kekec, i due concept sono legati soprattutto dalla fantasia infantile. Allo stesso tempo la portata artistica del gruppo è così forte e onnipresente che ogni lavoro della band, pur bussando alla porta degli ascoltatori più giovani, è al tempo stesso attuale per chiunque sia anche solo un po’ attratto dalla musica eclettica.
Con la musica, l’adattamento e l’interpretazione scenica dell’album »Enci benci Katalenci« la band si è avvicinata soprattutto agli ascoltatori più piccoli. Kekec e la messa in musica del balletto per bambini è una storia diversa e nuova, eppure porta con sé qualche parallelo. Non solo i Katalena hanno usato per il brano Bam Bam una versione un po’ adattata dell’originale dell’album »Enci benci Katalenci«, così come hanno infilato furbescamente nel brano Cundrbundr parti del brano Gospod in gospa dello stesso album, ma hanno anche modernizzato i personaggi, come avevano modernizzato le filastrocche. In generale è bello che Pehta, che tutti ricordiamo come qualcosa di terribilmente spaventoso e persino cattivo, sia presentata in una luce molto più chiara, cioè come una guaritrice classica che, in incrollabile fedeltà ai propri sensi e istinti e quindi contro le regole della nuova inquisizione (leggi: la lobby farmaceutica), non usa pillole, ma raccoglie tutte le medicine in natura, conosce i dosaggi giusti, le combinazioni e le concentrazioni giuste di tutto ciò che la natura offre, e per cui vale che ogni (famigerato) veleno, nella dose giusta, diventa medicina. In questo personaggio modernizzato è quindi intessuto anche un messaggio sublime: verità e diversità sono qualcosa che il sistema teme, perché possono smuovere le masse a ribellarsi. Porta dunque una nota di ribellione. In questo senso Pehta è una ribelle ben più grande di un (piccolo e sfuggente, ma comunque coraggioso) Kekec. Pehta è un’eccezionale conoscitrice di erbe e forse persino una sciamana. Per la paura dei più, è stata spinta in alto sulle montagne, dove vive tutta sola. Ha però un difetto evidente, che complica tutto. Il cuore le si scioglie quando sente cantare. Soprattutto se il canto è dolce e bello. In fondo, un’anima di donna. Da qui in poi la storia la conoscete tutti. Kekec salva Mojca, sbriga le corvée dalla zia Pehta e alla fine la inganna (con garbo, persino da cavaliere), in modo molto gentile. Beh, il finale è proprio interessante, con Pehta e Kekec che si salutano agitando allegramente la mano. Finale felice per entrambe le parti (minoranza e maggioranza). Pehta resta libera e sopravvive, Kekec invece, come eroe ufficiale della storia, torna nel grigio grembo del conformismo. Pehta è di fatto un personaggio positivo in questa versione, e i creatori del progetto mandano in questo senso un messaggio importante: la diversità va accettata, perché è semplicemente un fatto, una verità. Tutto il resto è paura e fuga da essa.
Quando ascolti questo dischetto, c’è un sacco di mistica e magia, il mistero di miti e leggende delle cime e delle valli alpine (il cuore di Špik e Škrlatica), mentre la fantasia dell’ascoltatore crea immagini di impressioni e sensazioni diverse, a differenza del film e della lettura della novella. Aiutano in questo i testi un po’ adattati (attualizzati) degli originali (la canzone di Pehta), la parola letta in sé e tanti brani che mettono in posizione dominante la natura strumentale. La band ha usato per lo più la propria musica d’autore, ma naturalmente è presente qua e là il noto motivo guida della canzone di Kekec (il motivo di Vodopivec), un’integrazione molto gradita, se non addirittura necessaria, perché rafforza il filo rosso della storia. La band intreccia magistralmente il motivo nel proprio artismo, che domina negli arrangiamenti, mentre il motivo di Vodopivec funziona in questo senso come spezia in più, ovvero come un utile punto di riferimento. I brani Kekčeva pesem e Kekčeva pesem – Paglavc mali sono logicamente legati dal motivo, solo che negli arrangiamenti sono concretamente trasformati (uno è strumentale, l’altro contiene la voce). La modulazione più o meno a metà delle due versioni di questo brano si comporta in modo diverso nelle due versioni, ma è un trucco assolutamente brillante, che consolida l’eclettismo art del lavoro e del gruppo. Se Kekčeva pesem è (diciamo) semi-d’autore, Mojčina pesem non è proprio d’autore, ma è di nuovo adattata alla grande e suona quanto più «katalenesca» possibile e, se non sbaglio, Nana non l’aveva ancora messa in musica.
Un fattore molto importante in questi buoni 40 minuti di storia di Kekec è la parola parlata, ovvero letta, o la combinazione di parola letta con musica di sottofondo. Rafforza la drammaticità, la tensione stessa, lo stato di curiosità, fa da contrasto alla portata teatrale del concept. I Katalena si presentano ancora una volta come una squadra eccezionale. Ancora una volta si accostano all’interpretazione e agli arrangiamenti, nella luce migliore possibile e nel modo più sentito possibile. Il lavoro raggiunge sotto ogni aspetto il 100% della resa dell’artismo autoctono dei Katalena. Narat carica la chitarra anche »alla rockettara«, i suoi motivi inglobano anche elementi blues. Gombač è immancabilmente onnipresente, perché movimenta strutture che senza di lui sarebbero potute risultare rigide. Con i suoi guizzi solistici di una serie scelta di fiati, e infilando anche diavolerie jazz. Si adatta magistralmente agli arrangiamenti. Anche nelle parti sottili e tranquille, dove passa in primo piano il momento dei misteri mitologici (Jutro, Pehtin tango), porta un contrasto fenomenale. Soprattutto nelle parti calme prende l’iniziativa la raffinatezza di Polona Janežič alle tastiere. Un contrasto straordinario lo porta anche il lavoro di acume ideativo che si manifesta nel dominio del regno dei toni bassi di Tibor Mihelič Syed (Rožletove sanje). Vesna si presenta di nuovo in modo fenomenale nel brano Kekčeva pesem – Paglavc mali, dove con una nota di dettatura nei versi alza gradualmente l’atmosfera, mentre in Pehtina pesem la sua sensualità puntuale »strappa il cuore all’ascoltatore«. La band se la cava benissimo anche con le modulazioni, che rafforzano il carattere art e folk rock rifinito dei brani. Stavolta la band ha di nuovo usato una guarnigione di »strumenti insoliti dell’eccesso sonoro« per dare un tocco extra, dallo scacciapensieri al theremin, al banjo, fino all’ukulele e altro ancora. Dopo l’introduzione fischiettata del brano Pehtina pesem (il motivo di Vodopivec viene già usato una volta), sorprende la frase guida (sostenuta da chitarra e clarinetto), che nel 1970 per l’album »Benefit« avrebbero usato volentieri anche i Jethro Tull, se solo ci avessero pensato allora. La modulazione più o meno a metà del brano è un trucco assolutamente brillante, che consolida l’eclettismo art del lavoro. In questo quintetto continua a regnare chi? La magia.
»Kekec« nella regia concettuale di Boštjan Narat ed Edward Clug e nell’interpretazione musicale dei Katalena, con la combinazione della parola letta, accende a pieno sangue e sorprende in modo molto piacevole. Per i tempi nuovi questa storia è abilmente attualizzata. L’artismo dei Katalena in un ambiente artistico così scelto risponde con tutto lo splendore, autoctono e ancora una volta unico.
L’album stesso si ascolta senza problemi del tutto a parte, senza pensare allo spettacolo di balletto per bambini a cui questa musica appartiene. Perciò potrebbe accendersi del tutto da solo. Significa che sul piano artistico non ha nemmeno bisogno della collaborazione con il balletto. Come spunto, quindi, solo Josip Vandot. Sembra che i Katalena lo abbiano concettualizzato del tutto da soli. La parola letta gli infonde anche un po’ di contenuto (nostalgico) che ricorda i tempi in cui davanti agli schermi TV Fran Albreht leggeva il racconto su Martin Krpan.
Ancora una piccola interruzione marginale, da non leggere obbligatoriamente, di riflessione di passaggio. È discutibile come il moderno Kekec, in questa audace trasformazione musicale dei Katalena e dello spettacolo di balletto per bambini, riuscirà a richiamare su di sé l’attenzione dei bambini che dimenticano sempre più le radici slovene, sono già in partenza (indirettamente anche in stile Huawei) programmati per cercarsi il pane all’estero e ogni frase di questa generazione, evidentemente perduta, è allegramente condita con una bella dose di anglicismi. Noi, “vecchi zii e zie”, non capiamo nemmeno più in che lingua comunichino.
autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Avizo
2. Kekčeva pesem
3. Pehtin tango
4. Večer
5. Mojčina pesem
6. Galop
7. Kekčeva pesem – Paglavc mali
8. Cundrbundr
9. Pehtina pesem
10. Rožletove sanje
11. Bam bam
12. Jutro
14. Finale
Musica eseguita da: Katalena
Vesna Zornik – voce
Boštjan Narat – chitarra,…
Polona Janežič – tastiere
Boštjan Gombač – clarinetto, flauti, sassofono e altri strumenti sonori,…
Tibor Mihelič Syed – basso,…
Robert Rebolj – batteria, percussioni
Parola letta:
Katja Preša
Blaž Šef
